Autore: Francesco Volpiana

“Se vuoi, puoi”. Ma è davvero così?

28 luglio 2025, Singapore. Medaglia d’argento per Nicolò Martinenghi nella finale dei 100m rana ai Campionati del Mondo World Aquatics.
Ai microfoni della Rai, subito dopo la gara, il Campione Olimpico ha raccontato:

“Ora posso dirlo. Ieri sera dopo la mia serata ho passato tutta la notte in bagno. Ero vuoto dentro ma ero pieno in testa e nel cuore oggi. Ho pensato di dare forfait, ma l’orgoglio ha prevalso. Sono al settimo cielo, anche se non sembra”.

Queste parole hanno acceso sul web la solita retorica del “Se vuoi, puoi”, come se bastasse crederci per raggiungere qualsiasi traguardo.
Dal punto di vista psicologico, questa semplificazione è rischiosa: soprattutto per i giovani atleti, può trasformarsi in una fonte di frustrazione e senso di inadeguatezza, invece che in una spinta a dare il meglio.

Cosa c’è dietro il risultato

Quello che raramente si dice è che Nicolò Martinenghi è un professionista di altissimo livello, con anni di allenamento, difficoltà superate, un oro olimpico alle spalle, competenze tecniche e mentali consolidate.
Ha raggiunto un livello di maturità sportiva e consapevolezza di sé che gli permette di fidarsi del proprio percorso e affrontare anche le giornate peggiori. Per questo lui può. E noi gli facciamo i complimenti più sinceri.

Il messaggio per i giovani atleti

Invece di ripetere “Se vuoi, puoi”, raccontiamo ai ragazzi perché lui ci è riuscito:

  • perché ha lavorato a lungo sulla fiducia in sé stesso
  • perché sa canalizzare le emozioni
  • perché sa rimanere nel qui ed ora
  • perché rispetta il proprio corpo e la propria mente

Il risultato è il punto di arrivo, non il punto di partenza. Nei progetti SMA lavoriamo costantemente su questo aspetto, costruire obiettivi a lungo termine, lavorando in sinergia con tutte le aree. In ogni progetto sottolineiamo ad allenatori, famiglie e atleti che i risultati possono arrivare solo quando si è coltivata la preparazione fisica, tecnica, tattica e mentale.

La sfida di SMA per allenatori e genitori

Sosteniamo i giovani nel costruire:

  • consapevolezza di sé
  • capacità di gestire le emozioni
  • un dialogo interno rispettoso
  • la pazienza di fare un passo alla volta

Perché dietro a ogni “Se vuoi, puoi” c’è sempre un “Se ti prepari, puoi”.

Valentina Marchesi – SMAteam

Supporto psicologico: risorsa integrata o responsabilità dell’atleta?

“Se hai bisogno, senti questa professionista, ti giro il suo numero.”
“Abbiamo uno psicologo di riferimento, ma devi prendere tu appuntamento.”

Sono frasi che sentiamo ancora troppo spesso nei contesti sportivi. Frasi che sembrano offrire supporto…ma che in realtà rischiano di scaricare sull’atleta tutta la responsabilità di chiedere aiuto.

Con SMAteam lavoriamo ogni giorno per portare la preparazione mentale al centro dell’esperienza sportiva, non ai margini. Perché sappiamo che l’accesso alla salute mentale, soprattutto in ambienti competitivi, non può essere lasciato alla buona volontà del singolo.

Un modello “fai da te” è complesso.
In molte realtà, la salute mentale è ancora trattata come un optional. L’atleta riceve una lista di contatti o un consiglio generico, ma poi deve fare tutto da solo: scegliere il professionista, capire come incastrarlo nel proprio calendario di allenamenti, costruire una relazione di fiducia…magari mentre cerca di rientrare da un infortunio o affronta una crisi di performance.

Tutto questo accade in ambienti dove la vulnerabilità è spesso percepita come debolezza. Dove chiedere aiuto è difficile, e farlo in modo tempestivo ancora di più.

Non basta “avere uno psicologo”: serve una vera integrazione.
Nel lavoro che facciamo con le squadre, SMA propone un modello diverso. Un modello in cui il supporto psicologico non è esterno, ma radicato nella cultura del team. Dove il professionista mentale è presente, riconosciuto, accessibile.

Questo vuol dire:

  • Essere parte della quotidianità dell’atleta, non un contatto esterno da cercare “in caso di emergenza”.
  • Avere accesso diretto, senza passaggi intermedi o barriere organizzative.
  • Allineare staff e allenatori, in modo che il messaggio sia condiviso e coerente.
  • Costruire una cultura che normalizza il lavoro su sé stessi, senza stigma.

Una riflessione per dirigenti e staff
Non faremmo mai scegliere a un atleta il proprio preparatore fisico sfogliando una lista. Non gli diremmo “buona fortuna” per trovare il fisioterapista adatto. Allora perché farlo con la salute mentale?

Investire nella performance mentale non è un gesto simbolico, è un atto concreto di responsabilità. Significa creare spazi, figure e messaggi coerenti, perché l’atleta possa davvero prendersi cura della propria mente con lo stesso impegno con cui allena il corpo.

