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Tag: mentalità

Educare al percorso

Educare al percorso: il ruolo dei genitori nello sport dei figli

Nello sport giovanile ci sono momenti bellissimi: le prime vittorie, l’entusiasmo degli allenamenti, le amicizie, la crescita. Ma ci sono anche momenti più complessi: la frustrazione dopo una sconfitta, la paura di sbagliare, il confronto con gli altri, il dubbio di “non essere abbastanza”. Ed è spesso proprio lì che il ruolo del genitore diventa decisivo, non tanto nel “motivare”, nel correggere o nel trovare la frase perfetta, ma nell’aiutare i figli a costruire un rapporto sano con il percorso, con la crescita e con sé stessi.

Quando un figlio soffre dopo una gara

Immaginiamo Laura, 14 anni, pallavolista.
Esce dal campo dopo una sconfitta sentendosi responsabile del risultato. È frustrata, delusa, forse anche vergognosa. I genitori, in buona fede, le chiedono: “Secondo te perché avete perso?” Laura reagisce male. Si chiude. Si sente ancora più sotto pressione.

Oppure pensiamo a Luca, atleta di salto in alto.
Sbaglia tre tentativi consecutivi, entra in ansia e torna a casa dicendo: “Mi blocco sempre quando conta davvero.”

Anche qui il rischio è trasformare il dialogo in una ricerca immediata delle cause, delle responsabilità o delle soluzioni. Ma in quei momenti i ragazzi spesso non hanno bisogno di analisi tecniche. Hanno bisogno di sentirsi accolti.

La domanda non è “come è andata?”

Molti genitori entrano nel mondo sportivo dei figli con grande disponibilità e amore. Il problema è che, senza accorgercene, rischiamo di spostare l’attenzione quasi esclusivamente sul risultato.

“Hai vinto?”; “Perché hai sbagliato?”; “Cosa è successo?”; “Come mai eri così nervoso?”. Sono domande comprensibili. Ma possono involontariamente trasmettere un messaggio: il valore dell’esperienza dipende dalla prestazione.

Educare al percorso significa invece aiutare i figli a sviluppare attenzione verso ciò che possono controllare: l’impegno, il coraggio, la presenza mentale, la capacità di riprovarci.

A volte una domanda diversa può cambiare completamente il clima del dialogo:

  • “Di cosa sei fiero oggi?”
  • “Cosa senti di aver imparato?”
  • “Cosa vuoi migliorare la prossima volta?”
  • “Qual è stata la parte più difficile da affrontare?”

Educare al percorso non significa abbassare le aspettative

Un equivoco frequente è pensare che valorizzare il percorso significhi “accontentarsi”. In realtà è quasi il contrario. I ragazzi che imparano a concentrarsi sui processi sviluppano spesso maggiore stabilità motivazionale, più autonomia e più capacità di affrontare le difficoltà nel lungo periodo.

Educare al percorso significa:

  • aiutare i figli a scegliere mete controllabili;
  • spezzare obiettivi grandi in micro-passaggi;
  • normalizzare ostacoli e fluttuazioni;
  • celebrare i progressi e non solo i risultati;
  • restare genitori, senza trasformarsi continuamente in allenatori.

Cosa ci dice la psicologia dello sport

Molte delle principali teorie motivazionali vanno nella stessa direzione.

La Self-Determination Theory di Deci e Ryan sottolinea quanto i giovani crescano meglio quando si sentono:

  • autonomi (“sto scegliendo”),
  • competenti (“sto migliorando”),
  • sostenuti nelle relazioni.

Il Growth Mindset di Carol Dweck ci ricorda invece che gli errori non sono fallimenti identitari, ma informazioni utili per crescere. Per questo è importante rinforzare ciò che il ragazzo fa — impegno, strategie, perseveranza — e non etichettare ciò che “è”.

Anche il Goal Setting mostra come gli obiettivi più efficaci siano quelli specifici, realistici e legati al processo.

In altre parole: un figlio non cresce bene perché gli diciamo continuamente quanto è bravo. Cresce meglio quando impara a leggere il proprio percorso, a tollerare gli errori e a riconoscere i piccoli progressi.

Celebrare le “vittorie invisibili”

Nello sport giovanile esistono molte vittorie che non finiscono sul tabellino. La ragazza timida che finalmente comunica in campo. Il ragazzo che torna ad allenarsi dopo una gara difficile. Chi riesce a respirare invece di arrabbiarsi. Chi prova un gesto nuovo senza paura di sbagliare. Sono conquiste meno visibili, ma spesso molto più formative.

