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Tag: atleti

Quando il gesto non “accade” più. Corpo, controllo e fiducia negli sport ad alta complessità

Nel percorso sportivo, soprattutto negli sport ad alta complessità coordinativa, esistono momenti in cui l’atleta non è in difficoltà per mancanza di tecnica, forza o motivazione.
Il gesto c’è, ma non scorre più. Il corpo sembra non riconoscerlo, il movimento perde fluidità e l’atleta fatica a orientarsi mentre lo esegue.

In ginnastica artistica questo fenomeno è noto come twisties: una perdita temporanea dell’orientamento spazio-corporeo durante movimenti altamente automatizzati. È diventato noto al grande pubblico grazie alle parole di Simone Biles, che ha descritto con grande lucidità la sensazione di “non sapere più dove si trovava in aria”.

Dal punto di vista della psicologia dello sport, non si tratta di paura, né di un semplice blocco mentale. È piuttosto una interferenza nel controllo motorio automatico: il sistema nervoso smette di anticipare il movimento e l’atleta prova, spesso senza accorgersene, a guidarlo in modo cosciente. Più controllo, però, significa meno fluidità.

“Skilled performance breaks down when performers attempt to consciously control movements that normally run outside of awareness.”
Beilock & Carr, 2001

Esperienze simili emergono anche in altri sport acrobatici, per esempio nei tuffi, quando il timing e la percezione della rotazione si frammentano, o nello skateboarding, dove trick consolidati diventano improvvisamente rigidi, spezzati, poco “sentiti”. In tutti questi casi il corpo non ha dimenticato il gesto: ha perso temporaneamente fiducia nel movimento.

Il lavoro dello psicologo dello sport non è spingere l’atleta a riprovare, ma aiutarlo a ricostruire le condizioni di sicurezza, attenzione e predizione che permettono all’automatismo di riattivarsi. Significa allenare il focus, ridurre l’overcontrollo, rispettare i segnali corporei e costruire progressioni di rientro coerenti.

La fluidità, infatti, non nasce dal controllo istante per istante, ma dalla capacità del sistema di anticipare ciò che sta per accadere.

“The nervous system relies on prediction to produce smooth and coordinated movement.”
Wolpert & Flanagan, 2001

Il messaggio che portiamo in SMA è chiaro: anche queste fasi fanno parte del percorso di performance. Si possono attraversare e allenare, ma solo seguendo una linea di rispetto per sé e per il proprio 

In Sport Mindset Agency accompagniamo atleti e staff a leggere questi momenti non come incidenti di percorso, ma come segnali funzionali del sistema di performance. Il nostro lavoro non consiste nel “sbloccare” il gesto, ma nel ricostruire le condizioni perché il corpo torni a muoversi con fiducia, chiarezza e continuità.

Attraverso un lavoro integrato su attenzione, regolazione emotiva e progressioni di rientro, aiutiamo l’atleta a rispettare i propri segnali, ridurre l’overcontrollo e rientrare gradualmente nel gesto senza forzature. È un percorso che tutela la prestazione, ma soprattutto la relazione dell’atleta con il proprio corpo e con il proprio sport.

Se questi temi risuonano con la tua esperienza sportiva, in Sport Mindset Agency li affrontiamo all’interno di percorsi di supporto psicologico e di formazione dedicati agli atleti e agli staff, con l’obiettivo di allenare non solo il gesto, ma le condizioni che permettono al gesto di accadere.

Una domanda finale per te, atleta: Quando il movimento non scorre più, stai cercando di forzarlo… o stai creando le condizioni perché il tuo corpo possa tornare a fidarsi?

Dr. Sandro ANFUSO (Psicologo dello Sport – Psicoterapeuta SMA Team).

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Riferimenti bibliografici essenziali

Beilock, S. L., & Carr, T. H. (2001). On the fragility of skilled performance: What governs choking under pressure?Journal of Experimental Psychology: General, 130(4), 701–725.

Wolpert, D. M., & Flanagan, J. R. (2001). Motor prediction. Current Biology, 11(18), R729–R732.

Wulf, G. (2013). Attentional focus and motor learning: A review of 15 years. International Review of Sport and Exercise Psychology, 6(1), 77–104.

