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Educare al percorso: il ruolo dei genitori nello sport dei figli

Nello sport giovanile ci sono momenti bellissimi: le prime vittorie, l’entusiasmo degli allenamenti, le amicizie, la crescita. Ma ci sono anche momenti più complessi: la frustrazione dopo una sconfitta, la paura di sbagliare, il confronto con gli altri, il dubbio di “non essere abbastanza”. Ed è spesso proprio lì che il ruolo del genitore diventa decisivo, non tanto nel “motivare”, nel correggere o nel trovare la frase perfetta, ma nell’aiutare i figli a costruire un rapporto sano con il percorso, con la crescita e con sé stessi.

Quando un figlio soffre dopo una gara

Immaginiamo Laura, 14 anni, pallavolista.
Esce dal campo dopo una sconfitta sentendosi responsabile del risultato. È frustrata, delusa, forse anche vergognosa. I genitori, in buona fede, le chiedono: “Secondo te perché avete perso?” Laura reagisce male. Si chiude. Si sente ancora più sotto pressione.

Oppure pensiamo a Luca, atleta di salto in alto.
Sbaglia tre tentativi consecutivi, entra in ansia e torna a casa dicendo: “Mi blocco sempre quando conta davvero.”

Anche qui il rischio è trasformare il dialogo in una ricerca immediata delle cause, delle responsabilità o delle soluzioni. Ma in quei momenti i ragazzi spesso non hanno bisogno di analisi tecniche. Hanno bisogno di sentirsi accolti.

La domanda non è “come è andata?”

Molti genitori entrano nel mondo sportivo dei figli con grande disponibilità e amore. Il problema è che, senza accorgercene, rischiamo di spostare l’attenzione quasi esclusivamente sul risultato.

“Hai vinto?”; “Perché hai sbagliato?”; “Cosa è successo?”; “Come mai eri così nervoso?”. Sono domande comprensibili. Ma possono involontariamente trasmettere un messaggio: il valore dell’esperienza dipende dalla prestazione.

Educare al percorso significa invece aiutare i figli a sviluppare attenzione verso ciò che possono controllare: l’impegno, il coraggio, la presenza mentale, la capacità di riprovarci.

A volte una domanda diversa può cambiare completamente il clima del dialogo:

  • “Di cosa sei fiero oggi?”
  • “Cosa senti di aver imparato?”
  • “Cosa vuoi migliorare la prossima volta?”
  • “Qual è stata la parte più difficile da affrontare?”

Educare al percorso non significa abbassare le aspettative

Un equivoco frequente è pensare che valorizzare il percorso significhi “accontentarsi”. In realtà è quasi il contrario. I ragazzi che imparano a concentrarsi sui processi sviluppano spesso maggiore stabilità motivazionale, più autonomia e più capacità di affrontare le difficoltà nel lungo periodo.

Educare al percorso significa:

  • aiutare i figli a scegliere mete controllabili;
  • spezzare obiettivi grandi in micro-passaggi;
  • normalizzare ostacoli e fluttuazioni;
  • celebrare i progressi e non solo i risultati;
  • restare genitori, senza trasformarsi continuamente in allenatori.

Cosa ci dice la psicologia dello sport

Molte delle principali teorie motivazionali vanno nella stessa direzione.

La Self-Determination Theory di Deci e Ryan sottolinea quanto i giovani crescano meglio quando si sentono:

  • autonomi (“sto scegliendo”),
  • competenti (“sto migliorando”),
  • sostenuti nelle relazioni.

Il Growth Mindset di Carol Dweck ci ricorda invece che gli errori non sono fallimenti identitari, ma informazioni utili per crescere. Per questo è importante rinforzare ciò che il ragazzo fa — impegno, strategie, perseveranza — e non etichettare ciò che “è”.

Anche il Goal Setting mostra come gli obiettivi più efficaci siano quelli specifici, realistici e legati al processo.

In altre parole: un figlio non cresce bene perché gli diciamo continuamente quanto è bravo. Cresce meglio quando impara a leggere il proprio percorso, a tollerare gli errori e a riconoscere i piccoli progressi.

Celebrare le “vittorie invisibili”

Nello sport giovanile esistono molte vittorie che non finiscono sul tabellino. La ragazza timida che finalmente comunica in campo. Il ragazzo che torna ad allenarsi dopo una gara difficile. Chi riesce a respirare invece di arrabbiarsi. Chi prova un gesto nuovo senza paura di sbagliare. Sono conquiste meno visibili, ma spesso molto più formative.

Per questo può essere utile creare piccoli rituali familiari di celebrazione del percorso:

  • il momento della settimana in cui si racconta una difficoltà affrontata bene;
  • una domanda fissa dopo la gara;
  • il riconoscimento di un atteggiamento coraggioso;
  • il valorizzare costanza e presenza, anche quando il risultato manca.

Il genitore non costruisce la strada

Forse il messaggio centrale è questo: un genitore efficace non costruisce la strada, ma invita a percorrerla.

Lo sport può diventare una palestra di resilienza, identità, gestione emotiva e consapevolezza di sé. Ma perché questo accada, i ragazzi hanno bisogno di adulti presenti, capaci di sostenere senza sostituirsi. Non serve essere perfetti. Serve esserci, con ascolto, con curiosità, con la disponibilità ad accompagnare, anche nei momenti difficili, un percorso che appartiene prima di tutto a loro.

Accompagnare anche i genitori fa parte del percorso

In SMA crediamo che il percorso sportivo dei giovani atleti non riguardi solo ciò che accade in allenamento o in gara. Anche il contesto relazionale in cui crescono — fatto di allenatori, compagni e soprattutto genitori — ha un impatto profondo sul loro modo di vivere lo sport, affrontare le difficoltà e costruire fiducia in sé stessi.

Per questo, oltre al lavoro con gli atleti, ci occupiamo anche di affiancare e sostenere i genitori nel delicato compito di accompagnare i figli nel loro percorso sportivo e personale.

Lo facciamo attraverso:

  • incontri di formazione e confronto;
  • consulenze dedicate ai genitori;
  • momenti di condivisione con famiglie e società sportive;
  • webinar e incontri online Open Academy;
  • percorsi pensati per aiutare gli adulti a sostenere senza sostituirsi, guidare senza aumentare pressione, restare presenti senza perdere il ruolo educativo.

Perché crescere nello sport è un percorso di squadra.

E anche i genitori, spesso, hanno bisogno di uno spazio in cui fermarsi, riflettere e trovare strumenti utili per accompagnarlo con maggiore serenità e consapevolezza.