Per questo può essere utile creare piccoli rituali familiari di celebrazione del percorso:

  • il momento della settimana in cui si racconta una difficoltà affrontata bene;
  • una domanda fissa dopo la gara;
  • il riconoscimento di un atteggiamento coraggioso;
  • il valorizzare costanza e presenza, anche quando il risultato manca.

Il genitore non costruisce la strada

Forse il messaggio centrale è questo: un genitore efficace non costruisce la strada, ma invita a percorrerla.

Lo sport può diventare una palestra di resilienza, identità, gestione emotiva e consapevolezza di sé. Ma perché questo accada, i ragazzi hanno bisogno di adulti presenti, capaci di sostenere senza sostituirsi. Non serve essere perfetti. Serve esserci, con ascolto, con curiosità, con la disponibilità ad accompagnare, anche nei momenti difficili, un percorso che appartiene prima di tutto a loro.

Accompagnare anche i genitori fa parte del percorso

In SMA crediamo che il percorso sportivo dei giovani atleti non riguardi solo ciò che accade in allenamento o in gara. Anche il contesto relazionale in cui crescono — fatto di allenatori, compagni e soprattutto genitori — ha un impatto profondo sul loro modo di vivere lo sport, affrontare le difficoltà e costruire fiducia in sé stessi.

Per questo, oltre al lavoro con gli atleti, ci occupiamo anche di affiancare e sostenere i genitori nel delicato compito di accompagnare i figli nel loro percorso sportivo e personale.

Lo facciamo attraverso:

  • incontri di formazione e confronto;
  • consulenze dedicate ai genitori;
  • momenti di condivisione con famiglie e società sportive;
  • webinar e incontri online Open Academy;
  • percorsi pensati per aiutare gli adulti a sostenere senza sostituirsi, guidare senza aumentare pressione, restare presenti senza perdere il ruolo educativo.

Perché crescere nello sport è un percorso di squadra.

E anche i genitori, spesso, hanno bisogno di uno spazio in cui fermarsi, riflettere e trovare strumenti utili per accompagnarlo con maggiore serenità e consapevolezza.

Sandro Anfuso – Psicologo dello Sport – Psicoterapeuta – SMA Team

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Bibliografia essenziale:

  • Deci, E. L., & Ryan, R. M. (1985). Intrinsic motivation and self-determination in human behavior. Plenum Press.
  • Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2000). Self-determination theory and the facilitation of intrinsic motivation, social development, and well-being. American Psychologist, 55(1), 68–78.
  • Dweck, C. S. (2006). Mindset: The new psychology of success. Random House.
  • Dweck, C. S., & Yeager, D. S. (2019). Mindsets: A view from two eras. Perspectives on Psychological Science, 14(3), 481–496.
  • Locke, E. A., & Latham, G. P. (1990). A theory of goal setting and task performance. Prentice Hall.
  • Harter, S. (1978). Effectance motivation reconsidered: Toward a developmental model. Human Development, 21(1), 34–64.
  • Fredrickson, B. L. (1998). What good are positive emotions? Review of General Psychology, 2(3), 300–319.
  • Fredrickson, B. L. (2001). The role of positive emotions in positive psychology: The broaden-and-build theory of positive emotions. American Psychologist, 56(3), 218–226.
  • Ericsson, K. A., Krampe, R. T., & Tesch-Römer, C. (1993). The role of deliberate practice in the acquisition of expert performance. Psychological Review, 100(3), 363–406.
  • Nicholls, J. G. (1984). Achievement motivation: Conceptions of ability, subjective experience, task choice, and performance. Psychological Review, 91(3), 328–346.
  • Ames, C. (1992). Achievement goals and the classroom motivational climate. In D. H. Schunk & J. Meece (Eds.), Student perceptions in the classroom (pp. 327–348). Lawrence Erlbaum Associates.
  • Bowlby, J. (1969). Attachment and loss: Vol. 1. Attachment. Basic Books.
  • Bowlby, J. (1988). A secure base: Parent-child attachment and healthy human development. Basic Books.
  • Zimmerman, B. J. (2000). Attaining self-regulation: A social cognitive perspective. In M. Boekaerts, P. R. Pintrich, & M. Zeidner (Eds.), Handbook of self-regulation (pp. 13–39). Academic Press.
  • Duda, J. L., & Balaguer, I. (2007). Coach-created motivational climate. In S. Jowett & D. Lavallee (Eds.), Social psychology in sport (pp. 117–130). Human Kinetics.
  • Duckworth, A. L., Peterson, C., Matthews, M. D., & Kelly, D. R. (2007). Grit: Perseverance and passion for long-term goals. Journal of Personality and Social Psychology, 92(6), 1087–1101.
  • Duckworth, A. (2016). Grit: The power of passion and perseverance. Scribner.