Le carte DIXIT in campo: quando un’immagine apre la conversazione

Nel lavoro con gli atleti spesso si pensa che lo psicologo dello sport utilizzi soprattutto questionari, colloqui strutturati o tecniche molto formali. In realtà, quando si lavora direttamente sul campo, gli strumenti possono essere anche molto più semplici, immediati e concreti.

Uno di quelli che utilizziamo spesso durante gli incontri con gli atleti sono le carte DIXIT.

A prima vista sembrano semplicemente delle carte illustrate nate per un gioco da tavolo. Le immagini sono creative, strane ma molto simboliche. Proprio per questomotivo diventano uno strumento molto interessante per parlare di emozioni, percezioni e momenti dello sport.

Nel nostro lavoro con SMA TEAM, queste carte sono diventate uno strumento che portiamo spesso direttamente in campo. Non restano chiuse in uno studio o su una scrivania: viaggiano con noi tra circoli, allenamenti e incontri. Hanno girato palestre e campi, sono state appoggiate su panchine, tavoli improvvisati e spesso direttamente sulla terra, portando con loro un po’ di terra rossa, altre un po’ di umido o pioggia.

In altre parole: sono carte che hanno vissuto il campo.

Questo in realtà le rende ancora più coerenti con il lavoro che facciamo. Non sono uno strumento teorico, ma qualcosa che entra davvero nella quotidianità degli atleti. Quando le tiro fuori dallo zaino durante un incontro, spesso la prima reazione è curiosità. Gli atleti iniziano a guardarle, a commentarle, a chiedersi cosa rappresentino. E da lì la conversazione parte quasi da sola.

Una volta tirate fuori, chiedo di scegliere un’immagine che rappresenti il loro rapporto con lo sport. Non c’è una risposta giusta o sbagliata. Ognuno vede qualcosa di diverso. Spesso lo sport per gli atleti è un insieme di amicizie, rivalità, stress e anche “stacco” dal resto del mondo.

Proprio per questo motivo diventa più facile raccontarsi. Non si parte da una domanda diretta, ma da un’immagine che fa da ponte. Gli atleti descrivono la carta e, mentre lo fanno, spesso iniziano a raccontare anche qualcosa di sé.

Un passaggio molto importante è che anche il consulente partecipa all’attività. Quando facciamo questo esercizio, non sono solo gli atleti a scegliere una carta. Anche noi ne prendiamo una e raccontiamo cosa rappresenta per noi. È un gesto semplice, ma ha un significato importante. Significa che non è un momento

in cui qualcuno osserva e analizza dall’esterno. È uno spazio condiviso, in cui tutti possono raccontare qualcosa.

Questo aiuta molto a creare fiducia e a rendere l’incontro più naturale. Spesso gli atleti si rilassano proprio quando vedono che anche noi psicologi ci mettiamo in gioco e condividiamo una parte di noi.

Uno dei momenti in cui utilizzo più spesso le carte Dixit è all’inizio di un percorso con gli atleti. Quando si parte con un nuovo gruppo o con nuovi atleti, non è sempre facile iniziare a parlare subito di emozioni, difficoltà o obiettivi. A volte c’è un po’ di timidezza, altre volte semplicemente non si sa bene cosa dire. Le carte aiutano molto in questo. 

Un altro momento in cui è molto efficace utilizzare le carte Dixit è alla fine della stagione. In quel caso l’esercizio cambia leggermente. Scegliamo le carte e ci facciamo diverse domande: dove si sentivamo all’inizio della stagione, dove sentiamo di essere arrivati oggi e dove vogliamo arrivare.

È un modo semplice ma molto efficace per fare un piccolo bilancio del percorso. Le immagini aiutano a raccontare come sono cambiate le sensazioni, le aspettative e il modo di stare in campo. A volte emerge che la strada è stata diversa da quella immaginata all’inizio. Altre volte gli atleti si rendono conto di aver fatto più strada di quanto pensassero. Anche qui tutto parte da una carta, ma la conversazione che nasce spesso diventa molto più ampia.