Sandro Anfuso – Psicologo dello Sport – Psicoterapeuta – SMA Team

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Bibliografia essenziale:

  • Deci, E. L., & Ryan, R. M. (1985). Intrinsic motivation and self-determination in human behavior. Plenum Press.
  • Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2000). Self-determination theory and the facilitation of intrinsic motivation, social development, and well-being. American Psychologist, 55(1), 68–78.
  • Dweck, C. S. (2006). Mindset: The new psychology of success. Random House.
  • Dweck, C. S., & Yeager, D. S. (2019). Mindsets: A view from two eras. Perspectives on Psychological Science, 14(3), 481–496.
  • Locke, E. A., & Latham, G. P. (1990). A theory of goal setting and task performance. Prentice Hall.
  • Harter, S. (1978). Effectance motivation reconsidered: Toward a developmental model. Human Development, 21(1), 34–64.
  • Fredrickson, B. L. (1998). What good are positive emotions? Review of General Psychology, 2(3), 300–319.
  • Fredrickson, B. L. (2001). The role of positive emotions in positive psychology: The broaden-and-build theory of positive emotions. American Psychologist, 56(3), 218–226.
  • Ericsson, K. A., Krampe, R. T., & Tesch-Römer, C. (1993). The role of deliberate practice in the acquisition of expert performance. Psychological Review, 100(3), 363–406.
  • Nicholls, J. G. (1984). Achievement motivation: Conceptions of ability, subjective experience, task choice, and performance. Psychological Review, 91(3), 328–346.
  • Ames, C. (1992). Achievement goals and the classroom motivational climate. In D. H. Schunk & J. Meece (Eds.), Student perceptions in the classroom (pp. 327–348). Lawrence Erlbaum Associates.
  • Bowlby, J. (1969). Attachment and loss: Vol. 1. Attachment. Basic Books.
  • Bowlby, J. (1988). A secure base: Parent-child attachment and healthy human development. Basic Books.
  • Zimmerman, B. J. (2000). Attaining self-regulation: A social cognitive perspective. In M. Boekaerts, P. R. Pintrich, & M. Zeidner (Eds.), Handbook of self-regulation (pp. 13–39). Academic Press.
  • Duda, J. L., & Balaguer, I. (2007). Coach-created motivational climate. In S. Jowett & D. Lavallee (Eds.), Social psychology in sport (pp. 117–130). Human Kinetics.
  • Duckworth, A. L., Peterson, C., Matthews, M. D., & Kelly, D. R. (2007). Grit: Perseverance and passion for long-term goals. Journal of Personality and Social Psychology, 92(6), 1087–1101.
  • Duckworth, A. (2016). Grit: The power of passion and perseverance. Scribner.

Tecniche di meditazione e respirazione: il loro impatto sulla gestione emotiva

Uno degli obiettivi del lavoro svolto da SMA Team riguarda la possibilità di accompagnare atleti e atlete all’interno di un percorso che li aiuti ad essere più consapevoli e a vivere il momento della gara con maggiore serenità. 

Non a caso, il tema delle emozioni risulta un tema piuttosto centrale, che necessita però di essere snellito per divenire pratico e fruibile in allenamento e in gara.  Uno degli argomenti basilari nell’ambito della preparazione mentale diventa proprio la gestione emotiva e, nello specifico, la gestione di due emozioni spesso difficili da utilizzare a vantaggio della prestazione: ansia e rabbia. 

L’ansia, in realtà, è un’emozione utilissima: può aiutare l’atleta a tenere alta l’attenzione, riducendo i tempi di reazione, migliorando l’esecuzione motoria e i processi decisionali. Se non adeguatamente gestita, invece, può indurre l’atleta ad elaborare pensieri e immaginare scenari futuri spesso catastrofici che, il più delle volte, non si presenteranno.

Pure la rabbia può essere un’emozione vantaggiosa: saperla trasformare in grinta, aiuta a tirar fuori energia utile a svolgere un’azione importante o a finalizzare.  Anche in questo caso, il rischio di una gestione emotiva inefficace può indurre l’atleta a rimuginare su pensieri macchinosi o fatti che ormai non possiamo più cambiare, come gli errori commessi durante la prestazione sportiva anche mentre quest’ultima è ancora in corso, finendo per creare uno spiacevole effetto domino. 

Le rimuginazioni che la mente produce, quindi, orientano spesso l’attenzione dell’atleta essenzialmente su due tempi, passato e futuro, prosciugandone le energie mentali e allontanandolo dall’unico tempo in cui può ancora produrre un cambiamento utile: il presente. 

Le tecniche di meditazione e di respirazione divengono, pertanto, alcuni tra gli strumenti essenziali che ogni atleta dovrebbe conoscere, acquisire e padroneggiare per far fronte alla sfera emotiva e gestire il senso di sopraffazione che spesso compromette irrimediabilmente la prestazione, procurando frustrazione e sconforto. 

Costruire un atleta consapevole di sé stesso e dei propri mezzi significa, quindi, permettergli di affrontare le sfide con maggiore fiducia ed entusiasmo e, in questo, la preparazione mentale fa sempre la differenza. Attraverso il lavoro svolto con Sport Mindset Agency ogni atleta può, quindi, intraprendere un percorso di consapevolezza e di gestione più efficace della sfera emotiva, orientando il focus sul benessere e su un approccio più sereno alla prestazione sportiva. 

D.ssa Ylenia SCOLA (Psicologa dello Sport – SMA Team).