Respirazione in campo

Tecniche di meditazione e respirazione: il loro impatto sulla gestione emotiva

Uno degli obiettivi del lavoro svolto da SMA Team riguarda la possibilità di accompagnare atleti e atlete all’interno di un percorso che li aiuti ad essere più consapevoli e a vivere il momento della gara con maggiore serenità. 

Non a caso, il tema delle emozioni risulta un tema piuttosto centrale, che necessita però di essere snellito per divenire pratico e fruibile in allenamento e in gara.  Uno degli argomenti basilari nell’ambito della preparazione mentale diventa proprio la gestione emotiva e, nello specifico, la gestione di due emozioni spesso difficili da utilizzare a vantaggio della prestazione: ansia e rabbia. 

L’ansia, in realtà, è un’emozione utilissima: può aiutare l’atleta a tenere alta l’attenzione, riducendo i tempi di reazione, migliorando l’esecuzione motoria e i processi decisionali. Se non adeguatamente gestita, invece, può indurre l’atleta ad elaborare pensieri e immaginare scenari futuri spesso catastrofici che, il più delle volte, non si presenteranno.

Pure la rabbia può essere un’emozione vantaggiosa: saperla trasformare in grinta, aiuta a tirar fuori energia utile a svolgere un’azione importante o a finalizzare.  Anche in questo caso, il rischio di una gestione emotiva inefficace può indurre l’atleta a rimuginare su pensieri macchinosi o fatti che ormai non possiamo più cambiare, come gli errori commessi durante la prestazione sportiva anche mentre quest’ultima è ancora in corso, finendo per creare uno spiacevole effetto domino. 

Le rimuginazioni che la mente produce, quindi, orientano spesso l’attenzione dell’atleta essenzialmente su due tempi, passato e futuro, prosciugandone le energie mentali e allontanandolo dall’unico tempo in cui può ancora produrre un cambiamento utile: il presente. 

Le tecniche di meditazione e di respirazione divengono, pertanto, alcuni tra gli strumenti essenziali che ogni atleta dovrebbe conoscere, acquisire e padroneggiare per far fronte alla sfera emotiva e gestire il senso di sopraffazione che spesso compromette irrimediabilmente la prestazione, procurando frustrazione e sconforto. 

Costruire un atleta consapevole di sé stesso e dei propri mezzi significa, quindi, permettergli di affrontare le sfide con maggiore fiducia ed entusiasmo e, in questo, la preparazione mentale fa sempre la differenza. Attraverso il lavoro svolto con Sport Mindset Agency ogni atleta può, quindi, intraprendere un percorso di consapevolezza e di gestione più efficace della sfera emotiva, orientando il focus sul benessere e su un approccio più sereno alla prestazione sportiva. 

D.ssa Ylenia SCOLA (Psicologa dello Sport – SMA Team).