Le carte Dixit non sono uno strumento complesso. Non richiedono spiegazioni lunghe e non hanno bisogno di grandi preparazioni. Eppure, proprio nella loro semplicità, riescono spesso ad aprire conversazioni molto autentiche. Aiutano gli atleti a raccontarsi, a riflettere sul proprio percorso e a condividere pensieri che magari non sarebbero usciti in una domanda diretta.

Nel lavoro che facciamo con SMA TEAM, ci piace utilizzare strumenti che possano vivere davvero nel contesto sportivo: in campo, tra un allenamento e l’altro, in mezzo alla terra rossa e alla routine degli atleti.

Le carte Dixit sono uno di questi strumenti. Un piccolo mazzo di immagini che viaggia con noi tra circoli e allenamenti, e che ogni volta riesce a creare uno spazio di dialogo diverso.

Perché a volte basta scegliere un’immagine per iniziare a raccontare molto di più di quello che si pensava.

Dr. Federico CESATI  (Psicologo dello Sport – SMA Team).

Oltre l’allenamento: la Psicologia dello Sport per potenziare la preparazione alle olimpiadi

Come spettatori delle Olimpiadi Invernali osserviamo pochi secondi di gara: una discesa, un salto, una sequenza di movimenti apparentemente perfetti.Quello che raramente vediamo è tutto ciò che potrebbe accadere prima, durante e dentro l’atleta a livello psicologico.

Negli sport invernali, più che in altri contesti, un errore potrebbe durare un secondo, ma valere quattro anni di preparazione e sacrifici. Ed è proprio questa sproporzione tra il tempo dell’azione e il peso del significato a rendere la preparazione mentale un aspetto centrale, seppur invisibile.

In vista di un evento come le Olimpiadi, un atleta potrebbe sperimentare una forma di ansia da prestazione diversa da quella abituale. Non si tratterebbe solo di agitazione pre-gara, ma di una pressione più profonda, legata al significato simbolico dell’evento. Potrebbero emergere pensieri come:

È l’occasione della mia vita, non posso permettermi di sbagliare”

“Ho lavorato quattro anni per questi pochi secondi, non devo sbagliare, buttarei via tutti i sacrifici”

In questi casi, l’ansia non deriverebbe tanto dalla gara in sé, quanto da ciò che rappresenta e dalle aspettative. Negli sport invernali, dove l’errore spesso non è recuperabile, questapercezione potrebbe amplificarsi ulteriormente.

La psicologia dello sport non lavora sull’eliminazione dell’ansia, ma sulla sua gestione funzionale: riconoscerla, accettarla e impedire che interferisca con automatismi costruiti in anni di allenamento.

Ad esempio, negli sport ad alta velocità o precisione, un singolo errore potrebbe interrompere tutto e influenzare una traiettoria leggermente sbagliata, un appoggio impreciso, un attimo di esitazione. Questo potrebbe attivare anche una paura specifica: la paura dell’errore irreversibile. Non tutti gli atleti la vivrebbero allo stesso modo e per alcuni potrebbe tradursi in:

● ipercontrollo del gesto

● rigidità motoria

● difficoltà a “lasciar andare” l’azione

Il training mentale, in questi casi, potrebbe da un lato consistere nel ridefinire cosa rappresenta l’errore: non una catastrofe, ma una possibilità intrinseca della prestazione. Questo perché paradossalmente, accogliere la possibilità di sbagliare potrebbe ridurre il rischio di sbagliare davvero. L’atleta non sarebbe distratto da quella paura e dai pensieri legati ad essa, ma avrebbe lo spazio mentale per pensieri concreti e utili a guidare gesti atletici efficaci. Dunque sarebbe fondamentale allenarsi psicologicamente a spostare il focus della propria attenzione dagli obiettivi di risultato (esterni e incontrollabili) a obiettivi di processo e prestazione (interni e controllabili). Ad esempio con l’utilizzo di parole focus.

Un ulteriore aspetto riguarda il fatto che alle Olimpiadi non si gareggia solo contro gli avversari, ma anche sotto lo sguardo del pubblico, dei media e dei social media. Questo potrebbe attivare un’eccessiva attenzione rivolta verso sé stessi: “come appaio?”, “cosa penseranno?”.

