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L’effetto Sinner-Musetti: quando la forza mentale diventa contagiosa

Due italiani in semifinale al Roland Garros dopo sessant’anni. Non è solo una questione di talento, ma anche di modello e spinta collettiva.

È di nuovo un momento storico per il tennis italiano. Dopo sessant’anni, due giocatori azzurri approdano contemporaneamente alle semifinali del Roland Garros, uno dei tornei più ambiti del circuito mondiale. Jannik Sinner, con una prestazione solida e decisa, ha liquidato il kazako Sascha Bublik in tre set secchi. Lorenzo Musetti, dal canto suo, ha firmato un’autentica impresa contro Frances Tiafoe, guadagnandosi un posto tra i migliori quattro di Parigi, dove sfiderà il campione in carica Carlos Alcaraz.
Ma ciò che colpisce, oltre al valore tecnico, è la tenuta mentale con cui questi ragazzi stanno affrontando sfide sempre più grandi. La testa fa la differenza, e questi risultati lo confermano. Non è solo il braccio a portare in semifinale, ma una mente costruita, solida, lucida nei “Big Point”.

Quando un italiano arriva così in alto, accade qualcosa di potente anche intorno a lui: cambia la percezione del possibile. I successi di Sinner e Musetti non restano confinati nei tabelloni internazionali, ma si riflettono nei sogni – e nella motivazione – dei tanti giovani che si allenano ogni giorno in Italia.

Questi atleti hanno fin da piccoli incontrato nel loro percorso il sistema delle selezioni nazionali dove è ormai da anni prevista la presenza del preparatore mentale. Ai tempi erano ragazzi molto giovani, ma già allora avevano iniziato ad avvicinarsi alla dimensione mentale della performance. Con un team di psicologi dello sport (tra cui la Dott.ssa Elena Uberti, co-fondatrice di Sport Mindset Agency) si è lavorato fin da subito sull’aspetto della consapevolezza: attraverso il confronto tra le percezioni degli atleti e quelle degli allenatori, si è cominciato a costruire un’immagine solida e realistica dei punti di forza, prima ancora di parlare di debolezze dell’avversario. Un lavoro sottile ma fondamentale, che ha messo le basi per lo sviluppo della fiducia e dell’identità sportiva.

Facciamo riferimento a tutto l’attuale movimento italiano: vedere un pari età, un volto familiare, salire sul palcoscenico dei più grandi riduce quella distanza percepita tra l’ideale e il reale. Il campione smette di essere solo un mito irraggiungibile e diventa un riferimento tangibile: “se ce l’ha fatta lui, posso farcela anch’io”. È in quel confronto orizzontale, tra pari, che si attiva una delle leve più potenti per il miglioramento individuale: l’identificazione.

Non c’è motivazione più autentica del sentirsi parte di qualcosa che evolve, che cresce. Quando nel gruppo qualcuno riesce a compiere un salto di qualità, anche gli altri iniziano a percepire la scalata come possibile. La forza mentale diventa allora contagiosa, si allena nel confronto, si rinforza nell’esempio.
Ecco perché, in un momento come questo, parlare di “preparazione mentale” non è un lusso, ma una necessità.
I risultati non si costruiscono solo con i servizi vincenti, ma anche nella capacità di restare lucidi, affrontare la pressione, sostenere l’aspettativa e – soprattutto – credere fino in fondo di meritarsi quel posto.

Il Roland Garros 2025, con due italiani a un passo dalla finale, non è solo una pagina di storia sportiva.
È una finestra aperta sul potenziale umano che si sprigiona quando il talento incontra la consapevolezza.
L’augurio è che in tanti, guarderanno al lavoro sulla consapevolezza, con occhi diversi.

 

Elena Uberti

Dalla testa al traguardo: il potere delle routine mentali per il benessere e la performance

Se pratichi uno sport, a qualsiasi livello, ti sarà capitato almeno una volta di pensare: “La testa oggi non c’era”, oppure “Fisicamente stavo bene, ma mentalmente no”. Succede spesso. Perché la verità è che la mente gioca un ruolo enorme nella performance, anche se spesso la sottovalutiamo.

Negli ultimi anni, anche grazie agli esempi di atleti professionisti, si parla sempre di più di preparazione mentale. Ma pochi sanno davvero come funziona e, soprattutto, come allenarla concretamente. È proprio di questo che voglio parlarti oggi.

Ma cosa significa davvero “preparazione mentale”? E perché sempre più atleti, professionisti e amatoriali, adottano routine mentali per migliorare le proprie prestazioni?

Routine mentali: cosa sono e perché fanno la differenza

Le routine mentali sono piccole strategie che aiutano l’atleta a prepararsi mentalmente prima, durante e dopo una prestazione, mantenendo equilibrio, concentrazione e fiducia.

Non si tratta di riti scaramantici o frasi motivazionali vuote, ma di strumenti concreti, studiati e adattabili a ogni atleta, in base alla sua età, al suo sport e ai suoi obiettivi.

Le tre fasi della routine mentale

Costruire una routine mentale significa individuare piccoli gesti o pensieri da inserire nei momenti chiave dell’esperienza sportiva:

Prima della gara o dell’allenamento

“Come ti prepari influenza come ti esprimi.”

  • Visualizzazione positiva: immagina, anche solo per 1-2 minuti, come vuoi affrontare l’allenamento o la gara. Concentra l’attenzione su ciò che puoi controllare.
  • Respirazione consapevole: pochi respiri profondi aiutano a rallentare corpo e mente, creando uno spazio di calma prima dell’azione.
  • Frasi guida: brevi affermazioni positive e realistiche, che aiutano a focalizzare (es. “Mi fido del mio corpo”“Porto attenzione su quello che sto facendo”).

Durante la prestazione

“Gestire la mente nel momento è un’abilità che si può allenare.”

  • Parole-àncora: termini brevi da ripetere per tornare al presente nei momenti più intensi (es. “Respira”“Spingi”“Ci sono”).
  • Gestione dell’errore: saper accettare un errore, respirare, e rientrare in partita fa spesso la differenza. Serve allenamento mentale anche per questo.

Dopo la gara o l’allenamento

“Anche la mente ha bisogno di recuperare e ricaricarsi.”

  • Debriefing mentale: riconosci cosa ha funzionato, cosa puoi migliorare, cosa ti porti alla prossima volta.
  • Gratitudine per l’impegno: imparare a vedere valore anche nelle giornate “no” aiuta a coltivare motivazione e autostima a lungo termine.

Un esempio concreto: Michael Phelps e la visualizzazione

Michael Phelps, pluricampione olimpico, usava una routine mentale precisa: ogni sera, visualizzava le sue gare nei minimi dettagli.

Nel 2008, durante una finale, gli si riempirono d’acqua gli occhialini. Panico? No. Aveva già “vissuto” quella situazione decine di volte nella sua mente. La visualizzazione lo ha aiutato a restare lucido e a vincere comunque.

Un piccolo esercizio da provare già da oggi

Ti proponiamo un esempio di mini-routine che puoi testare nel tuo sport, anche a livello amatoriale:

  1. 30 secondi di respirazione lenta (inspira per 4, trattieni per 4, espira per 6).
  2. Visualizza un momento in cui ti sei sentito efficace, presente, centrato.
  3. Ripeti una frase semplice e positiva che ti aiuti a entrare nel giusto mindset.
  4. Dopo la sessione, scrivi due cose che ti sono piaciute e una su cui vuoi migliorare.

Piccoli gesti, grande impatto.

Conclusione

SMATeam crediamo che benessere e performance vadano di pari passo. Le routine mentali aiutano l’atleta a sentirsi più consapevole, stabile e pronto ad affrontare sfide e difficoltà.
Non servono strumenti complicati, ma costanza, allenamento e supporto professionale.

Federica Cominelli

Psicologa dello Sport

Il rientro di Sinner: la psicologia dello sport tra sospensione, identità e resilienza

Il ritorno di Jannik Sinner agli Internazionali d’Italia non è solo una notizia sportiva: è anche un’occasione di riflessione sul mondo interiore degli atleti di alto livello. Dopo tre mesi di sospensione brusca dalla sua carriera, Sinner si prepara a rientrare in campo con una “mentalità un po’ diversa, come ha dichiarato lui stesso nell’intervista al TG1.