E questo, per noi di SMA, è uno dei passi più urgenti per costruire ambienti sportivi più sani, più completi, più umani.

Elena Uberti

Co-Fondatrice SMA Team

Il ruolo dei genitori nello sport: supporto o pressione?

Come l’atteggiamento dei genitori può influenzare fiducia, ansia e performance dei giovani atleti.

“Non serve a niente che ti alleni tutta la settimana se poi perdi queste partite.”
“Mi raccomando, non facciamo brutta figura.”
“Perché non giochi/ non vinci come il tuo compagno di allenamento?”

Quante volte frasi come queste – dette anche con buone intenzioni – finiscono per pesare sulle spalle dei giovani atleti? Il rapporto con i genitori può essere una delle spinte più forti per la crescita nello sport, ma anche una delle cause principali di ansia, frustrazione e calo di fiducia.

Nel lavoro quotidiano di SMAteam emerge spesso come la performance di un atleta sia fortemente condizionata non solo da ciò che succede in campo, ma anche dal clima familiare che lo accompagna fuori. Quando parliamo di mentalità vincente, non possiamo non considerare il ruolo dei genitori: a volte sono il motore, altre volte (senza volerlo) diventano un freno.

La passione trasmessa…in modi diversi

È naturale che un genitore voglia trasmettere la propria passione per uno sport ai figli. Come viene trasmessa questa passione fa tutta la differenza.

Un genitore che supporta, ascolta e incoraggia, aiuta il giovane atleta a mantenere alta la fiducia, a vivere le partite con maggiore serenità e a interpretare vittorie e sconfitte come occasioni di crescita. Al contrario, un genitore che critica, che mette a confronto con gli altri o che pretende risultati immediati, rischia di alimentare dubbi, insicurezze e frustrazioni.

Parole, sguardi, atteggiamenti: tutto comunica. E spesso, prima ancora delle tecniche o delle tattiche, sono questi dettagli a fare la differenza in campo.

Fiducia, ansia e performance: il triangolo delicato

Uno degli aspetti più delicati è la gestione dell’ansia pre-gara. Quando un atleta teme di deludere, la mente inizia a riempirsi di pensieri negativi: “Non posso sbagliare”, “Se perdo, cosa diranno?”, “Devo dimostrare che valgo”.

Questi pensieri aumentano la tensione, irrigidiscono il corpo e riducono la capacità di restare concentrati nel presente. Il risultato? Prestazioni sotto tono, errori banali, e un circolo vizioso di delusione e sfiducia.

Anche il post-partita è un momento critico: un genitore che manifesta delusione, anche solo con uno sguardo, può minare la fiducia del proprio figlio più di qualsiasi sconfitta.

Il ruolo chiave dei genitori nella preparazione mentale

La preparazione mentale di un atleta non può prescindere dal contesto familiare. Per questo, nei percorsi SMA coinvolgiamo sempre attivamente i genitori (anche nei corsi OPEN Academy predisposti in un calendario online con un appuntamento al mese), aiutandoli a riflettere su come sostenere i figli in modo costruttivo.

Ecco tre punti chiave su cui lavoriamo:

  1. Creare un clima positivo, dove il focus è sul miglioramento e non sul risultato.
  2. Rinforzare la fiducia, valorizzando l’impegno e il percorso, indipendentemente dall’esito della gara.
  3. Gestire la motivazione, aiutando l’atleta a restare concentrato e motivato anche nei momenti di difficoltà.

Il genitore non deve essere un “secondo allenatore” ossessionato dalla vittoria, ma un punto di riferimento emotivo, capace di accompagnare il figlio nelle sfide dello sport e della crescita personale.

Che tipo di genitore vuoi essere?

Ogni genitore ha il potere di influenzare il percorso sportivo del proprio figlio. La domanda è: vuoi essere un genitore che mette pressione o che costruisce fiducia?

Noi di SMAteam crediamo che educare alla mentalità sportiva significhi lavorare insieme: atleti, tecnici e famiglie. Nei nostri percorsi per genitori, offriamo strumenti concreti per supportare i figli non solo come sportivi, ma come persone che imparano a gestire le sfide con equilibrio, determinazione e consapevolezza.

Perché, alla fine, il vero risultato non è solo la vittoria in campo, ma la crescita di atleti sereni e motivati, pronti ad affrontare le competizioni…e la vita.

Elena Uberti

Co-Fondatrice SMA Team

Competizione e trasferta: routine mentali da allenare

Quando partiamo per un torneo all’estero, so che non sarà solo un torneo qualsiasi. È una partedi stagione che vivo con il mio gruppo di allenamento: quelli con cui ho condiviso i lunghi mesi di preparazione, le sessioni più faticose, le pause tra una sessione e l’altra e le risate in palestra.
Arriviamo insieme, ci sistemiamo in appartamento, facciamo la spesa, cuciniamo insieme, usciamo dopo cena. Ma poi, ad un certo punto, arriva quel momento: il pre-partita. E lì è il momento più importante per entrare in partita focalizzati
.