In psicologia dello sport si parla di spostamento del focus attentivo dall’azione, al giudizio. Quando l’attenzione si allontana dal compito, la performance potrebbe risentirne. Per questo, la preparazione mentale includerebbe spesso:

● allenamento dell’attenzione selettiva

● costruzione di routine pre-gara

● capacità di “chiudere fuori” il contesto esterno

Molti atleti di alto livello sarebbero cresciuti con l’idea che, in eventi come le Olimpiadi, conti solo la perfezione. Tuttavia, la ricerca suggerisce che la ricerca ossessiva del controllo totale potrebbe aumentare il rischio di errore, soprattutto in contesti variabili come quelli degli sport invernali. Condizioni ambientali imprevedibili, fattori esterni e margini minimi rendono necessaria una grande flessibilità mentale. Più che essere perfetti, gli atleti dovrebbero essere capaci di adattarsi.

Un aspetto spesso invisibile è la fatica psicologica dell’attesa. Prepararsi per anni a un evento unico potrebbe portare a una concentrazione totale su un solo obiettivo, con il rischio di rendere fragile tutto ciò che sta intorno. Allo stesso modo, dopo la gara, indipendentemente dal risultato, alcuni atleti potrebbero sperimentare un senso di vuoto.

Il cosiddetto “post-Olympic blues” non sarebbe raro e non riguarderebbe solo chi “perde”, ma anche chi vince. Per questo, una preparazione mentale completa potrebbe includere anche un lavoro sull’identità dell’atleta oltre la prestazione, per non identificarsi con essa ma riconoscere che il proprio valore identitario e personale esiste al di là di essa. Non si è solo atleti, ma soprattutto persone.

Esempi di cosa pensare (e cosa non pensare) per gestire efficacemente una gara olimpica:

Pensieri funzionali

● “Mi concentro su ciò che posso controllare”

● “So cosa fare, mi affido all’allenamento”

● “L’ansia può aiutarmi a essere presente”

● “Un errore non definisce chi sono”

● “Resto nel momento, azione dopo azione”

Pensieri disfunzionali

● “Non devo assolutamente sbagliare”

● “Questa gara decide tutto”

● “Se fallisco, ho buttato via 4 anni”

● “Tutti si aspettano qualcosa da me”

● “Devo essere perfetto”

Dietro le Olimpiadi Invernali non ci sarebbe solo preparazione fisica e tecnica, ma un complesso lavoro mentale fatto di equilibrio, accettazione e adattamento. Perché, quando un errore dura un secondo, ma pesa quattro anni, “la vera sfida non è evitare l’errore, ma concentrarsi sul passo successivo, non sul risultato finale.” (Kobe Bryant).

D.ssa Maria Chiara FENO (Psicologa dello Sport e Psicoterapeuta – SMA Team).

Perché l’errore spaventa – Parte 1

Come SMA team lavora per trasformare l’errore in crescita

Nel percorso sportivo, l’errore viene spesso percepito come una minaccia: qualcosa da evitare, correggere o eliminare il prima possibile. Tuttavia, l’esperienza clinica e sul campo dei professionisti di SMA team mostra un quadro molto diverso.
L’errore non è un antagonista da combattere: è una componente strutturale della prestazione e una delle principali opportunità di sviluppo per l’atleta.

All’interno dei progetti che SMA porta avanti con squadre, federazioni e atleti individuali, la gestione dell’errore è considerata un vero allenamento psicologico. Il modo in cui un atleta vive, interpreta e reagisce allo sbaglio influenza profondamente la sua crescita sportiva e personale.

Perché l’errore fa così paura? La dimensione psicologica

L’errore tocca corde molto profonde: mette in dubbio le proprie capacità, minaccia l’immagine di sé e attiva la paura del giudizio. Per molti atleti — soprattutto giovani — sbagliare significa rischiare di deludere l’allenatore, i compagni, i genitori o il pubblico.
Questa pressione genera ansia, irrigidimento e comportamenti di evitamento che, paradossalmente, aumentano la probabilità di sbagliare di nuovo.