Cambiare superficie, non identità: la sfida mentale di Sinner sulla terra

Dopo aver conquistato Indian Wells e Miami, Jannik Sinner si è presentato a Montecarlo con un passaggio cruciale da affrontare: non tanto confermare il proprio valore, quanto capire se fosse già pronto a trasferire la propria superiorità mentale anche sulla terra battuta. La risposta è arrivata subito, ed è stata netta: vittoria a Montecarlo contro Carlos Alcaraz in finale, ritorno al numero 1 del mondo e un’impresa riuscita, nella stessa stagione, soltanto a Novak Djokovic nel 2015, cioè mettere insieme Sunshine Double e titolo nel Principato. Ancora più interessante è il contesto: dopo il doppio trionfo sul cemento, molti immaginavano perfino che Sinner potesse saltare Montecarlo per ricaricare energie. Invece ha scelto di giocare, e di vincere. È qui che la lettura smette di essere soltanto tennistica e diventa anche psicologica. Perché il passaggio dalla superficie veloce alla terra non è una semplice variazione tecnica: è un cambio di tempo interno. Sul cemento ci si affida più facilmente ad anticipo, accelerazione e immediatezza; sulla terra, invece, bisogna entrare in una logica di maggiore attrito, di costruzione e di attesa. Occorre tollerare che il punto non si chiuda nel momento desiderato, ma secondo il ritmo che la partita richiede. Dopo tanti successi sul cemento, la difficoltà non sta tanto nella motivazione, quanto nel mantenere quella tensione ottimale che tiene insieme grinta, presenza e qualità delle scelte. Montecarlo, da questo punto di vista, ha mostrato un Sinner capace di non difendere il successo appena ottenuto, ma di riaprire il lavoro da capo su una superficie diversa. Nel nostro lavoro in SMAteam vediamo spesso che il momento più delicato per il professionista non sempre arriva poco prima della vittoria, ma può arrivare subito dopo. Quando un atleta raggiunge livelli di rendimento molto alti, la tendenza può essere quella di difendere l’immagine di sé invece di restare disponibile al dubbio e al lavoro. La terra rossa, invece, impone un’umiltà mentale particolare: chiede di ricostruire, di attendere, di comprendere che vincere ancora significa, ogni volta, ricominciare da capo… Dal punto di vista psicologico, questo è un passaggio cruciale. Quando un atleta vince molto, può incontrare una forma di svuotamento paradossale: l’obiettivo di risultato che prima organizzava le energie è già stato raggiunto. Finché l’obiettivo resta da raggiungere, il desiderio orienta e sostiene l’energia; quando il risultato arriva, si apre la necessità di un nuovo significato. È in questo passaggio che emerge la differenza tra un assetto mentale centrato sul risultato e la capacità di trasformare il successo in una nuova consapevolezza di sé. In questo senso, Sinner sembra offrire un’immagine molto matura: dopo Miami aveva parlato di “nuovo capitolo”, e Montecarlo ha confermato proprio questo, cioè la capacità di non restare emotivamente attaccato alla superficie su cui aveva appena dominato, ma di entrare in una dimensione nuova senza dipendere da quella precedente.La vittoria di Montecarlo dice allora una cosa precisa: la mentalità vincente non coincide con l’euforia del momento, ma con la disponibilità a riorganizzare le proprie certezze. È facile sentirsi forti quando tutto parla la lingua dei propri punti di forza; è molto più difficile rimanere forti quando cambia il rimbalzo della palla, il ritmo da fondo, la memoria tattica degli schemi vincenti. Sinner, sul rosso, ha dato l’idea di saper fare proprio questo: non cercare la replica fotostatica del giocatore da duro, ma trasferire i principi tattici del suo tennis — ordine, intensità, qualità delle scelte, gestione emotiva — dentro un ambiente che impone più pazienza e più tolleranza alla frustrazione. La vittoria su Alcaraz, che a Montecarlo difendeva il titolo, ha aggiunto a tutto questo un dato psicologico ulteriore: vincere anche quando il contesto sembra meno naturale per sè. Alla vigilia della parte più dura della stagione sulla terra, la domanda non è tanto come conservare la stessa intensità, ma come convertirla in un significato nuovo. Roma e Parigi, in questo quadro, non diventano semplicemente i prossimi tornei: diventano due prove di continuità mentale. Non si tratterà tanto di confermare i risultati del cemento, quanto di evitare una trappoli tipica di alcuni grandi campioni dopo una serie di vittorie consecutive: difendere il proprio status invece di restare in evoluzione. La terra premia chi sa aspettare senza passivizzarsi, soffrire senza disunirsi, ripartire senza sentirsi sminuito dal dover ricostruire. È una superficie che mette a nudo il rapporto dell’atleta con il limite, con il tempo e con l’errore. Ed è probabilmente proprio per questo che il Monte Carlo di Sinner pesa così tanto: non ha detto solo che può vincere anche sulla terra, ma anche che il suo slancio competitivo sembra poggiare su basi più profonde del solo risultato. 

È una motivazione radicata nel miglioramento, nella padronanza e nella fiducia nel processo. Ed è proprio questa spinta intrinseca, più che la sola ricerca del risultato in sé, a rendere possibile il trasferimento della mentalità vincente da una superficie all’altra. Con il Roland Garros ormai sullo sfondo, il suo messaggio mentale sembra chiaro: la vittoria non è un punto d’arrivo, ma un assetto da ricreare ogni volta.

D.ssa Elena UBERTI (Psicologa dello Sport – Psicoterapeuta – SMA Team).