Cambiare superficie, non identità: la sfida mentale di Sinner sulla terra

Dopo aver conquistato Indian Wells e Miami, Jannik Sinner si è presentato a Montecarlo con un passaggio cruciale da affrontare: non tanto confermare il proprio valore, quanto capire se fosse già pronto a trasferire la propria superiorità mentale anche sulla terra battuta. La risposta è arrivata subito, ed è stata netta: vittoria a Montecarlo contro Carlos Alcaraz in finale, ritorno al numero 1 del mondo e un’impresa riuscita, nella stessa stagione, soltanto a Novak Djokovic nel 2015, cioè mettere insieme Sunshine Double e titolo nel Principato. Ancora più interessante è il contesto: dopo il doppio trionfo sul cemento, molti immaginavano perfino che Sinner potesse saltare Montecarlo per ricaricare energie. Invece ha scelto di giocare, e di vincere. È qui che la lettura smette di essere soltanto tennistica e diventa anche psicologica. Perché il passaggio dalla superficie veloce alla terra non è una semplice variazione tecnica: è un cambio di tempo interno. Sul cemento ci si affida più facilmente ad anticipo, accelerazione e immediatezza; sulla terra, invece, bisogna entrare in una logica di maggiore attrito, di costruzione e di attesa. Occorre tollerare che il punto non si chiuda nel momento desiderato, ma secondo il ritmo che la partita richiede. Dopo tanti successi sul cemento, la difficoltà non sta tanto nella motivazione, quanto nel mantenere quella tensione ottimale che tiene insieme grinta, presenza e qualità delle scelte. Montecarlo, da questo punto di vista, ha mostrato un Sinner capace di non difendere il successo appena ottenuto, ma di riaprire il lavoro da capo su una superficie diversa. Nel nostro lavoro in SMAteam vediamo spesso che il momento più delicato per il professionista non sempre arriva poco prima della vittoria, ma può arrivare subito dopo. Quando un atleta raggiunge livelli di rendimento molto alti, la tendenza può essere quella di difendere l’immagine di sé invece di restare disponibile al dubbio e al lavoro. La terra rossa, invece, impone un’umiltà mentale particolare: chiede di ricostruire, di attendere, di comprendere che vincere ancora significa, ogni volta, ricominciare da capo… Dal punto di vista psicologico, questo è un passaggio cruciale. Quando un atleta vince molto, può incontrare una forma di svuotamento paradossale: l’obiettivo di risultato che prima organizzava le energie è già stato raggiunto. Finché l’obiettivo resta da raggiungere, il desiderio orienta e sostiene l’energia; quando il risultato arriva, si apre la necessità di un nuovo significato. È in questo passaggio che emerge la differenza tra un assetto mentale centrato sul risultato e la capacità di trasformare il successo in una nuova consapevolezza di sé. In questo senso, Sinner sembra offrire un’immagine molto matura: dopo Miami aveva parlato di “nuovo capitolo”, e Montecarlo ha confermato proprio questo, cioè la capacità di non restare emotivamente attaccato alla superficie su cui aveva appena dominato, ma di entrare in una dimensione nuova senza dipendere da quella precedente.La vittoria di Montecarlo dice allora una cosa precisa: la mentalità vincente non coincide con l’euforia del momento, ma con la disponibilità a riorganizzare le proprie certezze. È facile sentirsi forti quando tutto parla la lingua dei propri punti di forza; è molto più difficile rimanere forti quando cambia il rimbalzo della palla, il ritmo da fondo, la memoria tattica degli schemi vincenti. Sinner, sul rosso, ha dato l’idea di saper fare proprio questo: non cercare la replica fotostatica del giocatore da duro, ma trasferire i principi tattici del suo tennis — ordine, intensità, qualità delle scelte, gestione emotiva — dentro un ambiente che impone più pazienza e più tolleranza alla frustrazione. La vittoria su Alcaraz, che a Montecarlo difendeva il titolo, ha aggiunto a tutto questo un dato psicologico ulteriore: vincere anche quando il contesto sembra meno naturale per sè. Alla vigilia della parte più dura della stagione sulla terra, la domanda non è tanto come conservare la stessa intensità, ma come convertirla in un significato nuovo. Roma e Parigi, in questo quadro, non diventano semplicemente i prossimi tornei: diventano due prove di continuità mentale. Non si tratterà tanto di confermare i risultati del cemento, quanto di evitare una trappoli tipica di alcuni grandi campioni dopo una serie di vittorie consecutive: difendere il proprio status invece di restare in evoluzione. La terra premia chi sa aspettare senza passivizzarsi, soffrire senza disunirsi, ripartire senza sentirsi sminuito dal dover ricostruire. È una superficie che mette a nudo il rapporto dell’atleta con il limite, con il tempo e con l’errore. Ed è probabilmente proprio per questo che il Monte Carlo di Sinner pesa così tanto: non ha detto solo che può vincere anche sulla terra, ma anche che il suo slancio competitivo sembra poggiare su basi più profonde del solo risultato. 

È una motivazione radicata nel miglioramento, nella padronanza e nella fiducia nel processo. Ed è proprio questa spinta intrinseca, più che la sola ricerca del risultato in sé, a rendere possibile il trasferimento della mentalità vincente da una superficie all’altra. Con il Roland Garros ormai sullo sfondo, il suo messaggio mentale sembra chiaro: la vittoria non è un punto d’arrivo, ma un assetto da ricreare ogni volta.

D.ssa Elena UBERTI (Psicologa dello Sport – Psicoterapeuta – SMA Team).

Quando il gesto non “accade” più. Corpo, controllo e fiducia negli sport ad alta complessità

Nel percorso sportivo, soprattutto negli sport ad alta complessità coordinativa, esistono momenti in cui l’atleta non è in difficoltà per mancanza di tecnica, forza o motivazione.
Il gesto c’è, ma non scorre più. Il corpo sembra non riconoscerlo, il movimento perde fluidità e l’atleta fatica a orientarsi mentre lo esegue.

In ginnastica artistica questo fenomeno è noto come twisties: una perdita temporanea dell’orientamento spazio-corporeo durante movimenti altamente automatizzati. È diventato noto al grande pubblico grazie alle parole di Simone Biles, che ha descritto con grande lucidità la sensazione di “non sapere più dove si trovava in aria”.

Dal punto di vista della psicologia dello sport, non si tratta di paura, né di un semplice blocco mentale. È piuttosto una interferenza nel controllo motorio automatico: il sistema nervoso smette di anticipare il movimento e l’atleta prova, spesso senza accorgersene, a guidarlo in modo cosciente. Più controllo, però, significa meno fluidità.

“Skilled performance breaks down when performers attempt to consciously control movements that normally run outside of awareness.”
Beilock & Carr, 2001

Esperienze simili emergono anche in altri sport acrobatici, per esempio nei tuffi, quando il timing e la percezione della rotazione si frammentano, o nello skateboarding, dove trick consolidati diventano improvvisamente rigidi, spezzati, poco “sentiti”. In tutti questi casi il corpo non ha dimenticato il gesto: ha perso temporaneamente fiducia nel movimento.

Il lavoro dello psicologo dello sport non è spingere l’atleta a riprovare, ma aiutarlo a ricostruire le condizioni di sicurezza, attenzione e predizione che permettono all’automatismo di riattivarsi. Significa allenare il focus, ridurre l’overcontrollo, rispettare i segnali corporei e costruire progressioni di rientro coerenti.

La fluidità, infatti, non nasce dal controllo istante per istante, ma dalla capacità del sistema di anticipare ciò che sta per accadere.

“The nervous system relies on prediction to produce smooth and coordinated movement.”
Wolpert & Flanagan, 2001

Il messaggio che portiamo in SMA è chiaro: anche queste fasi fanno parte del percorso di performance. Si possono attraversare e allenare, ma solo seguendo una linea di rispetto per sé e per il proprio 

In Sport Mindset Agency accompagniamo atleti e staff a leggere questi momenti non come incidenti di percorso, ma come segnali funzionali del sistema di performance. Il nostro lavoro non consiste nel “sbloccare” il gesto, ma nel ricostruire le condizioni perché il corpo torni a muoversi con fiducia, chiarezza e continuità.

Attraverso un lavoro integrato su attenzione, regolazione emotiva e progressioni di rientro, aiutiamo l’atleta a rispettare i propri segnali, ridurre l’overcontrollo e rientrare gradualmente nel gesto senza forzature. È un percorso che tutela la prestazione, ma soprattutto la relazione dell’atleta con il proprio corpo e con il proprio sport.