Nei percorsi di SMA team lavoriamo proprio su questo: aiutare l’atleta a distinguere lo sbaglio dal proprio valore personale, rendendo l’errore un dato da osservare e non un’etichetta. È un processo che libera energia mentale e restituisce lucidità.

Errore come feedback: allenare la mentalità di crescita

Uno dei pilastri metodologici di SMA è la growth mindset.
Secondo questa prospettiva, le abilità non sono qualcosa di fisso, ma competenze che si costruiscono nel tempo.
L’errore diventa così un’informazione preziosa: indica dove intervenire e orienta il miglioramento.

Nel lavoro con atleti e staff, SMA team favorisce l’acquisizione di questa mentalità aiutando gli sportivi a:

• separare l’identità personale dalla singola prestazione;

• interpretare l’errore in modo costruttivo e non giudicante;

• mantenere motivazione e stabilità emotiva anche nei momenti critici;

• vedere le sfide come parte naturale del percorso.

La crescita psicologica diventa quindi parte integrante della crescita atletica, non un’aggiunta opzionale.

Conclusione – Il primo passo per cambiare il rapporto con l’errore

Questa prima parte mette a fuoco ciò che spesso non viene allenato abbastanza: la percezione dell’errore.
Prima ancora delle tecniche, delle routine o della revisione post-gara, è necessario sviluppare una visione più sana e costruttiva dello sbaglio.

È esattamente ciò che, ogni giorno, i professionisti di SMA team cercano di trasmettere nei loro progetti: una cultura sportiva che non demonizzi l’errore, ma lo utilizzi come materia prima della crescita.

Di Tecla Oliveri– Psicologa dello Sport di SMA team

Qual è il motore delle tue azioni?

Molte ricerche, se non bastassero gli esempi visibili ad occhio nudo, confermano l’importanza della motivazione nel contesto sportivo (Gould et al., 2002; Vallerand, 2007).  

Cosa significa realmente “motivazione”? Dal latino motivus, ossia “capace di muovere”, la motivazione è il processo che ci permette di iniziare e sostenere un’azione, un comportamento e portarlo avanti fino al raggiungimento del risultato posto come obiettivo (Vallerand et al,1993). 

Qui parleremo, in particolare, della motivazione intrinseca, ossia di ciò che dentro di noi ci permette di sostenere il nostro percorso verso gli obiettivi. Come atleti sappiamo bene quanto sia importante sostenere il percorso sportivo, caratterizzato da momenti di soddisfazione, gioia e raggiungimento di risultati, tanto quanto da fatica, sacrifici e perseveranza.  Ritroviamo subito un elemento chiave per sostenere la nostra motivazione: gli obiettivi. Definiti in modo chiaro, specifico, temporalmente definito, consciamente rilevanti e formulati di modo che siano sì sfidanti, ma effettivamente raggiungibili (obiettivi SMART), gli obiettivi ci permettono di orientare il nostro impegno ed i nostri sforzi. 

Senza obiettivi chiari le nostre energie derivate dalla motivazione, dal nostro desiderio di muoverci verso, verrebbero irrimediabilmente sperperate, per assenza di una direzione definita. Per tal motivo un goal Setting efficace è un punto fondamentale per la nostra motivazione, come noi di SMA ben sappiamo e ricordiamo ai nostri atleti. 

Nella Self Determination Theory di Deci e Ryan (1985, 2000) emerge come l’essere umano abbia la necessità che i suoi bisogni di autonomia, competenza e relazione vengano soddisfatti, per poter sostenere il proprio benessere e la motivazione. Cosa significa? Che, se vogliamo che l’atleta sia motivato nel praticare la propria attività sportiva, sarà necessario che percepisca 

-Di scegliere attivamente quell’attività sportiva, ricordandosi i motivi per cui la sceglie, ogni giorno (autonomia)

-Di percepire fiducia nelle proprie abilità di praticare tale attività sportiva con successo, al netto degli errori normalmente presenti (competenza)

-Di ingaggiare relazioni soddisfacenti e significative con i diversi attori del contesto sportivo: altri atleti, allenatori e non per ultimi anche i genitori, ognuno nel proprio ruolo e contesto, comunicando con loro in modo utile alle parti e al processo di crescita dell’atleta stesso (Relazione).