La psicologia ci invita a interrogarci su cosa possa accadere nella mente di un atleta costretto a fermarsi per così tanto tempo dalle competizioni. Come si rientra davvero in campo, non solo fisicamente ma anche psicologicamente?

Quando si ha l’occasione di ripartire, con più forza di prima

Per un atleta come Sinner, tornare in campo dopo uno stop così lungo non significa solo ricominciare a vivere l’adrenalina del match, ma farlo portando con sé tutto quello che ha attraversato come persona. Le pause forzate possono essere sfruttate come occasioni per conoscersi meglio e tornare in contatto con i propri valori.

La fatica di allenarsi senza l’obiettivo di una competizione nel breve termine, la pressione mediatica, il peso di dover lasciarsi alle spalle una vicenda spiacevole: tutto questo può mettere alla prova l’atleta. Ma al momento del rientro, si scende in campo inevitabilmente con qualcosa in più di prima. Di certo con la consapevolezza di aver resistito e aver continuato a lottare per i propri obiettivi, anche nei momenti più difficili.

La forza di Sinner, allora, non sarà solo quella che è in grado di imprimere sulla prima servizio o nella rotazione della palla sul diritto, ma anche quella silenziosa che ha costruito ogni giorno in questi tre lunghi mesi, quando nessuno guardava. È questa la forza che rende un ritorno non solo possibile, ma anche più denso di significato.

Il rientro: tra pressione e riscatto

Tornare in campo dopo una pausa forzata significa confrontarsi con almeno tre sfide mentali: il giudizio esterno, le aspettative personali e il bisogno di ritrovare sé stessi. Sotto i riflettori di Roma, Sinner non rientrerà soltanto sulla terra rossa con la sua racchetta in mano, ma tornerà con una pesante storia superata: quella di un giovane atleta che ha gestito l’accusa, la sospensione, il senso di ingiustizia e la rielaborazione psicologica di tutto ciò in un periodo senza dubbio intenso.

In psicoanalisi, questo processo si chiama “momento di incontro”, Stern descrive come certi eventi (come traumi, passaggi, pause) interrompano la continuità del sé e richiedano un riassestamento. Lo stop di Sinner può essere visto come una transizione critica: un passaggio che, se supportato adeguatamente da riferimenti di valore, può rafforzare la resilienza dell’atleta e ricontattare le motivazioni più profonde. Tuttavia, queste fasi possono divenire “disfunzionali” se vissute senza un adeguato supporto, l’atleta può rischiare di sperimentare un’insicurezza che minacci la qualità della sua prestazione.

Il ruolo della mente nella prestazione

La frase di Sinner “sono molto contento di rientrare, ma con una mentalità un po’ diversa” è centrale. Può essere interpretata come la consapevolezza che l’esperienza vissuta abbia lasciato un segno dentro di sé, ma anche il desiderio di tornare più forte di prima. Questo è uno passaggio chiave nel percorso di crescita di un atleta: accettare il cambiamento, l’imprevisto, integrare il vissuto e fare spazio alla ricerca di nuovo equilibrio identitario. Alcune domande utili possono guidare questo processo: chi sono quando non gioco a tennis? Quanto valgo come persona se il mio ranking scende? Chi voglio essere ora che torno a competere? Come integro la ferita subita con il desiderio di riscatto?

 

Il contributo di SMAteam: oltre il campo a supporto della persona

Proprio per il supporto alla persona (prima ancora che all’atleta) si sviluppa il lavoro di SMAteam (Sport Mindset Agency), che da anni accompagna atleti, squadre e staff tecnici in percorsi di preparazione mentale e supporto psicologico personalizzato. L’obiettivo non è solo ottimizzare la performance, ma aiutare ogni atleta a ritrovare centratura, motivazione e senso, anche nei momenti più complessi del proprio percorso sportivo.

Il caso di Sinner evidenzia quanto oggi sia fondamentale affiancare al lavoro tecnico e fisico anche un lavoro psicologico strutturato con professionisti specializzati. Non basta che qualcuno dica “cosa fare”: bisogna anche essere preparati sul come esserci, dentro ogni fase del proprio percorso, fatto di imprevisti e ostacoli, con una mente presente e consapevole.

Lo sport come spazio di evoluzione

Il caso di Sinner ci ricorda che il tennis è anche un terreno esistenziale: i match si giocano in campo, ma anche dentro di sè. Le pause interrompono un flusso che a volte sembra continuo e inarrestabile. Eppure, ogni stop può diventare un’occasione unica in cui investire energie per crescere a livello psicologico.

SMAteam continua a promuovere una cultura sportiva che integri competenze psicologiche nel quotidiano di atleti e staff. Perché è proprio lì, nel quotidiano, che si costruisce il tipo di mentalità di cui parlava Sinner: quella più consapevole.

La psicologia dello sport e la psicoterapia possono offrire strumenti concreti per attraversare queste transizioni: dal lavoro sull’autoefficacia alla gestione dell’ansia, dal dialogo interiore alla rielaborazione emotiva degli eventi critici. Oggi più che mai è evidente quanto questi aspetti siano determinanti per sentirsi davvero pronti.

A Roma non tornerà solo un numero uno del tennis, ma un giovane uomo che ha vissuto una complessa prova di vita e che, forse, potrà costituire una delle sue più grandi risorse interne.

Elena Uberti

SMATeam nella King’s League: la preparazione mentale per atleti e staff

La King’s League non è solo un evento sportivo, ma una vera e propria rivoluzione nel mondo del calcio. Il suo approccio innovativo, che mescola la tradizione del calcio con dinamiche moderne e coinvolgenti, ha dato vita a una nuova era di sportivi e spettatori.
In questo contesto, gli atleti affrontano sfide che vanno oltre le normali aspettative tecniche e fisiche, trovandosi a gestire una pressione psicologica senza precedenti.
Proprio per questo, l’integrazione della psicologia dello sport nello staff tecnico diventa un elemento fondamentale per supportare i giocatori nell’affrontare le sfide quotidiane, dentro e fuori dal campo.

La competizione nella King’s League si distingue per un ambiente ad alta intensità: il tempo ridotto, gli imprevisti, le luci e i suoni che invadono lo spazio sono solo alcuni dei fattori che creano una cornice adrenalinica. Se da un lato questi stimoli possono essere emozionanti, dall’altro aggiungono un carico psicologico che può influenzare le prestazioni. A ciò si sommano l’impatto mediatico, le interazioni con il pubblico e la diretta streaming, che amplificano ulteriormente la pressione. Gli atleti non sono solo chiamati a competere contro gli avversari, ma a gestire il rumore e l’attenzione che il contesto moderno impone.

In questo scenario, la preparazione mentale non è più una semplice aggiunta, ma una vera e propria necessità. Come affermato da Anderson e Williams (2009), la mente è il muscolo più potente di un atleta”. La psicologia dello sport non solo aiuta gli atleti a rafforzare la propria resilienza, ma li prepara ad affrontare e superare le sfide emotive, la gestione dello stress e le aspettative che un contesto competitivo così visibile impone.

La preparazione mentale è, infatti, il segreto che permette a un atleta di affrontare la pressione senza esserne sopraffatto. Nel contesto dinamico e imprevedibile della King’s League, dove situazioni come il calcio di rigore, gli shootout o le interazioni con il pubblico possono alterare il normale flusso della partita, è essenziale che gli atleti imparino a vedere questi elementi come parte integrante del gioco, non come ostacoli.
Se non allenati, questi fattori possono compromettere la performance e limitare i livelli direndimento. La tensione derivante dalle aspettative esterne e la visibilità mediatica possono infatti minare la sicurezza degli atleti. È proprio in queste situazioni che il supporto di un preparatore mentale diventa determinante: il nostro ruolo è aiutare i giocatori a riconoscere, accettare e sfruttare questi stimoli come opportunità di crescita, piuttosto che come criticità da evitare.