Se questi temi risuonano con la tua esperienza sportiva, in Sport Mindset Agency li affrontiamo all’interno di percorsi di supporto psicologico e di formazione dedicati agli atleti e agli staff, con l’obiettivo di allenare non solo il gesto, ma le condizioni che permettono al gesto di accadere.

Una domanda finale per te, atleta: Quando il movimento non scorre più, stai cercando di forzarlo… o stai creando le condizioni perché il tuo corpo possa tornare a fidarsi?

Dr. Sandro ANFUSO (Psicologo dello Sport – Psicoterapeuta SMA Team).

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Riferimenti bibliografici essenziali

Beilock, S. L., & Carr, T. H. (2001). On the fragility of skilled performance: What governs choking under pressure?Journal of Experimental Psychology: General, 130(4), 701–725.

Wolpert, D. M., & Flanagan, J. R. (2001). Motor prediction. Current Biology, 11(18), R729–R732.

Wulf, G. (2013). Attentional focus and motor learning: A review of 15 years. International Review of Sport and Exercise Psychology, 6(1), 77–104.

Le carte DIXIT in campo: quando un’immagine apre la conversazione

Nel lavoro con gli atleti spesso si pensa che lo psicologo dello sport utilizzi soprattutto questionari, colloqui strutturati o tecniche molto formali. In realtà, quando si lavora direttamente sul campo, gli strumenti possono essere anche molto più semplici, immediati e concreti.

Uno di quelli che utilizziamo spesso durante gli incontri con gli atleti sono le carte DIXIT.

A prima vista sembrano semplicemente delle carte illustrate nate per un gioco da tavolo. Le immagini sono creative, strane ma molto simboliche. Proprio per questomotivo diventano uno strumento molto interessante per parlare di emozioni, percezioni e momenti dello sport.

Nel nostro lavoro con SMA TEAM, queste carte sono diventate uno strumento che portiamo spesso direttamente in campo. Non restano chiuse in uno studio o su una scrivania: viaggiano con noi tra circoli, allenamenti e incontri. Hanno girato palestre e campi, sono state appoggiate su panchine, tavoli improvvisati e spesso direttamente sulla terra, portando con loro un po’ di terra rossa, altre un po’ di umido o pioggia.

In altre parole: sono carte che hanno vissuto il campo.

Questo in realtà le rende ancora più coerenti con il lavoro che facciamo. Non sono uno strumento teorico, ma qualcosa che entra davvero nella quotidianità degli atleti. Quando le tiro fuori dallo zaino durante un incontro, spesso la prima reazione è curiosità. Gli atleti iniziano a guardarle, a commentarle, a chiedersi cosa rappresentino. E da lì la conversazione parte quasi da sola.

Una volta tirate fuori, chiedo di scegliere un’immagine che rappresenti il loro rapporto con lo sport. Non c’è una risposta giusta o sbagliata. Ognuno vede qualcosa di diverso. Spesso lo sport per gli atleti è un insieme di amicizie, rivalità, stress e anche “stacco” dal resto del mondo.

Proprio per questo motivo diventa più facile raccontarsi. Non si parte da una domanda diretta, ma da un’immagine che fa da ponte. Gli atleti descrivono la carta e, mentre lo fanno, spesso iniziano a raccontare anche qualcosa di sé.

Un passaggio molto importante è che anche il consulente partecipa all’attività. Quando facciamo questo esercizio, non sono solo gli atleti a scegliere una carta. Anche noi ne prendiamo una e raccontiamo cosa rappresenta per noi. È un gesto semplice, ma ha un significato importante. Significa che non è un momento

in cui qualcuno osserva e analizza dall’esterno. È uno spazio condiviso, in cui tutti possono raccontare qualcosa.

Questo aiuta molto a creare fiducia e a rendere l’incontro più naturale. Spesso gli atleti si rilassano proprio quando vedono che anche noi psicologi ci mettiamo in gioco e condividiamo una parte di noi.

Uno dei momenti in cui utilizzo più spesso le carte Dixit è all’inizio di un percorso con gli atleti. Quando si parte con un nuovo gruppo o con nuovi atleti, non è sempre facile iniziare a parlare subito di emozioni, difficoltà o obiettivi. A volte c’è un po’ di timidezza, altre volte semplicemente non si sa bene cosa dire. Le carte aiutano molto in questo. 

Un altro momento in cui è molto efficace utilizzare le carte Dixit è alla fine della stagione. In quel caso l’esercizio cambia leggermente. Scegliamo le carte e ci facciamo diverse domande: dove si sentivamo all’inizio della stagione, dove sentiamo di essere arrivati oggi e dove vogliamo arrivare.

È un modo semplice ma molto efficace per fare un piccolo bilancio del percorso. Le immagini aiutano a raccontare come sono cambiate le sensazioni, le aspettative e il modo di stare in campo. A volte emerge che la strada è stata diversa da quella immaginata all’inizio. Altre volte gli atleti si rendono conto di aver fatto più strada di quanto pensassero. Anche qui tutto parte da una carta, ma la conversazione che nasce spesso diventa molto più ampia.

Le carte Dixit non sono uno strumento complesso. Non richiedono spiegazioni lunghe e non hanno bisogno di grandi preparazioni. Eppure, proprio nella loro semplicità, riescono spesso ad aprire conversazioni molto autentiche. Aiutano gli atleti a raccontarsi, a riflettere sul proprio percorso e a condividere pensieri che magari non sarebbero usciti in una domanda diretta.

Nel lavoro che facciamo con SMA TEAM, ci piace utilizzare strumenti che possano vivere davvero nel contesto sportivo: in campo, tra un allenamento e l’altro, in mezzo alla terra rossa e alla routine degli atleti.

Le carte Dixit sono uno di questi strumenti. Un piccolo mazzo di immagini che viaggia con noi tra circoli e allenamenti, e che ogni volta riesce a creare uno spazio di dialogo diverso.

Perché a volte basta scegliere un’immagine per iniziare a raccontare molto di più di quello che si pensava.

Dr. Federico CESATI  (Psicologo dello Sport – SMA Team).

Oltre l’allenamento: la Psicologia dello Sport per potenziare la preparazione alle olimpiadi

Come spettatori delle Olimpiadi Invernali osserviamo pochi secondi di gara: una discesa, un salto, una sequenza di movimenti apparentemente perfetti.Quello che raramente vediamo è tutto ciò che potrebbe accadere prima, durante e dentro l’atleta a livello psicologico.

Negli sport invernali, più che in altri contesti, un errore potrebbe durare un secondo, ma valere quattro anni di preparazione e sacrifici. Ed è proprio questa sproporzione tra il tempo dell’azione e il peso del significato a rendere la preparazione mentale un aspetto centrale, seppur invisibile.