Questa è la voce di molti atleti che seguiamo e che vivono le trasferte come un equilibrio delicato tra esperienza collettiva e centratura personale.
Quando si è lontani da casa, la routine cambia, e il rischio è che la performance ne risenta. Ma è proprio in questi contesti che la preparazione mentale fa la differenza.

Fuori dal campo: il tempo che conta davvero

La vita in trasferta non è fatta solo di match. Anzi, il grosso del tempo si passa fuori dal campo. I momenti tra un allenamento e l’altro, le attese per il proprio turno di gioco, i pasti, le camminate post-cena, le chiacchierate in camera e nei viaggi.
Sono questi i momenti che fanno da sfondo emotivo al torneo: se vengono vissuti bene, l’atleta arriva in campo con una carica diversa, più stabile, più “centrata”.

Per questo aiutiamo gli atleti a strutturare delle routine anche fuori dalla competizione:
– spazi per il riposo e la rigenerazione,
– strategie per stare bene nel gruppo senza farsi travolgere,
tecniche mentali per ritrovare la propria energia.

Non serve “essere perfettamente in forma”. Serve sentirsi al proprio posto, nel proprio equilibrio.

Dentro il campo: una routine mentale allenata

Quando si avvicina il match, la tensione aumenta. Gli stimoli esterni diventano rumore, i pensieri iniziano ad affollarsi.
È in quei minuti che entra in gioco la routine pre-gara, costruita nei mesi precedenti con lo psicologo dello sport.

Ogni atleta ha la sua: c’è chi ascolta musica con le cuffie, chi si isola per respirare e visualizzare, chi scrive un obiettivo su un foglio e se lo tiene nel borsone per leggerlo in un momento cruciale.
Non è improvvisazione. È allenamento mentale. E funziona perché è stata preparata, provata e modificata, più e più volte.

Anziché entrare in campo in balia del battito a mille e dei pensieri che corrono, l’atleta entra con un obiettivo chiaro. Che non è Devo vincere”. Ma, ad esempio, tenere lo sguardo sulle corde tra un punto e l’altro, pianifico il 15 successivo o ripetere la propria routine tra un punto e l’altro.
Obiettivi concreti, allenabili, sotto controllo cosciente.

Più dei risultati e dei ranking: costruire memorie

Quando lavoriamo con un atleta a prepararsi mentalmente per una trasferta, non lo facciamo solo per i punti che può conquistare in questa trasferta.
Lo facciamo per contribuire a generare esperienze positive, che lascino un segno positivo anche in termini di auto efficacia.Quel giorno ho perso, sono comunque riuscito a lottare fino all fine“, “Lì ho capito che ero davvero cresciuto”.

La preparazione mentale non serve per aumentare la probabilità di risultati. Serve per vivere meglio, anche in contesti sfidanti, anche lontano da casa.
E alla fine, sono proprio quei ricordi che restano. E che fanno dell’atleta una persona più forte, dentro e fuori dal campo.

Elena Uberti
Sport Mindset Agency

Dall’Italia alla Florida: come il tennis e la psicologia dello sport cambiano la vita

Il racconto di una collega che lavora in SMA rispetto alla propria esperienza personale:

“Trasferirsi negli Stati Uniti da sola a soli 18 anni è stata un’esperienza unica e indescrivibile.
La decisione di intraprendere questo grande cambiamento è nata dalla mia passione per il tennis, che mi ha spinta a far parte di una squadra universitaria americana, unendo così sport e studio all’interno di un contesto internazionale e stimolante.

Il cambiamento è una sfida mentale

Il mio viaggio è cominciato a Milano e mi ha portata fino a Tampa, in Florida. Fin dai primi giorni ho notato numerose differenze tra la vita in Italia e quella negli Stati Uniti: lo stile di vita, la lingua, il clima e, soprattutto, il sistema universitario. Le università americane si distinguono da quelle italiane per il metodo di studio, l’attenzione allo sport e il supporto fornito agli studenti-atleti, che spesso vengono considerati prioritari.

All’inizio, affrontare un cambiamento così radicale non è stato semplice. Mi sono trovata a gestire incertezze, ansia e una forte nostalgia di casa. Per superare queste difficoltà, avevo bisogno di allenare la mia mente; ho lavorato sulla costruzione di una routine e su obiettivi personali che mi aiutassero a trovare un equilibrio emotivo e a mantenere alta la motivazione.

Giornate intense e allenamento mentale

Le mie giornate erano (e sono tuttora) molto intense: trascorro diverse ore ad allenarmi in campo o in palestra, frequento corsi di formazione, e mi dedico allo studio o passo il tempo libero con gli amici. Questo stile di vita, seppur gratificante, può risultare faticoso sia a livello fisico che mentale. Per affrontarlo in modo sano ed equilibrato, ho imparato a utilizzare tecniche di concentrazione che mi aiutano a focalizzarmi in momenti specifici — come lo studio, gli allenamenti o le competizioni — e tecniche di rilassamento utili per gestire situazioni stressanti, siano esse accademiche o sportive.