SMATeam è entusiasta di essere parte di questo progetto innovativo. Da anni ci impegniamo a dimostrare quanto la preparazione mentale sia un fattore determinante nell’allenamento degli atleti. Nella King’s League, questa necessità è amplificata dalla natura della competizione, che richiede una gestione psicologica speficica. Il nostro obiettivo è affiancare gli atleti non solo durante le competizioni, ma anche nel loro percorso di crescita personale e sportiva. Il preparatore mentale non si limita ad essere una figura di supporto nel momento del bisogno, ma è una presenza costante che lavora sul benessere psicologico degli atleti, aiutandoli a mantenere la calma e la lucidità sotto pressione.

Nella prima fase abbiamo lavorato individualmente con atleti e membri dello staff, mentre nellaseconda fase del lavoro abbiamo introdotto un ulteriore strumento per affinare il percorso di crescita mentale: un sistema di valutazione che confronta la percezione interna degli atleti sulle proprie abilità mentali con la valutazione esterna fornita dai membri dello staff tecnico. Attraverso video-analisi, incontri di gruppo e questionari specifici, stiamo analizzando aree chiave come la gestione dello stress, la fiducia, la focalizzazione, la gestione dell’errore e della rabbia, con l’obiettivo di costruire basi solide per progetti di sviluppo individuale.
Questa metodologia consente di raccogliere dati preziosi sia per il miglioramento personale dei giocatori, sia per fornire allo staff strumenti concreti per conoscere più a fondo il potenziale di ciascun atleta. Alcuni atleti stanno inoltre avviando percorsi di preparazione mentale ancora più specifici, in vista dei match più importanti, segno della crescente consapevolezza dell’importanza di lavorare non solo sul fisico, ma anche sulla mente.

Ogni atleta coinvolto nella King’s League deve essere pronto a gestire le sfide impreviste che si presentano durante le partite, non solo dal punto di vista fisico, ma anche mentale. La capacità di reagire in tempo reale alle difficoltà, mantenendo alta la concentrazione, è la chiave per emergere in un contesto così competitivo. Come sottolineato dalla Dott.ssa Elena Uberti e dal Dott. Sandro Anfuso, soci fondatori dello SMAteam, il vero segreto del successo sta nella capacità di trasformare le difficoltà in opportunità. Questo approccio è il cuore del nostro lavoro con gli atleti e lo staff delle ZEBRAS, che stanno partecipando ad un ciclo di sessioni individuali per allenarsi ad affrontare le sfide quotidiane con resilienza e determinazione.

SMATeam è onorato di supportare un progetto così innovativo, mettendo a disposizione la nostra esperienza nella psicologia dello sport. La King’s League è l’occasione perfetta per dimostrare che, indipendentemente dal livello o dall’età, la preparazione mentale è essenziale nella ricerca dell’eccellenza sportiva e personale. La mentalità vincente si costruisce con il tempo e l’impegno, proprio come qualsiasi altra abilità, ed è ciò che fa la differenza tra chi spera di emergere e chi emerge.

Elena Uberti
Psicologa dello Sport e Co-fondatrice di SMATeam

Lo sport come risorsa educativa e il contributo dello psicologo dello sport per uno sviluppo funzionale dell’adolescente

In un mondo in cui gli adolescenti si trovano esposti a molteplici pressioni sociali, scolastiche e familiari, lo sport rappresenta uno dei contesti più potenti in cui possono trovare una direzione, un’identità e un senso di appartenenza. Ma lo sport non è solo movimento e competizione: è un vero e proprio ambiente educativo che può contribuire in modo determinante alla prevenzione di comportamenti devianti e allo sviluppo psicologico sano nei giovani.

A livello giovanile, lo sport non si limita all’allenamento del fisico, ma riveste un ruolo importante sulla formazione della personalità. Le regole, la disciplina, il rispetto dell’altro, il concetto di squadra e la gestione della sconfitta sono alcuni elementi che contribuiscono alla crescita personale e sociale del giovane atleta. Imparare a rispettare un avversario, a seguire indicazioni, a collaborare con i compagni e a gestire le emozioni in situazioni di stress sono competenze trasversali alla vita quotidiana.

Queste esperienze favoriscono lo sviluppo di valori prosociali, che rappresentano un potente antidoto contro il rischio di comportamenti devianti, come l’aggressività non controllata, il bullismo, l’abuso di sostanze o l’isolamento sociale, ecc.

L’adolescenza è una fase delicata e complessa dello sviluppo umano, segnata da cambiamenti ormonali, ricerca d’identità, bisogno di riconoscimento e confronto con l’altro. In assenza di riferimenti stabili e spazi sicuri di espressione, il rischio di smarrirsi aumenta. È proprio qui che lo sport entra in gioco, non solo come alternativa a esperienze negative e devianti, ma come contesto contenitivo e strutturante, dove l’adolescente può sperimentare se stesso in modo protetto.

Tuttavia, il solo fatto di praticare uno sport non garantisce automaticamente un effetto preventivo. È necessario che il contesto sportivo sia attento, sano, inclusivo, supportivo. E qui entra in scena una figura chiave: lo psicologo dello sport.

Lo psicologo dello sport è molto più di un esperto di performance: è una figura che lavora a stretto contatto con atleti, allenatori e famiglie per promuovere il benessere mentale, la crescita personale e relazionale, e la costruzione di un’identità solida e resiliente.

Affiancando i giovani atleti adolescenti, lo psicologo può:

  • favorire la gestione dell’ansia da prestazione e delle aspettative esterne;
  • sostenere l’autostima e l’identità personale, aiutando il ragazzo a non identificarsi unicamente con il risultato sportivo;
  • intervenire precocemente in situazioni di disagio, come segnali di burnout, isolamento, comportamenti a rischio o relazioni tossiche;
  • formare gli adulti di riferimento (allenatori e genitori) a comunicare in modo efficace e motivante e ad una gestione funzionale di squadre e gruppi sportivi contribuendo alla creazione di un clima sportivo positivo.

Quando lo psicologo è parte integrante del contesto sportivo, lo sport diventa uno spazio di crescita globale: il giovane atleta non solo migliora fisicamente, ma impara a conoscersi, ad ascoltarsi e a costruire relazioni sane.

In un’epoca in cui la salute mentale degli adolescenti è sempre più al centro dell’attenzione, riconoscere il valore educativo dello sport è fondamentale. Ma affinché questo valore si esprima appieno, è essenziale che ci sia una rete di adulti consapevoli e preparati, tra cui lo psicologo dello sport riveste un ruolo di primo piano.

Educare attraverso lo sport significa prevenire, proteggere e potenziare. Significa offrire ai ragazzi non solo un ambiente dove migliorare fisicamente, tecnicamente o atleticamente, ma un luogo dove imparare a diventare persone. Una società sportiva che integra la figura dello psicologo dello sport non solo migliora la performance degli atleti, ma investe nella loro salute mentale, nella prevenzione e nella formazione di persone consapevoli e resilienti.

Dott.ssa Maria Chiara Feno

Correre per connettersi: come l’”euforia del corridore” migliora il nostro benessere sociale

La sensazione di “euforia del corridore” (runner’s high) è da tempo un mistero affascinante. Originariamente descritta nel 1855 dal filosofo Alexander Bain (1), questa sensazione di felicità intensa è stata paragonata a un’estasi simile a quella di Bacco, il dio romano del vino. Il corridore e triatleta Scott Dunlap (2) riassume così la sensazione che prova quando corre: “lo equiparerei a due vodka Red Bull, tre ibuprofene, più un biglietto della lotteria vincente da 50 dollari in tasca”.

Ma non si tratta solo di corsa: ogni attività fisica prolungata che aumenti il battito cardiaco, come camminare, nuotare, danzare o praticare yoga, può suscitare questo stato di benessere.

Qual’è il significato di questa ricompensa? La teoria più recente sull’euforia del corridore è piuttosto audace: la nostra capacità di sperimentare questo tipo di euforia sarebbe legata alle vite dei nostri antenati che erano cacciatori e raccoglitori. Lo stato neurochimico che rende la corsa gratificante in origine poteva essere una ricompensa per sostenere la caccia e la raccolta da parte dei primi uomini. Ciò che oggi chiamiamo “euforia del corridore” potrebbe anche aver incoraggiato i nostri antenati a collaborare e a condividere il bottino di una caccia, favorendo la sopravvivenza del gruppo.