In vista di un evento come le Olimpiadi, un atleta potrebbe sperimentare una forma di ansia da prestazione diversa da quella abituale. Non si tratterebbe solo di agitazione pre-gara, ma di una pressione più profonda, legata al significato simbolico dell’evento. Potrebbero emergere pensieri come:

È l’occasione della mia vita, non posso permettermi di sbagliare”

“Ho lavorato quattro anni per questi pochi secondi, non devo sbagliare, buttarei via tutti i sacrifici”

In questi casi, l’ansia non deriverebbe tanto dalla gara in sé, quanto da ciò che rappresenta e dalle aspettative. Negli sport invernali, dove l’errore spesso non è recuperabile, questapercezione potrebbe amplificarsi ulteriormente.

La psicologia dello sport non lavora sull’eliminazione dell’ansia, ma sulla sua gestione funzionale: riconoscerla, accettarla e impedire che interferisca con automatismi costruiti in anni di allenamento.

Ad esempio, negli sport ad alta velocità o precisione, un singolo errore potrebbe interrompere tutto e influenzare una traiettoria leggermente sbagliata, un appoggio impreciso, un attimo di esitazione. Questo potrebbe attivare anche una paura specifica: la paura dell’errore irreversibile. Non tutti gli atleti la vivrebbero allo stesso modo e per alcuni potrebbe tradursi in:

● ipercontrollo del gesto

● rigidità motoria

● difficoltà a “lasciar andare” l’azione

Il training mentale, in questi casi, potrebbe da un lato consistere nel ridefinire cosa rappresenta l’errore: non una catastrofe, ma una possibilità intrinseca della prestazione. Questo perché paradossalmente, accogliere la possibilità di sbagliare potrebbe ridurre il rischio di sbagliare davvero. L’atleta non sarebbe distratto da quella paura e dai pensieri legati ad essa, ma avrebbe lo spazio mentale per pensieri concreti e utili a guidare gesti atletici efficaci. Dunque sarebbe fondamentale allenarsi psicologicamente a spostare il focus della propria attenzione dagli obiettivi di risultato (esterni e incontrollabili) a obiettivi di processo e prestazione (interni e controllabili). Ad esempio con l’utilizzo di parole focus.

Un ulteriore aspetto riguarda il fatto che alle Olimpiadi non si gareggia solo contro gli avversari, ma anche sotto lo sguardo del pubblico, dei media e dei social media. Questo potrebbe attivare un’eccessiva attenzione rivolta verso sé stessi: “come appaio?”, “cosa penseranno?”.

In psicologia dello sport si parla di spostamento del focus attentivo dall’azione, al giudizio. Quando l’attenzione si allontana dal compito, la performance potrebbe risentirne. Per questo, la preparazione mentale includerebbe spesso:

● allenamento dell’attenzione selettiva

● costruzione di routine pre-gara

● capacità di “chiudere fuori” il contesto esterno

Molti atleti di alto livello sarebbero cresciuti con l’idea che, in eventi come le Olimpiadi, conti solo la perfezione. Tuttavia, la ricerca suggerisce che la ricerca ossessiva del controllo totale potrebbe aumentare il rischio di errore, soprattutto in contesti variabili come quelli degli sport invernali. Condizioni ambientali imprevedibili, fattori esterni e margini minimi rendono necessaria una grande flessibilità mentale. Più che essere perfetti, gli atleti dovrebbero essere capaci di adattarsi.

Un aspetto spesso invisibile è la fatica psicologica dell’attesa. Prepararsi per anni a un evento unico potrebbe portare a una concentrazione totale su un solo obiettivo, con il rischio di rendere fragile tutto ciò che sta intorno. Allo stesso modo, dopo la gara, indipendentemente dal risultato, alcuni atleti potrebbero sperimentare un senso di vuoto.

Il cosiddetto “post-Olympic blues” non sarebbe raro e non riguarderebbe solo chi “perde”, ma anche chi vince. Per questo, una preparazione mentale completa potrebbe includere anche un lavoro sull’identità dell’atleta oltre la prestazione, per non identificarsi con essa ma riconoscere che il proprio valore identitario e personale esiste al di là di essa. Non si è solo atleti, ma soprattutto persone.

Esempi di cosa pensare (e cosa non pensare) per gestire efficacemente una gara olimpica:

Pensieri funzionali

● “Mi concentro su ciò che posso controllare”

● “So cosa fare, mi affido all’allenamento”

● “L’ansia può aiutarmi a essere presente”

● “Un errore non definisce chi sono”

● “Resto nel momento, azione dopo azione”

Pensieri disfunzionali

● “Non devo assolutamente sbagliare”

● “Questa gara decide tutto”

● “Se fallisco, ho buttato via 4 anni”

● “Tutti si aspettano qualcosa da me”

● “Devo essere perfetto”

Dietro le Olimpiadi Invernali non ci sarebbe solo preparazione fisica e tecnica, ma un complesso lavoro mentale fatto di equilibrio, accettazione e adattamento. Perché, quando un errore dura un secondo, ma pesa quattro anni, “la vera sfida non è evitare l’errore, ma concentrarsi sul passo successivo, non sul risultato finale.” (Kobe Bryant).

D.ssa Maria Chiara FENO (Psicologa dello Sport e Psicoterapeuta – SMA Team).

Mindfulness e prestazione sportiva

Allenare la mente per vivere il presente

Vivere il presente: una sfida quotidiana (e sportiva)

Quanto è difficile, nella vita di tutti i giorni, restare nel momento presente senza rimuginare su ciò che è stato o preoccuparsi per ciò che sarà?
E quanto questo continuo spostamento mentale tra passato e futuro può generare stress, tensione e insoddisfazione, sia nella vita personale sia nello sport?

Per gli atleti questa difficoltà è amplificata: errori commessi, aspettative di risultato, giudizi esterni, pressione competitiva. Tutti elementi che rischiano di allontanare l’atleta dal “qui e ora”, l’unico spazio temporale in cui la prestazione può realmente avvenire.

È proprio in questo contesto che la Mindfulness si rivela uno strumento prezioso.

Cos’è la Mindfulness?

La Mindfulness è una pratica di meditazione che comprende esercizi di consapevolezza basati sulla respirazione, sull’attenzione al corpo e sull’osservazione dei pensieri, senza giudizio.

Il termine Mindfulness può essere tradotto come consapevolezza intenzionale del momento presente.
Le sue radici affondano nella filosofia buddista, secondo cui è possibile raggiungere uno stato di maggiore serenità e accettazione di sé attraverso una presenza mentale piena e non reattiva all’esperienza che si sta vivendo.

Negli ultimi decenni, la Mindfulness è stata integrata in ambito scientifico e clinico, diventando uno strumento validato in psicologia, medicina e, più recentemente, psicologia dello sport.