Quando il gesto non “accade” più. Corpo, controllo e fiducia negli sport ad alta complessità

Nel percorso sportivo, soprattutto negli sport ad alta complessità coordinativa, esistono momenti in cui l’atleta non è in difficoltà per mancanza di tecnica, forza o motivazione.
Il gesto c’è, ma non scorre più. Il corpo sembra non riconoscerlo, il movimento perde fluidità e l’atleta fatica a orientarsi mentre lo esegue.

In ginnastica artistica questo fenomeno è noto come twisties: una perdita temporanea dell’orientamento spazio-corporeo durante movimenti altamente automatizzati. È diventato noto al grande pubblico grazie alle parole di Simone Biles, che ha descritto con grande lucidità la sensazione di “non sapere più dove si trovava in aria”.

Dal punto di vista della psicologia dello sport, non si tratta di paura, né di un semplice blocco mentale. È piuttosto una interferenza nel controllo motorio automatico: il sistema nervoso smette di anticipare il movimento e l’atleta prova, spesso senza accorgersene, a guidarlo in modo cosciente. Più controllo, però, significa meno fluidità.

“Skilled performance breaks down when performers attempt to consciously control movements that normally run outside of awareness.”
Beilock & Carr, 2001

Esperienze simili emergono anche in altri sport acrobatici, per esempio nei tuffi, quando il timing e la percezione della rotazione si frammentano, o nello skateboarding, dove trick consolidati diventano improvvisamente rigidi, spezzati, poco “sentiti”. In tutti questi casi il corpo non ha dimenticato il gesto: ha perso temporaneamente fiducia nel movimento.

Il lavoro dello psicologo dello sport non è spingere l’atleta a riprovare, ma aiutarlo a ricostruire le condizioni di sicurezza, attenzione e predizione che permettono all’automatismo di riattivarsi. Significa allenare il focus, ridurre l’overcontrollo, rispettare i segnali corporei e costruire progressioni di rientro coerenti.

La fluidità, infatti, non nasce dal controllo istante per istante, ma dalla capacità del sistema di anticipare ciò che sta per accadere.

“The nervous system relies on prediction to produce smooth and coordinated movement.”
Wolpert & Flanagan, 2001

Il messaggio che portiamo in SMA è chiaro: anche queste fasi fanno parte del percorso di performance. Si possono attraversare e allenare, ma solo seguendo una linea di rispetto per sé e per il proprio 

In Sport Mindset Agency accompagniamo atleti e staff a leggere questi momenti non come incidenti di percorso, ma come segnali funzionali del sistema di performance. Il nostro lavoro non consiste nel “sbloccare” il gesto, ma nel ricostruire le condizioni perché il corpo torni a muoversi con fiducia, chiarezza e continuità.

Attraverso un lavoro integrato su attenzione, regolazione emotiva e progressioni di rientro, aiutiamo l’atleta a rispettare i propri segnali, ridurre l’overcontrollo e rientrare gradualmente nel gesto senza forzature. È un percorso che tutela la prestazione, ma soprattutto la relazione dell’atleta con il proprio corpo e con il proprio sport.

Se questi temi risuonano con la tua esperienza sportiva, in Sport Mindset Agency li affrontiamo all’interno di percorsi di supporto psicologico e di formazione dedicati agli atleti e agli staff, con l’obiettivo di allenare non solo il gesto, ma le condizioni che permettono al gesto di accadere.

Una domanda finale per te, atleta: Quando il movimento non scorre più, stai cercando di forzarlo… o stai creando le condizioni perché il tuo corpo possa tornare a fidarsi?

Dr. Sandro ANFUSO (Psicologo dello Sport – Psicoterapeuta SMA Team).

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Riferimenti bibliografici essenziali

Beilock, S. L., & Carr, T. H. (2001). On the fragility of skilled performance: What governs choking under pressure?Journal of Experimental Psychology: General, 130(4), 701–725.

Wolpert, D. M., & Flanagan, J. R. (2001). Motor prediction. Current Biology, 11(18), R729–R732.

Wulf, G. (2013). Attentional focus and motor learning: A review of 15 years. International Review of Sport and Exercise Psychology, 6(1), 77–104.

Allenare l’errore – Parte 2

Tecniche, allenamento e ruolo dell’allenatore secondo il metodo SMA

Nel precedente articolo abbiamo esplorato la dimensione psicologica dell’errore e il suo impatto sulla crescita atletica.
In questa seconda parte entriamo invece nel cuore operativo: come si gestisce l’errore e come viene allenato concretamente nei progetti SMA team.