Nell’epoca moderna, la stessa euforia, raggiunta attraverso la corsa e altra attività fisica, può quindi elevare il nostro umore e facilitare la connessione sociale. Un esempio interessante arriva dalla Tanzania, terra che ospita gli Hadza, una delle ultime tribù esistenti di cacciatori-raccoglitori. Gli Hadza trascorrono gran parte della giornata a cacciare e/o a raccogliere piante: uomini, donne, e anziani praticano almeno due ore di attività fisica moderata al giorno (3). I componenti di questa tribù non solo non mostrano segni di malattie cardiovascolari, così diffuse nelle società industrializzate, ma ciò che è ancora più sorprendente è l’apparente assenza di altre due epidemie moderne: l’ansia e la depressione (4-5).

È impossibile dire se ciò abbia qualcosa a che fare con il loro stile di vita attivo, ma è anche difficile ignorarlo. David Raichlen, antropologo presso la University of Arizona, ipotizzò che le sostanze chimiche prodotte dal cervello durante un’attività prolungata fossero gli endocannabinoidi: le stesse sostanze chimiche mimate dalla cannabis o dalla marijuana. Molti effetti di queste sostanza sono coerenti con le descrizioni dell’euforia indotta dall’esercizio fisico, tra cui: il calo di preoccupazioni o stress, la riduzione del dolore, il rallentamento del tempo e l’amplificazione delle percezioni sensoriali (5).

In una ricerca del 2017 sul funzionamento del sistema endocannabinoide del cervello (6), gli scienziati hanno identificato 3 fattori che lo stimolano in modo significativo: l’intossicazione da cannabis, l’esercizio fisico e la connessione sociale. Gli stati psicologici più fortemente associati a bassi livelli di endocannabinoidi? Ansia e solitudine. Livelli elevati di endocannabinoidi aumentano quindi il piacere che deriva dall’essere vicino ad altre persone e riducono anche l’ansia sociale, che può ostacolare la connessione con l’altro. L’effetto del corridore, quindi, aiuta a creare legami.

È uno strano connubio, quello tra la corsa e il senso di appartenenza. Perché il nostro cervello collega l’attività fisica e la connessione sociale? La biologia dell’euforia del corridore si intreccia con la neurochimica della cooperazione, un legame che ci ha permesso l’evoluzione. L’esercizio fisico aumenta la sensibilità del cervello ai piaceri legati al sistema endocannabinoide, che amplifica non solo l’euforia del corridore, ma anche i piaceri sociali come la cooperazione, la condivisione, consentendo percezioni più spontanee di vicinanza, amicizia e appartenenza nei riguardi dei familiari, degli amici o degli estranei.

Il collegamento tra attività fisica e connessione sociale offre un motivo valido abbastanza per essere attivi durante la nostra quotidianità: se l’ansia e la depressione sono le nostre epidemie moderne, un passo verso la nostra natura ci può portare a una quotidianità più equilibrata e una maggiore soddisfazione della la propria vita (7).

 

REFERENZE

(1) Alexander Bain (1855), “The senses and the intellect, John W. Parker and Son, London.

(2) Scott Dunlap (2005), “Understanding the runner’s high”, 8 gennaio

(3) podcast “Story collider”

(4) Dennis M. Bramble, Daniel E. Lieberman (2004), “Endurance running and the evolution of Homo”, Nature, 432 (7015), 345-352.

(5) Raichlen et al. (2017), “Physical activity patterns and biomarkers of cardiovascular disease risk in hunter-gatherers”, American Journal of Human Biology, 29 (2).

(6) M.P. White et al. (2017) “Natural environments and subjective wellbeing: different types of exposure are associated with different aspects of wellbeing”, health and Place, 45, 77-84.

(7) Jaclyn P. Maher at al. (2014), “Daily satisfaction with life is regulated by both physical activity and sedentary behaviour” Journal of Sport and Exercise Psychology, 36 (2), 166-178.

 

Giada Cananzi

I 3 grandi errori mentali da evitare prima di una gara

Ti trovi in quei brevi istanti in cui tutto si decide. Il battito del cuore pulsa nel petto ad un ritmo continuo. Il corpo emana calore ed energia ad ogni tuo respiro. I muscoli si preparano a scattare in un battito di ciglia. Ascolti gambe e braccia per capire a che punto sei. Quei movimenti li hai realizzati decine e decine di volte in allenamento. Mentre ascolti le sensazioni del corpo ti parli nella mente, in modo calmo e deciso. Quelle parole sono solo tue, ti trasmettono quella sicurezza e quel conforto che ti serve ad ogni gara. Il momento è arrivato! Coi tuoi tempi ti metti in posizione ai blocchi di partenza. Le emozioni sono tante, forse troppe da riconoscere in poco tempo, ma per te rappresentano quel momento per cui ti sei allenato per mesi. Sei un tutt’uno con quello che fai, corpo e mente sono sincronizzati. Fai un ultimo respiro profondo, attendi finalmente lo sparo e…BANG!

Ogni atleta sa che questi attimi prima di una gara, o di un match, sono al tempo stesso i più intensi e i più complicati da vivere. Una minima distrazione può farti uscire dalla tua zona e complicarti la gestione del momento. Ogni piccolo dettaglio è un tassello del domino che deve stare al suo posto. In alcune discipline, dopo la partenza, si ha ancora modo di cambiare rotta e rifocalizzarsi, ma non tutti gli atleti dispongono di questa opportunità. In alcune specialità, infatti, un inizio impreciso può davvero compromettere un’intera prestazione.

Quali sono allora i 3 grandi errori mentali che un’atleta dovrebbe evitare prima di una gara?

Scopriamoli assieme!

Indipendentemente dal tipo di prestazione o di disciplina praticata, l’obiettivo di ogni atleta è sempre lo stesso: competere al meglio delle proprie possibilità dall’inizio della prestazione fino al suo termine. Eppure gli istanti prima di una gara sono così sensibili che basta anche solo una banale distrazione per esprimere una prestazione non all’altezza.

Il primo errore da evitare è molto comune: quello di pensare troppo avanti alla gara, anticipando le possibili conseguenze della vittoria o della sconfitta. Questo può succedere per vari motivi, a causa dell’elevato sforzo della preparazione, dalle aspettative di risultato o ancora dalla paura di fallire. Quando questo accade la propria concentrazione diventa molto meno selettiva, si perde il focus nel momento presente e la prestazione decade. Il vincere o il perdere non deve essere la principale preoccupazione dell’atleta. L’unico pensiero che deve avere è quello di seguire il proprio piano gara rimanendo nel processo, potremmo dire con una logica step by step sui propri fattori chiave. Se invece ci focalizziamo su elementi su cui non abbiamo il controllo, come ad esempio il risultato, stiamo sprecando le nostre energie fisiche e mentali su fattori indipendenti da noi. Tuttavia, considerare la vittoria come una conseguenza e non come il fine del nostro lavoro, è un “game changer” mentale ben più complesso a dirsi che a farsi.

Il secondo errore mentale piu comune è quello di voler “strafare” quando siamo di fronte ad un avversario piu forte. Di solito dietro a questo comportamento risiede la convinzione limitante che per poter battere il nostro avversario dobbiamo mettere in pratica una prestazione erculea, al di sopra delle nostre possibilità. Anche in questo caso l’atleta mette in gioco una quantità di energie esagerate, perdendo il contatto con ciò che è importante per lui ed allontanandosi da una prestazione ottimale. Tutto ciò che serve risiede già nella tua preparazione e nella routine che hai perfezionato. Rimanere nel presente e fare ciò per cui ti sei allenato, è molto piu efficace della ricerca di un piano gara improvviso. Fidati del lavoro che hai svolto e lascia che il tuo corpo si esprima liberamente.