Oltre a questo è fondamentale riconoscere il ruolo centrale dell’energia in noi, legata alla motivazione, che è motore e al contempo carburante del processo di motivazione stessa. 

La nostra energia, come qualsiasi altra tipologia di energia, ha necessità di ricarica. 

Per questo è importante 

1. Riconoscere ed accettare che la nostra energia non è infinita 

2. Riconoscere i momenti di stanchezza e riposare

3. Riconoscere la necessità di ricaricarsi: con le attività che ci fanno stare bene, riconoscendo i nostri successi (anche i più piccoli) in ambito sportivo e non solo, dando il giusto spazio ai diversi elementi della nostra vita. 

La motivazione, per concludere, passa anche e soprattutto per il benessere dell’atleta, elemento in cui noi di SMA crediamo profondamente. Senza benessere non vi è motivazione, senza benessere non vi è successo. 

In Sport Mindset Agency sosteniamo il tuo benessere. 

Dr.ssa Manuela Ermacora

Dalla pressione alla fiducia: come trasformare le aspettative in obiettivi concreti


Quando le aspettative diventano eccessive o poco realistiche, il rischio è quello di perdere il controllo sulla propria prestazione.
Molti atleti riferiscono che il momento di maggiore ansia è “prima di cominciare”, quando la mente è piena di frasi come “non posso sbagliare”, “devo vincere”.

Uno degli strumenti più efficaci per trasformare la pressione in direzione è il goal setting, cioè la definizione di obiettivi SMART (Specifici, Misurabili, Accessibili, Realistici, Temporizzati).
Passare da un’aspettativa astratta (“devo vincere”) a un piano d’azione concreto (“voglio migliorare la mia gestione della partenza e restare concentrato fino alla fine”) significa riprendere il controllo.

Questo tipo di lavoro è al centro dei percorsi che SMAteam propone con atleti e squadre:
durante le sessioni individuali o di gruppo, aiutiamo sportivi di ogni età a ridefinire i propri obiettivi, distinguendo ciò che è controllabile (impegno, atteggiamento, preparazione) da ciò che non lo è (risultato, giudizio altrui).

Attraverso esercizi di self-talk positivo, visualizzazioni e tecniche di regolazione emotiva, gli atleti imparano a costruire un dialogo interno funzionale.
Frasi come “posso imparare da questo” o “respiro e riparto” diventano strumenti di stabilità mentale, non semplici slogan.

Nei progetti con le società sportive, SMAteam lavora anche con allenatori e genitori, affinché il linguaggio e le aspettative dell’ambiente siano coerenti con la crescita dell’atleta.
Quando l’intero sistema sportivo – staff, famiglia e atleta – impara a condividere obiettivi chiari e flessibili, la prestazione non è più vissuta come un esame, ma come un percorso di sviluppo personale.

💬 Allenare la mente non significa eliminare la pressione, ma imparare a trasformarla in fiducia, direzione e consapevolezza.

Di Chiara Feno e Elena Uberti psicologi dello sport di SMATeam

La bussola del successo

Era la mia prima stagione come giocatore di basket in una squadra semi- professionistica. Mi allenavo tutti i giorni, seguivo il programma del coach, ma dentro di me c’era una sensazione strana, come se non bastasse. Non avevo un obiettivo chiaro: non sapevo se stavo lavorando per migliorare il mio tiro, la velocità, o per diventare un giocatore più completo. Ero solo concentrato a ‘fare tutto’, ma senza una direzione precisa. Dopo qualche mese, mi sono ritrovato frustrato e, peggio ancora, stanco mentalmente. È stato in quel momento che ho capito: senza una meta definita, stavo sprecando le mie energie e il mio potenziale.

Questa sensazione di smarrimento è comune a molti atleti, indipendentemente dal livello o dallo sport praticato. Che si tratti di basket, corsa, nuoto o qualsiasi altra disciplina, la mancanza di obiettivi chiari può portarci a vivere il nostro impegno come un viaggio senza destinazione. Ed è proprio qui che entra in gioco il GOAL SETTING, uno strumento essenziale per dare direzione e significato al nostro percorso.