Meditazione e consapevolezza: cosa accade durante la pratica

Dal latino meditatio, ovvero “riflessione”, la meditazione è una pratica che ha come obiettivo quello di allenare la mente a restare focalizzata sul presente.

Durante la pratica mindfulness:

• la mente non viene “svuotata”, ma educata a osservare;

• i pensieri non vengono eliminati, ma riconosciuti e lasciati andare;

• l’attenzione viene riportata intenzionalmente al respiro, al corpo o alle sensazioni.

Questo processo permette all’atleta di sviluppare una relazione più funzionale con i propri pensieri ed emozioni, senza esserne travolto.

Mindfulness e sport: perché funziona?

Nel contesto sportivo, la Mindfulness non serve a “rilassarsi” in senso passivo, ma a stare pienamente dentro l’azione, con maggiore chiarezza e stabilità emotiva.

Numerosi studi scientifici hanno evidenziato come i programmi basati sulla Mindfulness possano migliorare:

• la regolazione emotiva,

• la gestione dello stress,

• la concentrazione sotto pressione,

• la qualità della prestazione.

Secondo Gardner e Moore (2004, 2007), l’approccio mindfulness-based nello sport aiuta l’atleta a ridurre l’interferenza cognitiva (rimuginio, paura dell’errore, pensieri sul risultato) favorendo uno stato mentale più funzionale alla performance.

I principali benefici della Mindfulness per gli atleti

L’integrazione della Mindfulness nei programmi di preparazione mentale porta numerosi benefici, tra cui:

1. Riduzione dello stress e dell’ansia pre-gara
Attraverso la consapevolezza del respiro e del corpo, l’atleta impara a riconoscere i segnali di attivazione e a regolarli in modo più efficace.

2. Regolazione fisiologica
Studi dimostrano un impatto positivo su frequenza cardiaca e pressione sanguigna, favorendo uno stato di attivazione ottimale (Kabat-Zinn, 1990).

3. Migliore concentrazione e focus attentivo
La Mindfulness allena l’attenzione sostenuta e selettiva, fondamentali negli sport ad alta richiesta cognitiva.

4. Incremento di attenzione, memoria e consapevolezza di sé
L’atleta diventa più capace di leggere ciò che accade dentro e fuori di sé durante la prestazione.

5. Maggiore resilienza mentale
Allenarsi a restare nel presente aiuta a recuperare più rapidamente dopo un errore o un momento di difficoltà.

6. Allenamento del respiro consapevole
Strumento chiave per la gestione dei momenti di pausa, delle transizioni e dei picchi emotivi.

7. Migliore qualità del sonno e recupero
La pratica costante favorisce un miglior equilibrio psicofisico, incidendo positivamente anche sul recupero muscolare.

Mindfulness: non solo tecnica, ma mentalità

È importante sottolineare che la Mindfulness non è una tecnica da usare solo in gara, ma una vera e propria abilità mentale da allenare nel tempo, integrata all’interno di un percorso di preparazione mentale strutturato.

Nel lavoro che svolgiamo in Sport Mindset Agency, la Mindfulness viene adattata:

• all’età dell’atleta,

• al livello di esperienza,

• allo sport praticato,

• al momento della stagione.

Perché allenare la mente significa allenare la capacità di stare dentro l’esperienza, non di controllarla a tutti i costi.

Conclusione

In uno sport sempre più veloce, esigente e performativo, la Mindfulness rappresenta uno strumento potente per aiutare gli atleti a ritrovare il centro, migliorare la qualità della prestazione e, soprattutto, il proprio benessere.

Allenare la mente a stare nel presente significa allenare la possibilità di esprimere davvero il proprio potenziale.

Dott.ssa Ylenia Scolta – Dott.ssa Elena Uberti
Sport Mindset Agency

Equitazione e psicologia dello sport: perché la mente fa la differenza

L’equitazione è uno sport in cui la prestazione non dipende solo dalla tecnica o dalla preparazione fisica, ma da un dialogo costante tra cavallo e cavaliere. Presenza mentale, regolazione emotiva e fiducia reciproca diventano elementi centrali della performance.

Proprio per questa sua natura relazionale, l’equitazione rappresenta un contesto privilegiato per l’applicazione della psicologia dello sport.

L’equitazione come relazione mente–corpo

A differenza di molti sport individuali, nell’equitazione l’atleta non è mai solo.
Il cavallo percepisce in modo immediato stati emotivi, tensioni corporee e qualità dell’attenzione del cavaliere.

La letteratura scientifica evidenzia come i cavalli siano altamente sensibili ai segnali non verbali e alle variazioni emotive dell’essere umano (Keeling et al., 2009). Per questo, ansia, paura o ipercontrollo mentale possono influenzare direttamente la qualità della prestazione.

Gestione della paura e fiducia dopo un infortunio

Dopo una caduta o un infortunio, è frequente che l’atleta sviluppi:

• paura del gesto,

• calo di fiducia,

• evitamento,

• ipercontrollo.

Studi in psicologia dello sport mostrano come questi fattori psicologici possano ostacolare il pieno ritorno alla prestazione se non adeguatamente elaborati (Ardern et al., 2013).
Nell’equitazione, questo lavoro è ancora più delicato perché la fiducia dell’atleta si riflette direttamente nella relazione con il cavallo.

Focus mentale e adattamento all’imprevisto

Le competizioni equestri richiedono una forte capacità di adattamento: condizioni ambientali variabili, imprevisti e gestione della pressione.
Allenare il focus attentivo, la regolazione dell’attivazione emotiva e il dialogo interno permette all’atleta di rimanere presente e funzionale anche in contesti complessi (Gould & Maynard, 2009).

Psicologia dello sport ed equitazione

La psicologia dello sport applicata all’equitazione lavora su:

• gestione dell’ansia e della paura,

• ricostruzione della fiducia post-infortunio,

• qualità della presenza mentale,

• relazione cavallo–cavaliere.

Un componente del team Sport Mindset Agency ha vissuto personalmente questo percorso, sperimentando come il lavoro mentale possa trasformare una difficoltà in un’opportunità di crescita sportiva e personale.

Conclusione

Nell’equitazione, vincere non significa solo ottenere un risultato, ma costruire una relazione efficace, restare nel processo e sviluppare consapevolezza mentale.
Allenare la mente significa permettere all’atleta di esprimere il proprio potenziale nel rispetto di sé e del cavallo.

📚 Riferimenti scientifici

• Keeling, L. J. et al. (2009) – Human–horse interactions and horse welfare

• Ardern, C. L. et al. (2013) – Psychological responses after injury

• Gould, D., Maynard, I. (2009) – Psychological preparation for performance

Dott.ssa Margherita Romito – Dott.ssa Elena UbertiSport Mindset Agency

Allenare l’errore – Parte 2

Tecniche, allenamento e ruolo dell’allenatore secondo il metodo SMA

Nel precedente articolo abbiamo esplorato la dimensione psicologica dell’errore e il suo impatto sulla crescita atletica.
In questa seconda parte entriamo invece nel cuore operativo: come si gestisce l’errore e come viene allenato concretamente nei progetti SMA team.