Il terzo e ultimo errore mentale è quello di concentrarsi sugli aspetti negativi. Gli atleti che tendono a vedere la propria prestazione con delle lenti “in negativo”, di solito richiedono la perfezione nella propria performance o cercano di insistere con uno standard ideale difficile da soddisfare. È difficile considerarlo, ma all’interno di ogni competizione c’è un margine di errore, a volte molto sottile se siamo in competizioni di alto livello mentre, altre volte piu largo. Coltivare la falsa credenza che ogni giocata, ogni possesso o ognitiro, debba essere perfetto incrementa notevolmente lo stress percepito. I pensieri negativi sono l’anticamera della frustrazione e del pessimismo, condizioni che risucchiano energia e forza mentale. Per questo, prima di una gara, è importante lasciare andare i pensieri negativi e recuperare un atteggiamento positivo su ciò che si fa. È un mindset che richiede tempo e lavoro per poterlo concretizzare, non basta agirlo solo il giorno della gara, perché come tutti gli aspetti della preparazione sportiva, anche quella mentale ha bisogno di costanza e pratica.

Se ti senti preso in causa in una di queste “situazioni” evita di giudicarti. Sappi che sono tanti gli atleti che hanno vissuto questi momenti di forte stress almeno una volta nella propria carriera sportiva. Il problema non è viverli e tanto meno eliminarli, ma sapere che possiamo farvi fronte. Non esistono soluzioni magiche se non quelle del lavoro consapevole. Accogli questi momenti come parte del tuo processo di crescita e, se desideri lavorarci sopra, i professionisti del Team di SMA sono pronti e a tua disposizione.

Andrea MARTINETTI

Choking: quando il blackout arriva improvvisamente durante una performance

Ti è mai successo, durante una prestazione sportiva, di vivere all’improvviso un picco di ansia, un blackout inaspettato e, di conseguenza, un notevole crollo della tua performance?

Forse hai vissuto quello che nel mondo della Psicologia dello Sport definiamo Choking.

Che cos’è esattamente il Choking?

E’ definito Choking un acuto e considerevole declino nell’esecuzione delle abilità (tecniche, tattiche, fisiche, mentali) e della performance, causato da un aumento dei livelli di ansia innescato dalla percezione di sentirsi sotto pressione (Choking under pressure).

Quando può accadere?

Di solito accade in situazioni in cui potenzialmente l’atleta può performare al suo meglio, lo sa e ne è convinto, ma all’improvviso non riesce a causa delle PRESSIONI (interne e/o esterne) che percepisce.

Ma come faccio a capire se sto vivendo un momento di Choking o “semplici” eventi di Ansia da Prestazione?

Innanzitutto, il Choking è episodico: le sensazioni tra il prima e il dopo sono talmente nette che riesci a percepire chiaramente quando inizia e quando finisce e, al termine dell’episodio di Choking, puoi tornare rapidamente ai tuoi livelli di performance personale. Inoltre è specifico: può riguardare un momento particolare di una partita o di una gara, oppure può accadere sempre negli stessi momenti di una partita (ad esempio nel tennis quando si è sotto e si deve recuperare o, al contrario, quando si è sopra e si può vincere nettamente) oppure quando si presentano le stesse caratteristiche di gara (ad esempio in finale, contro un certo avversario, ecc..).

Ci sono inoltre alcuni sintomi fisici e psicologici che caratterizzano il Choking e che possono aiutarti a riconoscerlo. Tra i sintomi fisici più comuni, gli atleti riportano di sentire costrizione e tensione muscolare, mancanza di forza, pesantezza e stanchezza improvvisa, fino a fare esperienza di tremori e di instabilità. Tra i sintomi psicologici, invece, gli atleti affermano di sentirsi sopraffatti da uno stato di panico improvviso, enorme insicurezza, paura e fretta nel voler uscire dalla situazione percepita come insopportabile o “troppo grande” per loro.

Chiudiamo l’articolo con alcune tips di gestione del momento di Choking: se puoi esci dalla situazione stressante o allunga i tempi di pausa per riprenderti (staccare è importante e ti permette di ricentrarti); sposta il focus della tua attenzione dal risultato agli obiettivi di performance (tecnici, tattici, fisici e mentali) che ti sei dato/a per la partita/gara; usa un Self-Talk (dialogo interno) semplice e orientato all’azione; in generale semplifica al massimo la tua strategia di gara.

Infine, se ti accade spesso di vivere momenti di Choking, contatta uno Psicologo dello Sport e inizia un percorso di Mental Training che possa sostenerti nel ri-orientare le tue aspettative e farti vivere le tue performance in modo più consapevole, sereno e fiducioso delle tue potenzialità.

 

Se sei interessato/a ad approfondire questo fenomeno, ne abbiamo parlato nella nostra pillola Academy che puoi acquistare al seguente link:

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Valentina Marchesi

L’importanza della concentrazione nello sport: allenare la mente per migliorare la performance

La concentrazione è uno degli aspetti più importanti nella performance sportiva. Gli atleti che riescono a mantenere un alto livello di attenzione nei momenti decisivi hanno un vantaggio significativo rispetto a chi si lascia distrarre dagli eventi esterni o dai propri pensieri. La capacità di concentrarsi non è innata, ma si costruisce con allenamento, consapevolezza e pratica.
Chiunque può imparare a migliorare la propria attenzione e ottenere risultati straordinari, dentro e fuori dal proprio campo di azione.

Uno dei motivi per cui la concentrazione è così importante risiede nel fatto che lo sport richiede un grande equilibrio tra azione fisica e mentale. Tiger Woods, uno dei più grandi golfisti della storia, ha più volte parlato dell’importanza della concentrazione: “Il mio successo dipende dalla mia capacità di restare focalizzato su ciò che devo fare, senza lasciarmi distrarre da niente” (Woods, 2001). Anche Serena Williams, tra le tenniste più forti della storia, ha più volte sottolineato come la sua capacità di rimanere concentrata nei momenti cruciali delle partite sia stata determinante per le sue vittorie (Williams, 2015).

Ogni disciplina sportiva richiede un diverso tipo di concentrazione. Per citare qualche esempio, nel pattinaggio artistico, gli atleti devono mantenere una concentrazione estrema per eseguire salti, piroette figure ed elementi con precisione, evitando di lasciarsi distrarre dal pubblico o dalla pressione della competizione. Nel tiro con l’arco, la concentrazione è fondamentale per controllare la respirazione e la postura, bloccando ogni distrazione esterna per mirare con precisione. Nel baseball, i battitori devono essere in grado di leggere la traiettoria della palla in una frazione di secondo, rimanendo concentrati sul lanciatore e ignorando il rumore dello stadio. Nella pallavolo, i giocatori devono mantenere un’attenzione costante sulla palla, sugli avversari e sulle strategie di gioco, adattando rapidamente la loro concentrazione a seconda delle fasi della partita. Nella vela olimpica, per esempio nella classe ILCA, la capacità di concentrazione è essenziale per mantenere la barca nella posizione ottimale rispetto al vento, regolando continuamente vele e assetto corporeo. Gli atleti devono adattarsi velocemente ai cambiamenti delle condizioni meteorologiche, gestendo la fatica e mantenendo il focus sulla strategia di gara e anticipare le mosse degli avversari.

La concentrazione non è un concetto monolitico, ma si compone di diverse dimensioni, ampie, ristrette, interne o esterne tra cui è importante saper shiftare (Nideffer, 1976). Saper gestire queste dimensioni a seconda della situazione è una competenza che può essere allenata, proprio come la tecnica o la capacità atletica.

Lavorare con uno psicologo dello sport può essere determinante per migliorare la capacità di concentrazione. Attraverso esercizi mirati, tecniche e strategie che coinvolgono in modi diversi pensieri, emozioni e comportamenti, è possibile sviluppare una mentalità focalizzata e resiliente.
In SMA molte delle nostre consulenze si estendono ad un lavoro intensivo sull’allenamento alla concentrazione, per accompagnare gli atleti alla consapevolezza, all’intenzione e azione sul focus attentivo, con obiettivo la padronanza di questa importante capacità.