Definire gli obiettivi cambia tutto.

Stabilire degli obiettivi significa dare un significato concreto al nostro impegno. Avere una meta, anche piccola, ci aiuta a sapere dove stiamo andando: quando abbiamo un obiettivo preciso, ogni allenamento, ogni sacrificio diventa un passo avanti verso qualcosa di tangibile. È come avere una BUSSOLA: magari il viaggio è lungo, ma sai di essere sulla strada giusta. Nei momenti in cui la fatica si fa sentire, quando i risultati sembrano lontani, gli obiettivi ci ricordano perché abbiamo iniziato. Sono il nostro punto di riferimento, la base a cui tornare quando tutto sembra confuso. Infine, definire gli obiettivi ci orienta a riconoscere il progresso: senza obiettivi, rischiamo di ignorare i piccoli successi quotidiani. Eppure, ogni miglioramento, per quanto piccolo, è una conquista che merita di essere celebrata, ogni volta.

Nutrirsi di soddisfazioni è essenziale.

La capacità di apprezzare il viaggio, non solo la destinazione ci dà grande forza. Quando abbiamo obiettivi chiari, possiamo dividerli in tappe intermedie, ognuna delle quali rappresenta un motivo per sentirci soddisfatti e motivati. Pensaci: quanto è diverso dire “voglio migliorare nella corsa” rispetto a “voglio abbassare di 5 minuti il mio tempo sui 10 km in tre mesi”. Il secondo obiettivo è concreto, misurabile, e ci permette di celebrare ogni piccolo passo avanti. Ogni miglioramento diventa una ricarica di energia, una conferma che il nostro impegno sta dando frutti.

Il goal setting è molto più di una strategia: è un alleato.

Ci aiuta a restare concentrati, a sentirci in movimento, e a dare un senso profondo al nostro lavoro. Non importa quanto lontano sia il traguardo finale: ciò che conta è sapere che stiamo avanzando, passo dopo passo. Perché in fondo, ogni successo nasce da una serie di piccoli passi, ciascuno più significativo di quanto immaginiamo. Ogni obiettivo raggiunto, anche il più piccolo, ci ricorda che siamo capaci di andare avanti. E questa consapevolezza, da sola, è la forza più grande che possiamo avere.

Sandro Anfuso

Vivere tra Sport e Like. La Sfida della Visibilità per gli Atleti

Nel mondo iperconnesso di oggi, un atleta non si limita più a vincere gare: vive sotto i riflettori dei media 24 ore su 24. Questa visibilità gioca un ruolo cruciale nella vita di ogni sportivo, infatti, i social sono sia il mezzo principale per la promozione di brand e messaggi, ma sono anche motivo di forti critiche e stress. Partendo dall’esempio di diversi sportivi, proveremo a capire quanto i social impattino nella loro routine e performance. I casi di Gianmarco Tamberi che aggiorna i suoi fan fino a sette volte in un solo giorno di gara, e di Naomi Osaka che si disconnette completamente dai social per mantenere la concentrazione, ci suggeriscono che la relazione tra sportivi e visibilità pubblica sembra rivelarsi un’arma a doppio taglio.

 

Il primo nome che viene in mente, quando si parla di sport e social, è sicuramente Cristiano Ronaldo. Infatti, possiede il profilo Instagram più seguito al mondo, con oltre 500 milioni di follower, CR7 non è solo una star del calcio, ma un vero e proprio brand globale. La sua capacità di curare meticolosamente la sua immagine sui social gli ha permesso di creare una vera e propria azienda il campo da gioco, collaborando con marchi internazionali e ora promuove i suoi prodotti brandizzati CR7, che vanno dall’abbigliamento, come intimo e materiale sportivo, fino a profumi e prodotti per la casa.