Saper reagire in modo funzionale a uno sbaglio è una competenza mentale che si costruisce, esattamente come la tecnica o la condizione fisica.

Gestire l’emozione dopo l’errore: tecniche utilizzate in SMA team

I secondi immediatamente successivi a un errore sono decisivi.
L’atleta vive un picco emotivo e fisiologico che può compromettere l’azione successiva, soprattutto se non dispone di strumenti adeguati.

Nei percorsi di SMA team vengono insegnate e personalizzate alcune strategie chiave:

1. Regolazione fisiologica

Routine di respirazione, espirazioni lente e tecniche corporee che aiutano il sistema nervoso a ritrovare stabilità.
Queste vengono utilizzate in molti progetti SMA, anche con giovani atleti.

2. Self-talk funzionale

Frasi brevi e chiare che riportano l’attenzione al compito, come:
«Riparto», «Prossima azione», «Questo è un dato, non un giudizio».
Il dialogo interno è un elemento centrale della metodologia SMA.

3. Ancoraggi attentivi

Gesti simbolici e immediati — come stringere il pugno o toccare un punto del campo — che aiutano a tornare nel presente, spezzando il ciclo della ruminazione.

L’obiettivo non è eliminare l’emozione, ma riconoscerla e regolarla per poter proseguire con lucidità.

L’errore: la palestra della resilienza

L’allenamento è il luogo ideale in cui normalizzare l’errore e togliere allo sbaglio la connotazione di minaccia.

Nei progetti realizzati da SMA team con club e settori giovanili, vengono spesso introdotte:

• situazioni di allenamento ad alta probabilità di errore,

• feedback immediati e precisi,

• momenti di riflessione guidata,

• focus sul processo e non solo sul risultato.

L’obiettivo è trasformare l’ambiente di allenamento in uno spazio psicologicamente sicuro, dove sperimentare non è un rischio ma un atto di crescita.

Il ruolo dell’allenatore nel metodo SMA

Gli allenatori sono figure fondamentali nella gestione dell’errore.
Una buona parte del lavoro psicologico svolto da SMA team con staff tecnici riguarda proprio la costruzione di un clima che supporti l’apprendimento.

Un allenatore in linea con il metodo SMA:

• utilizza un linguaggio non punitivo;

• calibra le sfide in modo progressivo;

• valorizza l’impegno oltre al risultato;

• sostiene l’autonomia decisionale dell’atleta.

Questo tipo di clima favorisce resilienza, coraggio e disponibilità a prendersi rischi funzionali.

Dopo la gara: dall’errore alla strategia di miglioramento

Il momento di analisi successivo alla gara è un punto cruciale.
All’interno di SMA, molti progetti prevedono schede, video review e confronti guidati per aiutare l’atleta a leggere lo sbaglio con lucidità.

Durante la revisione:

• si distinguono i fattori tecnici, tattici, fisici e psicologici;

• si identificano elementi controllabili e non;

• si formula un piano di miglioramento concreto.

Il passaggio dall’emozione all’analisi è una delle competenze più preziose che SMA team cerca di coltivare.

Conclusione – Quando l’errore diventa un alleato

Saper gestire l’errore significa saper gestire la propria crescita.
Quando l’atleta smette di temere lo sbaglio e impara a leggerlo, allora sviluppa quella maturità sportiva che SMA team promuove in ogni suo intervento.

L’errore, da minaccia, diventa così ciò che è sempre stato:
un alleato silenzioso, ma potentissimo, nel percorso di evoluzione sportiva.

Tecla Oliveri– Psicologa dello Sport di SMA team

Perché l’errore spaventa – Parte 1

Come SMA team lavora per trasformare l’errore in crescita

Nel percorso sportivo, l’errore viene spesso percepito come una minaccia: qualcosa da evitare, correggere o eliminare il prima possibile. Tuttavia, l’esperienza clinica e sul campo dei professionisti di SMA team mostra un quadro molto diverso.
L’errore non è un antagonista da combattere: è una componente strutturale della prestazione e una delle principali opportunità di sviluppo per l’atleta.

All’interno dei progetti che SMA porta avanti con squadre, federazioni e atleti individuali, la gestione dell’errore è considerata un vero allenamento psicologico. Il modo in cui un atleta vive, interpreta e reagisce allo sbaglio influenza profondamente la sua crescita sportiva e personale.

Perché l’errore fa così paura? La dimensione psicologica

L’errore tocca corde molto profonde: mette in dubbio le proprie capacità, minaccia l’immagine di sé e attiva la paura del giudizio. Per molti atleti — soprattutto giovani — sbagliare significa rischiare di deludere l’allenatore, i compagni, i genitori o il pubblico.
Questa pressione genera ansia, irrigidimento e comportamenti di evitamento che, paradossalmente, aumentano la probabilità di sbagliare di nuovo.

Nei percorsi di SMA team lavoriamo proprio su questo: aiutare l’atleta a distinguere lo sbaglio dal proprio valore personale, rendendo l’errore un dato da osservare e non un’etichetta. È un processo che libera energia mentale e restituisce lucidità.

Errore come feedback: allenare la mentalità di crescita

Uno dei pilastri metodologici di SMA è la growth mindset.
Secondo questa prospettiva, le abilità non sono qualcosa di fisso, ma competenze che si costruiscono nel tempo.
L’errore diventa così un’informazione preziosa: indica dove intervenire e orienta il miglioramento.

Nel lavoro con atleti e staff, SMA team favorisce l’acquisizione di questa mentalità aiutando gli sportivi a:

• separare l’identità personale dalla singola prestazione;

• interpretare l’errore in modo costruttivo e non giudicante;

• mantenere motivazione e stabilità emotiva anche nei momenti critici;

• vedere le sfide come parte naturale del percorso.

La crescita psicologica diventa quindi parte integrante della crescita atletica, non un’aggiunta opzionale.

Conclusione – Il primo passo per cambiare il rapporto con l’errore

Questa prima parte mette a fuoco ciò che spesso non viene allenato abbastanza: la percezione dell’errore.
Prima ancora delle tecniche, delle routine o della revisione post-gara, è necessario sviluppare una visione più sana e costruttiva dello sbaglio.

È esattamente ciò che, ogni giorno, i professionisti di SMA team cercano di trasmettere nei loro progetti: una cultura sportiva che non demonizzi l’errore, ma lo utilizzi come materia prima della crescita.

Di Tecla Oliveri– Psicologa dello Sport di SMA team

Quando il trauma incontra l’EMDR

Quando il trauma incontra l’EMDR

Il valore del lavoro in équipe nella riabilitazione mentale di un calciatore d’élite

Nel mondo del calcio professionistico, la narrazione più diffusa ruota attorno ai gol, ai record e alla gloria. Ma c’è una parte della storia che raramente trova spazio: quella che inizia quando il corpo si rompe, la carriera si interrompe e la mente rimane sola con un ricordo che brucia.