Saper reagire in modo funzionale a uno sbaglio è una competenza mentale che si costruisce, esattamente come la tecnica o la condizione fisica.

Gestire l’emozione dopo l’errore: tecniche utilizzate in SMA team

I secondi immediatamente successivi a un errore sono decisivi.
L’atleta vive un picco emotivo e fisiologico che può compromettere l’azione successiva, soprattutto se non dispone di strumenti adeguati.

Nei percorsi di SMA team vengono insegnate e personalizzate alcune strategie chiave:

1. Regolazione fisiologica

Routine di respirazione, espirazioni lente e tecniche corporee che aiutano il sistema nervoso a ritrovare stabilità.
Queste vengono utilizzate in molti progetti SMA, anche con giovani atleti.

2. Self-talk funzionale

Frasi brevi e chiare che riportano l’attenzione al compito, come:
«Riparto», «Prossima azione», «Questo è un dato, non un giudizio».
Il dialogo interno è un elemento centrale della metodologia SMA.

3. Ancoraggi attentivi

Gesti simbolici e immediati — come stringere il pugno o toccare un punto del campo — che aiutano a tornare nel presente, spezzando il ciclo della ruminazione.

L’obiettivo non è eliminare l’emozione, ma riconoscerla e regolarla per poter proseguire con lucidità.

L’errore: la palestra della resilienza

L’allenamento è il luogo ideale in cui normalizzare l’errore e togliere allo sbaglio la connotazione di minaccia.

Nei progetti realizzati da SMA team con club e settori giovanili, vengono spesso introdotte:

• situazioni di allenamento ad alta probabilità di errore,

• feedback immediati e precisi,

• momenti di riflessione guidata,

• focus sul processo e non solo sul risultato.

L’obiettivo è trasformare l’ambiente di allenamento in uno spazio psicologicamente sicuro, dove sperimentare non è un rischio ma un atto di crescita.

Il ruolo dell’allenatore nel metodo SMA

Gli allenatori sono figure fondamentali nella gestione dell’errore.
Una buona parte del lavoro psicologico svolto da SMA team con staff tecnici riguarda proprio la costruzione di un clima che supporti l’apprendimento.

Un allenatore in linea con il metodo SMA:

• utilizza un linguaggio non punitivo;

• calibra le sfide in modo progressivo;

• valorizza l’impegno oltre al risultato;

• sostiene l’autonomia decisionale dell’atleta.

Questo tipo di clima favorisce resilienza, coraggio e disponibilità a prendersi rischi funzionali.

Dopo la gara: dall’errore alla strategia di miglioramento

Il momento di analisi successivo alla gara è un punto cruciale.
All’interno di SMA, molti progetti prevedono schede, video review e confronti guidati per aiutare l’atleta a leggere lo sbaglio con lucidità.

Durante la revisione:

• si distinguono i fattori tecnici, tattici, fisici e psicologici;

• si identificano elementi controllabili e non;

• si formula un piano di miglioramento concreto.

Il passaggio dall’emozione all’analisi è una delle competenze più preziose che SMA team cerca di coltivare.

Conclusione – Quando l’errore diventa un alleato

Saper gestire l’errore significa saper gestire la propria crescita.
Quando l’atleta smette di temere lo sbaglio e impara a leggerlo, allora sviluppa quella maturità sportiva che SMA team promuove in ogni suo intervento.

L’errore, da minaccia, diventa così ciò che è sempre stato:
un alleato silenzioso, ma potentissimo, nel percorso di evoluzione sportiva.

Tecla Oliveri– Psicologa dello Sport di SMA team

Dalla pressione alla fiducia: come trasformare le aspettative in obiettivi concreti


Quando le aspettative diventano eccessive o poco realistiche, il rischio è quello di perdere il controllo sulla propria prestazione.
Molti atleti riferiscono che il momento di maggiore ansia è “prima di cominciare”, quando la mente è piena di frasi come “non posso sbagliare”, “devo vincere”.

Uno degli strumenti più efficaci per trasformare la pressione in direzione è il goal setting, cioè la definizione di obiettivi SMART (Specifici, Misurabili, Accessibili, Realistici, Temporizzati).
Passare da un’aspettativa astratta (“devo vincere”) a un piano d’azione concreto (“voglio migliorare la mia gestione della partenza e restare concentrato fino alla fine”) significa riprendere il controllo.