Sport, studio e benessere

Le università americane offrono inoltre un ampio supporto agli studenti: sono disponibili tutor, academic advisors e terapisti, che possono aiutare a gestire lo stress, l’ansia o anche semplicemente a fare chiarezza sul percorso da intraprendere, sia a livello accademico che professionale e sportivo. La vita universitaria negli Stati Uniti non ruota solo intorno allo studio e allo sport: è fortemente caratterizzata anche da una ricca vita sociale. All’interno della squadra si creano legami profondi, grazie alla condivisione della stessa passione per il tennis. Ma anche al di fuori del campo è possibile stringere amicizie: in aula, durante i lavori di gruppo o partecipando agli eventi organizzati dal college. Le università americane promuovono infatti numerose attività sociali e culturali — dalle “game nights” alle “movie nights”, fino a eventi di beneficenza — che offrono agli studenti la possibilità di conoscere persone nuove e aprirsi a culture differenti.

 

Il ruolo di SMA nel percorso degli student-athletes

Affrontare un cambiamento di tale portata può certamente essere difficile all’inizio, soprattutto per via delle barriere linguistiche, culturali e della lontananza da casa. SMA lavora con atleti proprio in questi momenti chiave, prima della partenza, durante l’adattamento e nel percorso del college. Il supporto dato agli atleti consiste in:

  • Costruire routine mentali efficaci per mantenere un equilibrio tra sport, studio e vita sociale;
  • Gestire lo stress e ansie delle competizioni, esami, e del cambiamento in generale;
  • Sviluppare concentrazione e motivazione, che possono essere utili in momenti di difficoltà, ma anche in ogni attività quotidiana;
  • Affrontare un possibile calo motivazionale e solitudine dovuta alla distanza da casa o ai cambiamenti;
  • Coltivare una mentalità di crescita, che possa servire sia nello sport che nella parte accademica e professionale.

Un’esperienza che cambia

Studiare e giocare negli Stati Uniti è un’esperienza incredibilmente arricchente, che permette di crescere sotto ogni punto di vista: accademico, professionale, sportivo e personale. Più di ogni altra cosa, apre molte porte per il futuro, offrendo opportunità che raramente si presentano restando nella propria zona di comfort. Ma per viverla appieno, è importante essere preparati fisicamente e mentalmente. SMA supporta gli studenti-atleti nel loro percorso, aiutandoli ad affrontare momenti difficili, vivendoli come sfide ed occasione. L’obiettivo è di migliorare la performance, ma soprattutto di promuovere il benessere completo, fuori e dentro dal campo.


Elena Uberti

Co-Fondatrice di SMA 

Costruire la resilienza un passo alla volta

Nel mondo dello sport, pochi ambiti offrono una finestra così potente sulla resilienza umana quanto le competizioni di ultra-resistenza. Parliamo di eventi che spingono corpo e mente ben oltre i confini della fatica: lo Spartathlon in Grecia richiede agli atleti di correre l’equivalente di 6 maratone in 36 ore; la Terra Australis Bike Epic è una competizione di circa 6000km che porta i ciclisti lungo l’intera costa orientale del continente; i concorrenti dell’Iditarod Trail Invitational è un’ultra maratona che dura fino a 30 giorni in Alaska, e numerosi altri eventi per il mondo.

Negli ultimi decenni, la partecipazione a questi eventi è aumentata esponenzialmente: solo in Nord America, il numero di persone che hanno completato un’ultra maratona è passato da 650 nel 1980 a oltre 79.000 nel 2017 (1). Ma cosa spinge sempre più atleti verso queste sfide estreme? E, soprattutto, cosa ci insegnano sull’essere umani?

Abitare la fatica

Robin Harvie, in The Lure of Long Distances, ricorda che il termine “atleta” deriva dal greco antico e significa “colui che lotta, che soffre”. Per molti ultra-atleti, la sofferenza non è un ostacolo, ma un elemento da esplorare: un’occasione per interrogarsi sul proprio senso di esistere, sulle proprie risorse mentali, sulla relazione tra dolore e il suo significato. In queste gare, resistere significa spesso procedere un passo alla volta, in un contesto dove gioia e fatica coesistono. È proprio questa convivenza, a tratti paradossale, che alimenta la motivazione profonda e permette agli esseri imani di sopportare ciò che è apparentemente insopportabile. La sensazione che “la gara non finisca mai” è comune tra chi affronta lunghi eventi di endurance. Questa distorsione del tempo somiglia a quella vissuta da chi vive momenti di profonda sofferenza psicologica: un’esperienza sospesa, dilatata, in cui ogni minuto sembra interminabile (2).
Allenarsi alla fatica significa anche sviluppare strategie cognitive e mentali per “stare dentro” queste sensazioni, senza esserne sopraffatti. L’ambiente gioca un ruolo chiave: la natura, i paesaggi, la luce dell’alba o un cielo stellato diventano risorse mentali. Emozioni di trascendenza collocano il dolore e la fatica in un contesto diverso (3). Sperimentare uno stato di elevazione in un momento di profondo sfinimento ricorda che lampi di pura felicità possono sorprenderti anche quando le cose sembrano più desolate.