Uno studio di Weinberg & Gould (2018) evidenzia come gli atleti che si avvalgono del supporto di un professionista della psicologia sportiva riescano a migliorare significativamente la loro gestione dell’attenzione e, di conseguenza, le loro performance. Come affermava Michael Phelps: “Il mio segreto? Quando sono in acqua, non esiste nient’altro. Sono solo io, il mio corpo e il mio obiettivo” (Phelps, 2016).

Sandro Anfuso

Mental Training in periodo di infortunio

L’infortunio è una delle sfide più grandi per un atleta, non solo dal punto di vista fisico, ma anche psicologico. La perdita temporanea della capacità di praticare il proprio sport può avere un impatto profondo sulla motivazione, sulla sensazione di autoefficacia e sull’umore. La psicologia dello sport ha sviluppato diverse tecniche efficaci per supportare gli atleti durante un infortunio. Approfondiremo in questo articolo la visualizzazione e l’imagery: due strumenti potenti per accelerare il processo di recupero e migliorare la performance mentale.

La visualizzazione è una tecnica che implica l’uso della mente per creare immagini vivide e dettagliate di situazioni, movimenti o esperienze. Gli atleti utilizzano la visualizzazione per “vedere” mentalmente se stessi eseguire determinati compiti o comportamenti (come l’esecuzione di una tecnica, il completamento di un percorso o il superamento di un ostacolo). Queste immagini mentali possono essere tanto potenti quanto l’esperienza fisica stessa, e si dimostrano molto utili nel migliorare la preparazione psicologica e il focus dell’atleta.

Il termine imagery è spesso utilizzato in modo intercambiabile con la visualizzazione, ma include un concetto più ampio. L’imagery non si limita solo alla creazione di immagini visive, ma coinvolge tutti i sensi. Questo significa che, attraverso l’imagery, un atleta può immaginare non solo visivamente, ma anche sonoramente, tattilmente ed emotivamente, sperimentando una performance o una situazione nella sua interezza, proprio come se stesse accadendo in quel momento reale.

Questo accade grazie alla stimolazione dei “neuroni specchio” . Il concetto di neuroni specchio è stato introdotto negli anni ’90 da un gruppo di neuroscienziati italiani, tra cui Giacomo Rizzolatti e nello specifico sono un tipo speciale di cellule neuronali che si attivano sia quando una persona esegue un’azione, sia quando osserva un’altra persona compiere la stessa azione. I neuroni specchio consentono al cervello di “rispecchiare” il comportamento altrui come se fosse il proprio. Questa scoperta è stata rivoluzionaria, poiché ha dimostrato che il nostro sistema nervoso è in grado di attivare circuiti motori non solo durante l’azione fisica, ma anche quando si osserva l’azione stessa o, addirittura, quando la si immagina. I neuroni specchio sono coinvolti nell’apprendimento motorio, nell‘emulazione, nell’empatia e nell’immaginazione.

Un esempio pratico risiede nell’esperienza comune di assistere allo sbadiglio di un’altra persona e sentire attivarsi in noi il bisogno di sbadigliare, questo accade proprio per l’attivazione di tali cellule. Tornando al contesto sportivo quando un atleta utilizza la visualizzazione, il cervello attiva molti degli stessi circuiti neurali che sarebbero attivati durante l’esecuzione fisica del movimento. In altre parole, quando si immagina di fare un salto o di calciare una palla, il cervello non solo “vede” l’azione, ma stimola anche le aree cerebrali (come la corteccia motoria) responsabili di quell’azione.

Quando un atleta si trova in fase di recupero da un infortunio, la visualizzazione e l’imagery offrono numerosi vantaggi, sia psicologici che fisici. Queste tecniche permettono, infatti all’atleta di continuare a lavorare sulla propria performance mentale, mantenere la motivazione e migliorare la connessione corpo-mente, anche quando non è possibile allenarsi fisicamente.

Alcuni degli aspetti più difficili di un infortunio sono: la separazione dall’attività sportiva, il timore di non tornare alla forma precedente, l’essere costretti ad abbandonare l’attività, il rivedere i propri obiettivi e la paura di rinfortunarsi dopo il rientro. Queste preoccupazioni possono portare a sentimenti di frustrazione e depressione. La visualizzazione e l’imagery aiutano l’atleta a mantenere una connessione mentale con lo sport, permettendogli di continuare ad allenare la mente e a immaginare di essere sul campo mantenendo alto il senso di autoefficacia come fattore protettivo rispetto a pensieri negativi.

Durante il recupero da un infortunio, inoltre, l’atleta può sentirsi distaccato dal proprio corpo, soprattutto se è costretto a ridurre o interrompere l’attività fisica. La visualizzazione e l’imagery, permettono di “allenare” il corpo anche a livello mentale. L’atleta può immaginare di eseguire i movimenti corretti, attivando il sistema neuromuscolare e mantenendo la memoria motoria attiva. Questo aiuta a mantenere la consapevolezza delle proprie capacità fisiche e prepara il corpo per un ritorno graduale all’attività. Studi scientifici hanno dimostrato che la visualizzazione e l’imagery possano stimolare il recupero fisico, in particolare per quanto riguarda la guarigione muscolare e il recupero funzionale, sebbene non possano sostituire il trattamento fisico, queste tecniche riescono a supportare il processo di guarigione attivando la mente e creando stimoli positivi per il corpo. L’immaginazione di sè stessi mentre si eseguono correttamente i movimenti può accelerare la riabilitazione e migliorare l’efficacia degli esercizi fisici che si svolgono durante la fase di recupero.

Il dolore fisico che accompagna un infortunio può anche avere un impatto psicologico significativo, aumentando ansia e frustrazione. L’imagery è una tecnica efficace per affrontare il dolore, poiché aiuta l’atleta a concentrarsi su immagini positive e rilassanti, riducendo la percezione del dolore, lo stress e l’ansia associati al recupero, permettendo una gestione più serena dell’esperienza. Durante un infortunio, inoltre, la fiducia in se stessi può diminuire. La visualizzazione e l’imagery consentono all’atleta di riprendersi mentalmente, migliorando la fiducia nelle proprie capacità, rafforzando la motivazione e il desiderio di continuare a lavorare verso il recupero facendo rivivere momenti in cui esso stesso è stato altamente prestazionale ricordandogli quelle sue risorse.

La mente gioca un ruolo fondamentale nel processo di guarigione, dunque utilizzando la visualizzazione e l’imagery, gli atleti possono sfruttare appieno le potenzialità per tollerare le difficoltà fisiche e superare le fragilità psicologiche associate.

 

Chiara Feno

Gestire la rabbia in campo (come salvare la tua racchetta e la tua concentrazione)

La rabbia è un’emozione potente, soprattutto sul campo da tennis. Quando arriva, ti prende alla gola, ti stringe il petto, ti fa vedere tutto rosso. Se non la sai gestire, rischi di perdere la partita prima ancora che finisca. Ti distrai, commetti errori evitabili e, alla fine, ti sfoghi nel modo più classico: distruggendo una racchetta.

Se esistesse un campionato mondiale di racchette rotte, il vincitore sarebbe senza dubbio Marat Safin, che ne ha frantumate più di 1000 in carriera. Ma non è certo l’unico. John McEnroe ha costruito una leggenda sulle sue sfuriate contro arbitri e avversari, Nick Kyrgios alterna giocate da fenomeno a esplosioni di rabbia incontrollabile, e Andrey Rublev è uno di quelli che più fa parlare di sé per il suo rapporto con la rabbia.

Rublev è un libro aperto: non nasconde nulla. Se qualcosa non va, lo vedi subito. Urla, sbraita, lancia la racchetta con una forza tale da voler rompere non solo la racchetta, ma anche la partita stessa. Ma non è stato un episodio isolato: in passato ha colpito la sua borsa con la racchetta, si è dato pugni sulla gamba, ha scagliato oggetti lontano per la frustrazione.
È un giocatore di cuore, ma anche di tanta tensione. E questi momenti ci fanno capire quanto sia difficile gestire le emozioni quando la pressione è altissima. Non è detto però che la rabbia sia sempre un problema. Se riesci a incanalarla nel modo giusto, può diventare il carburante che ti serve per rimanere in partita. Il punto è capire il confine tra “rabbia che ti carica” e “rabbia che ti fa perdere il controllo”. È una linea sottile: troppa frustrazione ti porta a prendere decisioni sbagliate, a deconcentrarti e a compromettere la tua prestazione. Ma se riesci a usarla nel modo giusto, può darti quell’energia in più per spingere ancora, per rimanere lucido nei momenti decisivi, per non mollare quando tutto sembra andare storto.