 

Nel mondo del tennis invece, possiamo citare due episodi recenti e radicalmente opposti. Queste due posizioni mostrano chiaramente come i social media possano influenzare le carriere degli atleti, sia in modo positivo che negativo. Da una parte c’è Naomi Osaka, che ha scelto di prendersi una pausa dai social media per concentrarsi meglio sul suo gioco e sulla sua salute mentale. Nel 2021, la tennista ha fatto notizia quando ha deciso di ritirarsi dal Roland Garros dopo aver rifiutato di parlare con i media, sottolineando l’impatto che la pressione e la i riflettori puntati hanno avuto su di lei. Questa scelta coraggiosa ha portato a un dibattito pubblico sulla salute mentale degli atleti, mettendo in evidenza quanto sia importante per loro allontanarsi dalle pressioni esterne e ritrovare la serenità necessaria per affrontare le sfide in campo. Osaka ha capito che, per poter dare il massimo nel tennis, doveva anche prendersi cura di sé, liberandosi dal rumore e dalle distrazioni.
Dall’altra parte, abbiamo Nick Kyrgios, che, dopo essersi infortunato durante la stagione estiva del 2023, ha trovato un nuovo modo per far parlare di sé. Invece di utilizzare questo tempo lontano dal campo per riflettere, ha cominciato a sfruttare la sua visibilità sui social media per alimentare polemiche. Non ha esitato a criticare diversi sportivi, tra cui Jannik Sinner, mettendo in discussione non solo l’atleta ma anche la sua persona: polemizzando sul caso di doping e la sua relazione. Questa scelta ha dimostrato come Kyrgios utilizzi la sua piattaforma per rimanere rilevante, provocando e generando controversie, rendendo evidente il divario tra chi cerca di mantenere la propria concentrazione sportiva e chi usa la visibilità per alimentare rivalità e tensioni.

 

In Italia, un caso emblematico è quello di Gianmarco Tamberi, campione olimpico di salto in alto alle Olimpiadi di Tokyo. Ha sfruttato i social media per promuovere la sua immagine e condividere momenti significativi della sua vita e della sua carriera. Tuttavia, alle recenti Olimpiadi di Parigi, non è riuscito a confermare il suo successo e ha subito forti critiche sui social. Molti lo hanno criticato, accusandolo di pensare troppo ai social, pubblicando anche sette post il giorno della gara. Ma in realtà, stava affrontando un problema ben più serio: soffriva di calcoli renali, un dolore insopportabile che l’ha costretto al ricovero prima della competizione. Questa condizione ha chiaramente compromesso la sua forma fisica e, quindi, la sua performance. Nonostante questo, molti hanno dato la colpa alla sua attività online, ignorando completamente il suo stato di salute. Invece di ricevere supporto, ha ricevuto solo critiche.

 

Questa situazione fa riflettere sul potere dell’esposizione sui social media. Mentre da una parte amplificano le vittorie e il potere mediatico degli atleti, dall’altra creano una pressione enorme. Gli sportivi con un’altissima visibilità, proprio come Tamberi, devono gestire le aspettative e i giudizi del pubblico, che influenzano e minano sia le loro prestazioni, sia la loro vita personale.

 

In conclusione, le esperienze di Naomi Osaka, Gianmarco Tamberi e Cristiano Ronaldo mettono in luce le diverse sfide e strategie che gli atleti affrontano nell’era dei social media. Chi ha saputo trasformare i social in un potente strumento per costruire il suo brand, dimostrando come la visibilità possa essere utilizzata strategicamente per promuovere. Oppure, chi ha vissuto la pressione della visibilità, trovandosi a dover affrontare critiche anziché supporto, spingendo molti sportivi al completo abbandono dei media.
Tutti questi casi sottolineano l’importanza di un approccio equilibrato e consapevole nei confronti della fama e della pressione, evidenziando la necessità di un ambiente di supporto che consideri le fragilità umane di tutti gli atleti.

 

L’illusione di una connessione diretta con i fan può diventare un’arma a doppio taglio. Gli atleti pagano un prezzo alto per la visibilità e il successo. È fondamentale che la società e i tifosi comprendano il peso di questa esposizione e creino un ambiente più supportivo, che consideri anche le fragilità umane degli atleti.

 

Che si tratti di un’opportunità o di un ostacolo, l’esposizione mediatica è ormai parte integrante della vita di ogni atleta. La vera sfida sta nel trovare un equilibrio: sfruttare il potenziale dei social media per crescere, senza farsi schiacciare dal peso della costante visibilità.

 

Federico Cesati

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