La chimica della resilienza

Nel 2015, durante la Yukon Arctic Ultra, gli scienziati del Center for Space Medicine and Extreme Environments di Berlino (4) analizzarono il sangue degli atleti: rilevarono livelli altissimi di irisina, un ormone prodotto durante l’attività fisica. Oltre a facilitare il metabolismo dei grassi, l’irisina agisce sul cervello stimolando il sistema della ricompensa e migliorando l’umore. Questo ormone, come altre miochine, proteine rilasciate dai muscoli durante l’esercizio, dimostra che il movimento non agisce solo sul corpo, ma anche sulla mente. Ogni passo, ogni contrazione muscolare, invia segnali biochimici al cervello, rafforzando la resilienza (5). E non serve attraversare l’Artico per beneficiarne: ogni attività fisica, se svolta con regolarità, stimola questi processi.

Il triangolo corpo, mente e relazione

Nonostante l’apparente individualità delle gare di ultra-endurance, nessuno sente di essere completamente da solo: molti atleti si sentono rincuorati semplicemente sapendo che ci sono altri partecipanti anch’essi là fuori, da qualche parte, di fronte ai propri demoni. L’idea che “non sei l’unico” ad affrontare quella sfida, fisica e mentale, diventa una fonte potente di sostegno emotivo (6).
Il dolore condiviso crea legami profondi. Studi antropologici dimostrano che le esperienze difficili vissute collettivamente generano coesione: diventiamo “famiglia” nei momenti in cui siamo vulnerabili, non in quelli in cui sembriamo invincibili (7). L’ultra-endurance è un laboratorio per comprendere come il corpo, la mente e le relazioni si intrecciano nella gestione della fatica. Saper tollerare la difficoltà, accettare la vulnerabilità e cercare il significato anche nella sofferenza sono abilità che ogni atleta, e ogni persona, può allenare. Non necessariamente su un sentiero ghiacciato in Alaska, ma ogni giorno, nella propria routine (8).

Le esperienze degli atleti di ultra-endurance ci insegnano che la resilienza non nasce solo dal talento o dalla forza fisica, ma da una pratica costante: quella di abitare la fatica e restare presenti nel discomfort. Che tu stia affrontando una gara estrema o una sfida personale nella vita quotidiana, i meccanismi sono sorprendentemente simili: si va avanti un passo alla volta, si impara a convivere con l’incertezza e si costruisce la propria forza mentale anche grazie alla connessione con gli altri.

Referenze

1. http://realendurance.com/summary.php

2. Doloress A. Christensen (2017), “Over the mountains and through the woods; Psychological processes of ultramarathon runners”, Spingfield College

3. Karen Weekes (2004), “Cognitive coping strategies and motivational profiles of ultra- endurance athletes”, Dublin City University.

4. Robert H. Coker et al. (2017), “Metabolic responses to the Yukon Arctic Ultra: Longest and coldest in the world”, Medicine and Science in Sport and Exercise, 49 (2), 357-362.

5. Judit Zsuga et al. (2016), “FNDC5/irisin, a molecular target for boosting reward related learning motivation”, Medical Hypothesis, 90, 23-28.

6. 7. “Over the mountains and through the woods”, Christensen. Dimitris Xygalatas (2014), “The biosocial basis of collective effervescence an experimental anthropological study of a fire-walking ritual”, Fieldwork in Religion, 9 (1), 53-67.

8. Doug Anderson (2001), “Recovering humanity: Movement, sport, and nature”, Journal of the Philosophy of Sport, 28 (2), 140-150.

 

Giada Cananzi

Parole che potenziano – Parte 2: La comunicazione che costruisce team e identità

Se nella prima parte abbiamo esplorato il self-talk come motore interno della prestazione, ora ci concentriamo su un altro aspetto fondamentale: la comunicazione nel gruppo e il linguaggio dei coach. In SMA, ci occupiamo proprio di questo: creare ambienti comunicativi sani, positivi e motivanti, dentro e fuori dal campo.

L’energia che si contagia

Ogni parola detta in un gruppo sportivo ha un impatto sul clima emotivo. Anche nello sport individuale, esiste un team intorno all’atleta: allenatori, compagni, genitori, preparatori.

Esempi: Un compagno che incoraggia può riattivare la fiducia. Un leader positivo ispira coesione, Uno staff empatico costruisce appartenenza e sicurezza.

Tecniche efficaci per comunicare meglio nel gruppo:

  • Feedback costruttivo: specifico, sul comportamento, immediato.
  • Ascolto attivo: non interrompere, porre domande, riformulare per comprendere.
  • Comunicazione non violenta: esprimere bisogni senza colpevolizzare.

Un cambiamento piccolo può avere un impatto enorme:

❌ “Hai sbagliato di nuovo, così non andiamo da nessuna parte”
✅ “Cosa possiamo migliorare insieme? Riproviamoci, con più calma.”

Il coach come riferimento emotivo

Il linguaggio dell’allenatore non corregge solo errori, costruisce identità. Un buon coach:

  • Sceglie parole che motivano senza distruggere.
  • Sa quando parlare…e quando ascoltare.
  • Comunica anche con lo sguardo, il tono e il corpo.