Il Legame tra Rabbia e Concentrazione

Molti pensano che la rabbia sia solo distruttiva, ma non è sempre così. In alcuni casi, può diventare una spinta positiva. Il segreto è riuscire a trasformarla in concentrazione. Guarda i grandi campioni: tutti, prima o poi, hanno avuto momenti di frustrazione, ma i migliori sanno come usarla a loro vantaggio.
Prendiamo Novak Djokovic. All’inizio della carriera, aveva seri problemi con la gestione emotiva. Si innervosiva facilmente, perdeva il controllo, buttava via partite già vinte. Poi, negli anni, ha sviluppato un autocontrollo incredibile grazie alla meditazione, alla respirazione e a tecniche di gestione dello stress. Oggi, quando si arrabbia, non lascia che la frustrazione lo travolga: la usa per restare focalizzato.
La rabbia diventa un problema quando prende il sopravvento sulla concentrazione. Se inizi a pensare all’errore che hai appena commesso, se ti lasci trascinare dall’ansia o dal nervosismo, perdi il filo del gioco.

Ci sono diversi modi per rimanere lucidi quando la tensione sale. La respirazione profonda, per esempio, aiuta a rallentare il battito cardiaco e a evitare reazioni impulsive. Quando senti che la rabbia sta salendo, fai un respiro lungo e profondo, inspira contando fino a quattro, trattieni per un secondo e poi espira lentamente. Semplice e altrettanto efficace. Anche il dialogo interno è fondamentale. Se ti ripeti “Sto giocando malissimo, non ne azzecco una”, la frustrazione aumenta. Se invece provi a sostituire quei pensieri con frasi più utili, come “Respiro, mi riprendo, avanti punto dopo punto”, hai molte più probabilità di rimanere concentrato.

Un altro trucco è rallentare il ritmo e gestire il tempo. Prenditi qualche secondo in più tra un punto e l’altro. Non farti trascinare dalla frenesia. Se sei al servizio, fai un respiro in più prima di lanciare la palla. Se sei in risposta, sgranchisci le spalle, scuoti le braccia, fai qualsiasi cosa per staccarti un attimo dalla tensione. Anche immaginare il tuo stato emotivo ideale aiuta: visualizza come vorresti sentirti in quel momento e prova a ricrearlo mentalmente.

Dai Modelli di Rabbia a Quelli di Controllo

Jannik Sinner è un esempio interessante. Di solito è uno che in campo rimane sempre composto, quasi impassibile. Ma anche lui ha avuto il suo momento di frustrazione. Con una solamente una racchetta rotta in carriera, in un torneo under 18, di certo non è tra i primi posti della classifica. La differenza rispetto ad altri? Subito dopo, si è pentito e ha dichiarato:
“Non voglio che questo sia il mio modo di sfogare la rabbia, devo migliorare la mia gestione emotiva.”

E poi c’è Rafael Nadal. Se c’è qualcuno che ha fatto della concentrazione un’arte, quello è lui. Guardarlo giocare è come assistere a un rituale perfetto: le bottiglie allineate sempre nello stesso modo, come si sistema i capelli prima di servire, i tempi precisi tra un punto e l’altro. Non sono solo gesti automatici: sono strategie per mantenere il controllo, per rimanere focalizzato, per non lasciare che la rabbia o la frustrazione prendano il sopravvento.

La Mentalità Vince Sempre

Gestire la rabbia non significa reprimerla, ma imparare a usarla nel modo giusto. Gli atleti più forti non sono quelli che non provano emozioni, ma quelli che sanno come riconoscerle e gestirle. Ogni partita è una battaglia mentale tanto quanto fisica.
La prossima volta che senti la frustrazione salire, fermati un attimo. Respira. Ricordati che la rabbia può essere un’arma a doppio taglio: se la lasci sfuggire di mano, ti affonda. Ma se impari a controllarla, può diventare la spinta che ti porta alla vittoria. E, alla fine, la vera differenza la fa sempre la testa.

Federico Cesati

Costruire relazioni positive nello sport: una risorsa per il benessere e il successo

Lo sport non è solo una questione di performance, record o trofei. È anche una dimensione profondamente umana, fatta di connessioni, emozioni e relazioni. Quando pensiamo a un team vincente o a un atleta di successo, è facile concentrarci sulla loro abilità tecnica o sulla loro forza mentale. Ma c’è un altro elemento, spesso invisibile, che gioca un ruolo cruciale: le relazioni positive nell’ambiente sportivo.

Avere un supporto sociale solido all’interno del proprio ambiente sportivo è fondamentale per affrontare le sfide, gestire la pressione e mantenere la motivazione. Non importa se si gioca in uno sport di squadra o individuale: sentirsi parte di una rete di relazioni positive può fare la differenza nei momenti difficili. Gli studi dimostrano che il supporto sociale può ridurre i livelli di stress e migliorare il benessere psicologico (Rees e Hardy, 2004).

Pensate a un team sportivo che celebra una vittoria insieme, condividendo gioia e senso di appartenenza. O immaginate un allenatore che offre parole di incoraggiamento nei momenti critici, o un compagno di squadra che ascolta e sostiene durante una fase di difficoltà personale. Questi gesti, apparentemente semplici, creano un terreno fertile per lo sviluppo della resilienza e della fiducia reciproca.

Diversi atleti professionisti hanno sottolineato l’importanza delle relazioni nel loro percorso di successo. Novak Djokovic, uno dei più grandi tennisti di tutti i tempi, ha parlato in più occasioni del ruolo fondamentale della sua squadra nel gestire la pressione durante i tornei (Djokovic, 2019). Allo stesso modo, Michael Phelps, il nuotatore più decorato della storia olimpica, ha attribuito il suo successo non solo al talento e all’impegno, ma anche al supporto ricevuto dai suoi allenatori e dai suoi compagni di squadra, specialmente nei momenti di difficoltà emotiva (Phelps, 2016).

Creare un ambiente sportivo positivo richiede intenzionalità e impegno da parte di tutti i membri. Ecco qualche tattica che può essere d’aiuto:

Comunicare, aprirsi. La comunicazione è la base di qualsiasi relazione. Parlare apertamente delle proprie esigenze, aspettative e difficoltà favorisce la comprensione reciproca.
Ascoltare attivamente. Mettersi nei panni dell’altro e ascoltare senza giudizio aiuta a creare un clima di fiducia.
Dare supporto, esserci. Essere presenti nei momenti importanti, sia in campo che fuori, rafforza il senso di comunità.
Celebrare i piccoli passi. Festeggiare insieme le vittorie, grandi o piccole, crea un legame più forte e rafforza la motivazione.
Vivere bene i conflitti: I conflitti sono inevitabili, ma starci in modo costruttivo può trasformarli in opportunità di crescita.

Con l’aiuto di uno psicologo dello sport, questi aspetti possono essere valorizzati, allenati e costruiti con successo nel tempo. Lo psicologo dello sport può offrire strumenti e strategie per migliorare la comunicazione, gestire i conflitti e rafforzare il senso di appartenenza all’interno di un team. Inoltre, aiuta gli atleti a sviluppare competenze emotive come l’empatia e la resilienza, creando un ambiente che favorisce il benessere e la performance. Attraverso percorsi personalizzati, gli psicologi dello sport lavorano per potenziare le relazioni interpersonali e per rendere gli atleti più consapevoli dell’importanza del supporto reciproco, favorendo un clima positivo e costruttivo.

Uno studio condotto da Jowett e Cockerill (2003) ha evidenziato che le relazioni di alta qualità tra atleti e allenatori sono associate a livelli superiori di soddisfazione, impegno e performance. Inoltre, un ambiente positivo riduce il rischio di burnout, un problema sempre più comune tra gli atleti a tutti i livelli. Creare relazioni solide non è solo una questione di benessere personale. Questi legami possono influenzare anche la performance sportiva. Un atleta che si sente sostenuto è più propenso a superare le difficoltà, a gestire la pressione e a mantenere alta la motivazione nel lungo termine.