Questo tipo di lavoro è al centro dei percorsi che SMAteam propone con atleti e squadre:
durante le sessioni individuali o di gruppo, aiutiamo sportivi di ogni età a ridefinire i propri obiettivi, distinguendo ciò che è controllabile (impegno, atteggiamento, preparazione) da ciò che non lo è (risultato, giudizio altrui).

Attraverso esercizi di self-talk positivo, visualizzazioni e tecniche di regolazione emotiva, gli atleti imparano a costruire un dialogo interno funzionale.
Frasi come “posso imparare da questo” o “respiro e riparto” diventano strumenti di stabilità mentale, non semplici slogan.

Nei progetti con le società sportive, SMAteam lavora anche con allenatori e genitori, affinché il linguaggio e le aspettative dell’ambiente siano coerenti con la crescita dell’atleta.
Quando l’intero sistema sportivo – staff, famiglia e atleta – impara a condividere obiettivi chiari e flessibili, la prestazione non è più vissuta come un esame, ma come un percorso di sviluppo personale.

💬 Allenare la mente non significa eliminare la pressione, ma imparare a trasformarla in fiducia, direzione e consapevolezza.

Di Chiara Feno e Elena Uberti psicologi dello sport di SMATeam

Nikefobia: Quando il successo attiva le nostre paure più profonde

In realtà, uscendo dall’immaginario comune e dalle fantasie collettive ed entrando nelle vite degli atleti e delle persone che praticano sport a livello agonistico, la vittoria può fare paura.

Si chiama Nikefobia, deriva dal greco (Nike = vittoria e Phobia = paura) e si manifesta quando la prospettiva di un successo provoca così tanta paura da portare la persona ad auto-boicottarsi poco prima di raggiungerlo o subito dopo averlo conseguito.

Ma come può il successo innescare paura?

Innanzitutto, dobbiamo ricordarci che, come esseri umani, siamo molto più emotivi che razionali. Lo spiega molto bene il neuroscienziato Koch (2012) affermando che per l’80% siamo composti di dinamiche percettivo-emotive e per il 20% di dinamiche coscienti. Questo significa che nella nostra quotidianità si possono innescare meccanismi di difesa emotiva che non sono coscienti ma che sono fondamentali per proteggere la nostra integrità psichica. I cambiamenti, belli o brutti che siano, sono potenziali minacce al nostro equilibrio psico-emotivo, perciò, per quanto assurdo possa sembrare, la vittoria intesa come grande cambiamento può innescare più paura che desiderio.

Quindi, in questo senso, la Nikefobia non è un fenomeno assurdo o illogico, bensì un meccanismo biopsicologico naturale, che si innesca in modo inconsapevole per evitare e/o rinunciare a qualcosa che potrebbe essere fonte di un potenziale cortocircuito emotivo insostenibile.

La Nikefobia si può manifestare nel pre-gara attraverso gli autosabotaggi (es. infortuni, trascuratezza nella preparazione, calo improvviso della motivazione, tendenza a ripetere sempre gli stessi errori, trascuratezza nella cura delle condizioni facilitanti la prestazione ad es. nutrizione e sonno), oppure molto spesso si manifesta nel post-gara dopo grandi vittorie tanto desiderate attivando quella che viene chiamata “sindrome dell’impostore” ovvero quella sensazione di non essersi meritati quel successo e di non poterlo mai più ripetere.

Siamo di fronte ad un meccanismo irrazionale che può essere affrontato con un percorso individuale di counselling psicologico o di psicoterapia, ma il Mental Training può essere un grande alleato e strumento di prevenzione attraverso l’allenamento alla consapevolezza emotiva.

Abbiamo parlato di come intervenire e come prevenire questo fenomeno nella nostra pillola Academy. Se sei interessato/a ad approfondire puoi acquistarla al seguente link:

https://sportmindsetagency.thinkific.com/collections

E a te, è mai capitato di aver paura di vincere?

Valentina Marchesi

Perfezionismo e Mentalità vincente: una riflessione tra limiti e opportunità

Il perfezionismo, spesso considerato una virtù, può trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Esigere standard elevati e sforzarsi di raggiungerli può stimolare la crescita personale, ma quando questi obiettivi diventano irrealistici o radicati nel timore del fallimento, si rischia di cadere in un circolo vizioso di ansia e insoddisfazione.