SMA lavora a fianco degli allenatori per aiutarli a riconoscere e rafforzare queste competenze comunicative fondamentali, anche in situazioni di stress e alta pressione.

Le parole costruiscono realtà: Le neuroscienze lo confermano: parole e immagini creano esperienze quasi reali nel cervello. Dire “non ce la faccio” o dire “sto migliorando” attiva circuiti cerebrali totalmente diversi. La comunicazione crea identità, aspettative, comportamenti.

In conclusione: comunica come vuoi diventare

Le parole che usiamo oggi, dentro e fuori il campo, stanno costruendo l’atleta che diventeremo domani. SMA è al fianco di chi vuole allenare non solo il corpo, ma anche il linguaggio mentale e relazionale, per una crescita completa, consapevole, efficace.

 

Elena Uberti

Parole che potenziano – Parte 1: Il potere del self-talk nello sport

Nel mondo dello sport ogni dettaglio conta: preparazione fisica, tecnica, alimentazione…Ma c’è un aspetto troppo spesso sottovalutato, eppure potentissimo: la comunicazione, con sé stessi e con gli altri. SMA – un team di psicologi dello sport – lavora ogni giorno proprio su questo: aiutare atleti, coach e squadre a usare le parole come strumento di crescita, motivazione e performance.

Il tuo primo allenatore sei tu

Ogni atleta convive con una voce interiore: quella che può abbattere o sollevare, frenare o dare forza. Si chiama self-talk, e rappresenta il dialogo interno che ciascuno di noi ha in allenamento, in gara o nelle difficoltà.

Self-talk negativo: “Sono un disastro.” “Non combino mai nulla.”

Risultati? Ansia, demotivazione, frustrazione, calo energetico.

Self-talk positivo: “So cosa fare.” “Un punto alla volta, voglio farcela.”

Effetti? Più concentrazione, resilienza, motivazione, senso di controllo.

Come allenarlo?

Gli psicologi dello sport SMA propongono strumenti concreti:

  • Ancoraggi: frasi brevi da usare prima o durante la prestazione.
  • Ristrutturazione cognitiva: imparare a cambiare pensieri inutili o sabotanti.
  • Diario del self-talk: scrivere per qualche giorno i pensieri dominanti, per imparare a gestire quelli dannosi e rafforzare quelli utili.

Allenare la propria voce interna è come potenziare un muscolo mentale: all’inizio costa fatica, ma può diventare una risorsa automatica e potentissima. E il supporto di un team come SMA può fare la differenza nel rendere questo lavoro concreto, mirato e duraturo.

👉 Nella Parte 2, parleremo di come la comunicazione nel gruppo e quella del coach possano costruire un clima vincente, e di come le parole creino la realtà.

 

Elena Uberti

Allenarsi mentalmente: tra intelligenza e saggezza

Nel mondo dello sport, si parla sempre più spesso di mental coaching, tecniche di visualizzazione, esercizi di concentrazione. Ma il rischio è quello di ridurre l’allenamento mentale a una lista di strumenti da applicare, come se bastasse seguire un manuale per essere “forti di testa”.

E se invece l’essenza dell’allenamento mentale fosse un’altra? Se non si trattasse tanto di “fare bene” le cose, ma di fare le “cose giuste”? Qui entra in gioco una distinzione fondamentale: quella tra intelligenza e saggezza.

Intelligenza: capire come funzionano le cose

L’intelligenza è la capacità di imparare in fretta, risolvere problemi, trovare strategie. Se capisci subito come risolvere un’equazione, se intuisci il meccanismo tecnico di un salto o il piano tattico dell’avversario, stai usando la tua intelligenza.

Nello sport, l’intelligenza ti aiuta a essere efficiente: a fare le cose in modo corretto, veloce, preciso.

Saggezza: capire cosa è giusto fare

La saggezza invece è un’altra cosa: è quella qualità che ti permette di usare l’esperienza, il buon senso e la sensibilità per scegliere bene. È la capacità di dire la cosa giusta al momento giusto, di capire cosa conta davvero in una situazione.

La saggezza è efficacia: fare le scelte giuste, in linea con i propri valori e obiettivi.
Ti guida non solo nel come, ma soprattutto nel perché.

Tecniche o consapevolezza?

Applicare tecniche senza sapere perché le stai usando può essere sterile. Magari funziona, ma non lascia traccia. L’allenamento mentale vero comincia quando ti allei con te stesso, quando costruisci un dialogo interno consapevole.

La tecnica serve quando è al servizio di un’intenzione chiara.
Altrimenti è solo un esercizio vuoto.

La saggezza mentale è quella che ti fa chiedere:

“Perché sto reagendo così?”
“Cosa voglio davvero da questa gara?”
“Qual è la scelta più coerente con chi voglio diventare?”

Si può allenare la “saggezza”

Allenare la saggezza non è un lusso per filosofi o meditatori. È qualcosa di molto concreto, che si costruisce nel tempo con piccoli atti quotidiani. Ecco qualche esempio per farlo anche nello sport:

Ritaglia spazi di riflessione. Dopo un allenamento, una gara, o anche una giornata intensa: fermati. Pensa a cosa è successo, come hai reagito, cosa hai imparato. La saggezza cresce nel terreno della riflessione.