È in quei momenti che il lavoro psicologico diventa fondamentale.
Ed è proprio in questa fase delicata che un calciatore riconosciuto — figura nota e rispettata nell’ambiente, con un passato ad alto livello — ha scelto di rivolgersi a noi.

Non citeremo il nome per ragioni di privacy, ma il suo percorso merita di essere raccontato, perché rappresenta ciò che lo sport raramente mostra: la rinascita interiore di un atleta dopo un trauma.

Un crociato rotto non è solo un infortunio: è una frattura nella fiducia

L’infortunio non lascia solo un segno sul ginocchio, segna un prima e un dopo, come una linea invisibile che divide ciò che l’atleta era da ciò che teme di non poter più essere.

Paura di rifarsi male.
Paura di non essere più all’altezza.
Paura di deludere.

Sono emozioni che non si vedono nei referti medici, ma che restano impresse nel corpo, nelle immagini mentali, nei ricordi intrusivi.
E per affrontarle serve molto più della fisioterapia: serve un lavoro integrato, profondo, competente.

Ecco perché, quando è entrato nel nostro studio SMA di Milano ha trovato una squadra per la sua mente, per la sua storia, per la sua identità sportiva.

Tra psicoterapia e EMDR 

Martedì 18 novembre 2025 abbiamo registrato — con il suo consenso — parti selezionate della seduta di EMDR. L’obiettivo è quello di mostrare cosa significa davvero lavorare sul trauma nello sport. La tecnica EMDR, uno strumento riconosciuto a livello internazionale per la rielaborazione dei traumi, ha l’obiettivo di ridurre la carica emotiva legata all’infortunio, trasformando quelle immagini dolorose in ricordi meno disturbanti. Lavorare sulle credenze negative (“sono finito”) e sostituirle con cognizioni funzionali (“mi fido del mio corpo”, “sto tornando forte”).
Rimettere in dialogo corpo ed emozioni.

La sessione dedicata all’integrazione sportiva era finalizzata a:
• riconoscere i segnali di fiducia corporea
• introdurre routine mentali pre-gara
• lavorare sull’identità dell’atleta post-infortunio
• preparare il ritorno in campo anche dentro di sé

Perché un crociato rotto guarisce in mesi. Ma la fiducia prende più tempo.
E va allenata con la stessa cura (se non di più) riservata alla forza, alla tecnica, alla tattica.

Il valore del lavoro in équipe: nessuno si rialza da solo

In SMA crediamo profondamente che il miglior risultato nasca dalla sinergia tra professionisti. Non esiste una sola figura che possa accompagnare da sola un atleta attraverso un trauma complesso.
Serve la psicologia per ricostruire fiducia, routine e identità. È in questo spazio di collaborazione che nasce il vero cambiamento: nell’unione di competenze diverse, nel dialogo continuo, nella capacità di guardare l’atleta come persona nella sua interezza.

E il nostro lavoro con questo calciatore lo dimostra: non stiamo accompagnando solo un ginocchio verso la guarigione. Stiamo accompagnando un uomo, la sua storia sportiva, il suo coraggio, la sua voglia di tornare.

La ricerca lo conferma: la mente può ostacolare la guarigione, ma può anche accelerarla in modo sorprendente quando viene coinvolta nel modo giusto.

Il trauma non è una debolezza. È una cicatrice che può diventare un punto di forza, se rielaborata. Il nostro obiettivo, come équipe, non è cancellare ciò che è accaduto.
È cambiare il significato che ha per l’atleta. Perché ogni storia di ritorno non inizia dal fisico che recupera, ma dalla mente che decide di fidarsi di nuovo.

SMAteam — Psicologia dello Sport, Psicoterapia, Ricerca, Formazione
Dove lo sport incontra la mente. Dove la prestazione incontra la persona. Dove ogni atleta può rinascere più forte di prima.

Moseley, G. L., & Butler, D. S. (2020). Explain Pain Supercharged. NOI Group.

Korn, D. L. (2009). “EMDR and Performance Enhancement: Use of EMDR Protocols with Athletes.” Journal of EMDR Practice and Research, 3(4), 248–257.

Shapiro, F. (2018). Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) Therapy: Basic PrinciplesProtocols, and Procedures. Guilford Press.

Dott.ssa Elena Uberti e Dott.ssa Martina Manzoni – SMAteam

Le aspettative nello sport: pressione o stimolo motivazionale?

Le aspettative sono una presenza costante nel mondo sportivo: quelle che l’atleta ha verso se stesso, quelle dei genitori, degli allenatori, dei compagni e, nei casi più esposti, dei tifosi.
In adolescenza – fase in cui l’identità è ancora in costruzione e il bisogno di approvazione è intenso – il peso delle aspettative può amplificarsi fino a incidere sul benessere psicologico e sulla prestazione.

Ma le aspettative sono sempre una forma di pressione?
Oppure, se gestite con consapevolezza, possono diventare un potente stimolo motivazionale?

Le aspettative rappresentano le anticipazioni di risultato che ciascun atleta formula rispetto a sé o agli altri.
Possono essere realistiche o idealizzate, esplicite o implicite, e influenzano direttamente la percezione di autoefficacia, la motivazione intrinseca, la gestione dell’ansia e la performance effettiva.

👉 Quando diventano prescrittive (“non puoi sbagliare”), generano paura e rigidità.
👉 Quando invece sono orientate al processo (“fai del tuo meglio”, “impara da ogni gara”), alimentano fiducia e motivazione.

Il punto, quindi, non è eliminare le aspettative, ma educarle.
Aiutare atleti e allenatori a riconoscerle e trasformarle in strumenti di crescita è uno dei lavori che come SMAteam portiamo avanti quotidianamente all’interno delle società sportive e nei percorsi individuali.
Attraverso incontri, esercitazioni e confronti condivisi, accompagniamo gli atleti a comprendere da dove nascono le loro aspettative, come queste influenzano il dialogo interno e come possono essere trasformate in obiettivi concreti e realistici.

Nel lavoro sul campo, spesso osserviamo che un atleta in difficoltà non è “demotivato”, ma semplicemente imbrigliato in aspettative rigide – proprie o altrui – che lo allontanano dal piacere di giocare e dalla libertà di migliorarsi.

Allenare una mente flessibile significa restituire all’atleta la possibilità di scegliere come interpretare la pressione: non come un peso, ma come un segnale di importanza, una spinta a dare senso all’impegno quotidiano.

🎯 Le aspettative non vanno combattute: vanno comprese, educate e trasformate in fiducia.

Di Chiara Feno & Elena Uberti psicologi dello sport di SMAteam

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