L’importanza delle relazioni positive nello sport va oltre il mondo competitivo. Che siate atleti amatoriali, allenatori, genitori o semplici appassionati di sport, investire nelle relazioni può migliorare la qualità della vostra esperienza. Lo sport è, in fondo, una metafora della vita. E proprio come nella vita, le relazioni sono il cuore pulsante di ogni successo.

Per cui, se posso darvi un suggerimento, vi invito a sperimentarvi nel coltivare relazioni positive nel vostro ambiente sportivo. Siate presenti, ascoltate, sostenete e celebrate. Non solo migliorerete la vostra esperienza sportiva, ma contribuirete anche a creare una comunità più forte e resiliente.

 

Sandro Anfuso

LA MEMORIA DEL CORPO: oltre il genere e le etichette

Lo sport viene spesso filtrato attraverso la lente di un genere che ne definisce, o più precisamente, ne limita l’essenza.

Quando pensiamo al calcio, ad esempio, il calcio, quello “vero” è quello maschile. Quello femminile, invece, ha bisogno dell’aggettivo per essere riconosciuto, come se fosse una versione derivata, una copia sbiadita di ciò che è considerato autentico.

Un pò come la vecchia storia della costola di Adamo.

Eppure, come suggerisce Judith Butler, le identità di genere non sono solo il risultato di un discorso, ma sono qualcosa che viene performato. Una performance che si ripete per secoli e che, se reiterata abbastanza a lungo, diventa quasi inconscia, un automatismo.

Ricordo una mia amica che da bambina amava giocare a calcio. Per gli adulti che la circondavano, questa passione appariva come una peculiarità da giustificare. Particolarità che si spiegava con un semplice: «Suo padre voleva un maschio, e ha proiettato sulla figlia quel desiderio».

Eppure, questa spiegazione non fa altro che consolidare l’idea che una donna che si allontana dai ruoli di genere predefiniti debba essere vista come un’anomalia. Le aspettative sociali, legate al ruolo che il genere impone, non solo influenzano la nostra percezione di noi stessi e degli altri, ma costruiscono e limitano anche le nostre possibilità di esprimere chi siamo veramente. Questo continuo doversi adattare ai modelli imposti è, per molti, un vero e proprio ostacolo alla realizzazione piena del sé.

Il corpo dell’atleta è un luogo di costruzione identitaria, un canovaccio su cui si scrivono, o meglio, si scolpiscono i segni della cultura e della biologia, una trama che intreccia il mondo esterno con quello interno. Lo sport non è solo allenamento e performance, ma un mezzo attraverso cui costruiamo la nostra identità.

A volte, mi capita di posare lo sguardo su cicatrici che parlano di cadute in bici o di ruzzoloni in montagna. Si accende un ricordo. Ma mi rendo conto che un corpo non basterebbe per accogliere i segni di tutto quel movimento, di tutto quel vivere: la maggior parte delle memorie del corpo sfuggono alla mente, e questa fallacia mi irrita.

E, forse, è proprio nel corpo che risiede la vera memoria di noi stessi, quella che va oltre le convenzioni e i giudizi, quella che ci parla più chiaramente di chi siamo e di cosa siamo capaci di fare, perché viviamo con il nostro corpo molto più di quanto la memoria ricordi.

 

Giada Cananzi

Pressione e strada maestra: come la forza mentale guida l’atleta verso il miglioramento

Ogni atleta, quando si prepara per una competizione si trova a pianificare un percorso chiaro e definito che lo porti al suo obiettivo. Immagina questa strada come una via ben tracciata, illuminata dai suoi valori e dai suoi principi fondamentali. Ogni passo che compie è guidato dalla consapevolezza di ciò che vuole raggiungere e del motivo per cui lo sta facendo. Questo cammino è lungo e spesso difficile, ma la ricompensa non riguarda solo il risultato immediato: il vero successo risiede nella crescita personale, nella capacità di perseverare e nell’affrontare le difficoltà.

Tuttavia, lungo il percorso, non tutto è facile. Spesso, le sfide più dure non sono fisiche, ma mentali.

Nel corso di una partita o durante una stagione di allenamenti, ci sono momenti in cui l’atleta si sente sopraffatto. Dubbi, preoccupazioni e nervosismo possono entrare in gioco. La pressione di fare bene può diventare paralizzante, e a quel punto la tentazione di deviare dal cammino principale, quello che porta alla crescita a lungo termine, diventa quasi irresistibile. È naturale voler trovare un sollievo immediato, una via di fuga che eviti di confrontarsi con le emozioni spiacevoli del momento. Questa ricerca di gratificazione a breve termine può portare l’atleta a scegliere scorciatoie che semplificano la situazione immediata, ma che in realtà lo allontanano dal raggiungere il vero obiettivo. È la tentazione di scegliere una strada che eviti il sacrificio, ma che in futuro non porta ai risultati sperati (Henriksen, 2019).

Per esempio, sotto stress, un giocatore potrebbe rifugiarsi in una tattica più sicura, diventando passivo e aspettando che sia l’avversario a commettere errori, invece di continuare a giocare con aggressività. Questo tipo di scelta potrebbe sembrare una soluzione immediata, ma nel lungo periodo riduce il potenziale dell’atleta, limitando il suo sviluppo. Le scelte dettate dalla paura o dal desiderio di evitare la frustrazione momentanea finiscono per ostacolare il percorso di miglioramento.

Esiste però un’altra via, una via che porta a risultati più duraturi e soddisfacenti. Questa via richiede una solida forza mentale: la capacità di mantenere la direzione giusta, anche quando le difficoltà sembrano insormontabili. La forza mentale non riguarda solo la resistenza, ma anche la coerenza nel perseguire i propri obiettivi a lungo termine, anche quando il presente è difficile. L’atleta che riesce a rimanere concentrato sul proprio obiettivo finale, affrontando le difficoltà con serenità, sa che il vero premio non arriverà attraverso le scorciatoie, ma attraverso il processo stesso di crescita e miglioramento.

Un concetto chiave in questo processo è il Game Plan, ovvero un piano strategico mentale che aiuta l’atleta a rimanere centrato. Quando la pressione aumenta, il Game Plan diventa la sua ancora di salvezza, un promemoria per agire secondo la strategia prestabilita, piuttosto che cedere alla tentazione di decisioni impulsive. Il Game Plan si basa su due principi fondamentali: chiarezza nell’obiettivo e impegno costante per perseguirlo, senza farsi distrarre dalla fatica temporanea o dai timori di fallire (Reinebo, Henriksen & Lundgren, 2020).

In pratica, questo piano strategico può includere non solo tattiche di gioco, ma anche tecniche di rilassamento per gestire la tensione, esercizi di visualizzazione per mantenere alta la motivazione e il focus, e il rafforzamento della resilienza emotiva per mantenere l’equilibrio psicologico nei momenti più critici. La chiave è vedere ogni difficoltà come una parte essenziale del cammino, una lezione da cui imparare, piuttosto che come una minaccia da evitare.

La forza mentale si costruisce con l’esperienza e la consapevolezza che ogni passo, anche il più difficile, è un passo verso il miglioramento. Non si tratta solo di essere forti nei momenti di successo, ma di saper affrontare la difficoltà con serenità e determinazione. La capacità di rimanere sulla strada giusta, quella che porta alla crescita duratura, è ciò che separa un buon atleta da un grande atleta. La coerenza mentale nelle difficoltà è ciò che consente all’atleta di realizzare il proprio potenziale massimo.

In definitiva, la strada che porta al successo non è quella che cerca il risultato immediato o la scorciatoia facile, ma quella che richiede coraggio, pazienza e la forza di agire in modo coerente con i propri valori, anche quando il cammino è arduo. Quando l’atleta impara a percorrere questa strada, la ricompensa non è solo la vittoria finale, ma anche il processo stesso, che lo rende più forte e consapevole di sé, ogni giorno di più.

Elena Uberti

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