Allena le relazioni con gli altri. Parla con i tuoi compagni, allenatori, familiari. Ascolta davvero. Mettersi nei panni degli altri è una palestra formidabile per l’empatia e la comprensione, verso gli altri e verso se stessi.

Impara a farti domande migliori. Vai oltre le risposte automatiche. Allenati a chiederti: “Che impatto ha questa scelta?”, “Cosa mi serve davvero adesso?”, “Sto andando nella direzione giusta?”

L’alleanza tra mente e identità

Nel lavoro con SMA, ci accorgiamo ogni giorno che gli atleti più maturi mentalmente non sono quelli che usano più strumenti, ma quelli che hanno imparato a conoscersi, a scegliere e a dare significato a ciò che fanno.

Allenarsi mentalmente, allora, non è solo allenare la mente, ma allenare una visione.
Un modo di stare nello sport che unisce prestazione e crescita personale, risultati e identità.

L’intelligenza ti fa correre veloce.
La saggezza ti fa scegliere dove andare.

Scopri come sviluppare un mindset consapevole e orientato alla crescita. Contattaci per iniziare il tuo percorso di allenamento mentale personalizzato.

Sandro Anfuso

Emozioni e Prestazione nello Sport: come Paura e Adrenalina possono migliorare il rendimento

Nel mondo dello sport, provare emozioni intense come la paura o l’ansia da prestazione o prima di una gara non sono segni di debolezza. Anzi, possono diventare potenti leve per la performance. Uno dei meccanismi più affascinanti e studiati è quello legato al rilascio di adrenalina, una risposta fisiologica che, se ben gestita, può aiutare l’atleta a dare il meglio proprio nei momenti più critici.

Emozioni nello sport: inevitabili e potenti

Ogni atleta sperimenta emozioni prima di una gara. Che sia la paura di sbagliare, la tensione della competizione o l’eccitazione per una sfida importante, le emozioni attivano corpo e mente.

In particolare, emozioni intense come paura, rabbia o entusiasmo possono innescare una risposta fisiologica che include il rilascio di adrenalina, che aiuta ad attivarsi ed è utile per affrontare momenti impegnativi perché migliora forza, prontezza e concentrazione.

La paura: non è un nemico, è un messaggio

La paura è un’emozione primaria, fondamentale per la sopravvivenza. Ci segnala che stiamo per affrontare qualcosa di significativo o potenzialmente pericoloso e nel contesto sportivo, si traduce in:

  • Paura di sbagliare
  • Paura del giudizio
  • Paura di non essere all’altezza

Tuttavia, la paura può essere interpretata come un segnale di preparazione, non di fallimento. Gli atleti di alto livello non eliminano la paura, ma imparano a rileggerla come attivazione utile.

L’adrenalina: risposta del corpo, potenziamento della mente

L’adrenalina non è un’emozione, ma un ormone prodotto dalle ghiandole surrenali quando percepiamo una situazione ad alto impatto emotivo. Che provenga da paura, eccitazione o tensione, l’adrenalina ha effetti ben precisi:

  • Aumento della frequenza cardiaca
  • Maggiore ossigenazione e reattività muscolare
  • Focalizzazione mentale e prontezza
  • Riduzione della percezione del dolore

Quando gestita bene, l’attivazione da adrenalina può portare a uno stato ottimale di performance, anche in condizioni di forte pressione. In questo contesto, si parla di “eustress”, cioè uno stress positivo: attiva ma non travolge, e può migliorare la performance.

Ma attenzione perché l’adrenalina non sempre è positiva: se l’attivazione diventa eccessiva, cronica o non gestita, può generare ansia, tensione muscolare, difficoltà di recupero e, a lungo termine, sovraccarico fisiologico (spesso chiamato “distress“).

La pressione: limite o opportunità?

Sotto pressione, l’attivazione emotiva e fisiologica raggiunge il picco. Alcuni atleti collassano. Altri, invece, si esaltano. La differenza? La gestione mentale dello stress.

Le strategie degli atleti vincenti:

  1. Accettare l’emozione: non combatterla, ma riconoscerla e usarla.
  2. Allenare la mente come il corpo: tecniche come la mindfulness, la visualizzazione e il self-talk positivo migliorano la risposta emotiva.
  3. Focalizzarsi sul presente: l’ansia vive nel futuro. L’efficacia, nel qui e ora.
  4. Preparare routine stabili: abitudini mentali e fisiche aiutano a entrare nella “zona di performance ottimale”.

Conclusione: non esiste prestazione senza emozione

Le emozioni, anche quelle più scomode come la paura, sono parte integrante della prestazione sportiva. Se interpretate correttamente e accompagnate da una buona gestione dell’attivazione fisiologica (come il rilascio di adrenalina), possono diventare veri e propri strumenti di potenziamento mentale e fisico.

L’obiettivo non è eliminare le emozioni, ma allenarsi a viverle nel modo più funzionale alla performance.