La distinzione tra perfezionismo sano e perfezionismo disfunzionale, descritta da Hamacheck (1978), evidenzia come solo il primo consenta di accettare l’errore come parte del processo di apprendimento. Il perfezionismo sano, infatti, si manifesta come una ricerca dell’eccellenza che motiva a migliorarsi continuamente, senza che l’errore diventi una minaccia per la propria autostima. Chi abbraccia questo approccio vede nei fallimenti momenti di riflessione e crescita, piuttosto che ostacoli insormontabili.

Il perfezionismo disfunzionale, invece, è alimentato dalla paura costante di sbagliare e dall’esigenza di dimostrare il proprio valore attraverso risultati impeccabili. In questo stato mentale rigido, l’errore è vissuto come un fallimento assoluto, capace di innescare ansia e autocritiche severe. Si entra così in una logica “tutto o niente”, dove ogni risultato è considerato un successo completo o un disastro totale, impedendo di trarre soddisfazione anche dai traguardi raggiunti.

Questo stesso concetto, ad esempio, è centrale nella Mamba Mentality di Kobe Bryant.

Il leggendario cestista ha incarnato l’idea di focalizzarsi sull’obiettivo presente, vivendo ogni sfida come un’opportunità per superare i propri limiti. Per Kobe lavorare duramente significava studiare ossessivamente i dettagli, trasformando ogni errore in una lezione per perfezionare la propria strategia. Questa mentalità, che si spinge oltre il concetto di motivazione, invita a dedicarsi completamente al proprio percorso, senza paura di affrontare fallimenti come parte del processo.

Riconoscere i rischi del perfezionismo disfunzionale, come il pensiero dicotomico “successo o fallimento”, è fondamentale per evitare un blocco emotivo e una svalutazione di sé. Al contrario, adottare una visione orientata al miglioramento continuo, accogliendo il fallimento come spinta al cambiamento, può trasformare il perfezionismo in una risorsa potente.

 

E tu, come vivi il rapporto con gli errori e le aspettative? Forse è il momento di fermarti un istante e chiederti: gli standard che ti poni alimentano la tua crescita o ti imprigionano nella paura di non essere all’altezza? Accogliere una mentalità che valorizzi il processo, e non solo i risultati, significa trasformare ogni passo, anche quelli incerti, in un’opportunità per migliorare.

Abbracciare gli errori significa accettare che la strada verso l’eccellenza passa attraverso la capacità di sperimentare, sbagliare e rialzarsi più forti. Per questo, è fondamentale dotarsi di strategie che aiutino a vivere il perfezionismo in modo costruttivo, ad esempio:

  1. Ridefinisci l’errore: inizia a considerarlo come parte integrante dell’apprendimento. Chiediti: “Cosa posso imparare da questa esperienza?” anziché concentrarti solo su ciò che non è andato come previsto.
  2. Focalizzati sul progresso, non sulla perfezione: annota i miglioramenti raggiunti, anche se piccoli, e celebra i tuoi passi avanti, invece di aspettarti sempre risultati impeccabili.
  3. Stabilisci obiettivi realistici: suddividi i tuoi traguardi in obiettivi più piccoli e raggiungibili, per evitare la pressione di dover eccellere subito in tutto.
  4. Allenati alla flessibilità mentale: lavora per ridurre il pensiero “tutto o niente”. Impara a valutare i tuoi risultati su una scala di gradazioni, apprezzando i successi parziali.
  5. Crea uno spazio sicuro per l’autocritica costruttiva: quando valuti le tue prestazioni, fallo con gentilezza. Concentrati su ciò che hai fatto bene e su cosa puoi migliorare senza svalutarti.
  6. Circondati di supporto positivo: coltiva relazioni con persone che sostengano la tua crescita senza giudicarti, ma che siano pronte a darti un feedback costruttivo.
  7. Sperimenta senza paura del giudizio: datti il permesso di provare, anche quando il successo non è garantito. L’apertura all’esperienza è un potente alleato per superare le barriere del perfezionismo disfunzionale.

Inizia oggi con un piccolo passo: scegli un’attività che ti mette alla prova, anche se temi di non riuscire farla perfettamente. Affrontala con curiosità, vedendola come un’occasione per imparare e scoprire nuove possibilità. Lascia che ogni errore diventi una tappa del tuo percorso di crescita e osserva come cambia il tuo modo di vivere l’imperfezione.

Buon allenamento!

Federica Cominelli

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