Domande frequenti

  1. È normale sentire paura prima di una gara? Sì, è del tutto normale. La paura segnala che stai affrontando qualcosa di importante. Lavorare sulla sua gestione è la chiave per performare meglio.
  2. Cosa succede al corpo con l’adrenalina? L’adrenalina attiva una risposta fisica che prepara il corpo all’azione: aumento della forza, riflessi più rapidi, maggiore concentrazione.
  3. Come trasformare emozioni “negative” in energia utile? Attraverso tecniche mentali, respirazione, routine e allenamento alla consapevolezza emotiva.

Vuoi imparare a gestire meglio le emozioni nello sport?

Lavora con degli psicologi dello sport per trasformare la paura e lo stress in concentrazione, energia e risultati concreti.

👉 Contattaci per una consulenza personalizzata.

Federica Cominelli

L’effetto Sinner-Musetti: quando la forza mentale diventa contagiosa

Due italiani in semifinale al Roland Garros dopo sessant’anni. Non è solo una questione di talento, ma anche di modello e spinta collettiva.

È di nuovo un momento storico per il tennis italiano. Dopo sessant’anni, due giocatori azzurri approdano contemporaneamente alle semifinali del Roland Garros, uno dei tornei più ambiti del circuito mondiale. Jannik Sinner, con una prestazione solida e decisa, ha liquidato il kazako Sascha Bublik in tre set secchi. Lorenzo Musetti, dal canto suo, ha firmato un’autentica impresa contro Frances Tiafoe, guadagnandosi un posto tra i migliori quattro di Parigi, dove sfiderà il campione in carica Carlos Alcaraz.
Ma ciò che colpisce, oltre al valore tecnico, è la tenuta mentale con cui questi ragazzi stanno affrontando sfide sempre più grandi. La testa fa la differenza, e questi risultati lo confermano. Non è solo il braccio a portare in semifinale, ma una mente costruita, solida, lucida nei “Big Point”.

Quando un italiano arriva così in alto, accade qualcosa di potente anche intorno a lui: cambia la percezione del possibile. I successi di Sinner e Musetti non restano confinati nei tabelloni internazionali, ma si riflettono nei sogni – e nella motivazione – dei tanti giovani che si allenano ogni giorno in Italia.

Questi atleti hanno fin da piccoli incontrato nel loro percorso il sistema delle selezioni nazionali dove è ormai da anni prevista la presenza del preparatore mentale. Ai tempi erano ragazzi molto giovani, ma già allora avevano iniziato ad avvicinarsi alla dimensione mentale della performance. Con un team di psicologi dello sport (tra cui la Dott.ssa Elena Uberti, co-fondatrice di Sport Mindset Agency) si è lavorato fin da subito sull’aspetto della consapevolezza: attraverso il confronto tra le percezioni degli atleti e quelle degli allenatori, si è cominciato a costruire un’immagine solida e realistica dei punti di forza, prima ancora di parlare di debolezze dell’avversario. Un lavoro sottile ma fondamentale, che ha messo le basi per lo sviluppo della fiducia e dell’identità sportiva.

Facciamo riferimento a tutto l’attuale movimento italiano: vedere un pari età, un volto familiare, salire sul palcoscenico dei più grandi riduce quella distanza percepita tra l’ideale e il reale. Il campione smette di essere solo un mito irraggiungibile e diventa un riferimento tangibile: “se ce l’ha fatta lui, posso farcela anch’io”. È in quel confronto orizzontale, tra pari, che si attiva una delle leve più potenti per il miglioramento individuale: l’identificazione.

Non c’è motivazione più autentica del sentirsi parte di qualcosa che evolve, che cresce. Quando nel gruppo qualcuno riesce a compiere un salto di qualità, anche gli altri iniziano a percepire la scalata come possibile. La forza mentale diventa allora contagiosa, si allena nel confronto, si rinforza nell’esempio.
Ecco perché, in un momento come questo, parlare di “preparazione mentale” non è un lusso, ma una necessità.
I risultati non si costruiscono solo con i servizi vincenti, ma anche nella capacità di restare lucidi, affrontare la pressione, sostenere l’aspettativa e – soprattutto – credere fino in fondo di meritarsi quel posto.

Il Roland Garros 2025, con due italiani a un passo dalla finale, non è solo una pagina di storia sportiva.
È una finestra aperta sul potenziale umano che si sprigiona quando il talento incontra la consapevolezza.
L’augurio è che in tanti, guarderanno al lavoro sulla consapevolezza, con occhi diversi.

 

Elena Uberti

Come si riconosce un atleta forte mentalmente?

È una domanda che mi sono sentito fare tante volte, da atleti, allenatori, genitori, colleghi. Una domanda semplice all’apparenza, ma che nasconde una complessità enorme. Perché spesso, quando pensiamo a un “atleta forte mentalmente”, ci vengono in mente immagini stereotipate: chi non si arrabbia mai. Chi non sbaglia mai. Chi ha esperienza da vendere.

E invece… no. Non funziona così.

L’esperienza non basta!

Fare sport da tanti anni non equivale ad avere forza mentale. Conosco atleti che hanno calcato i campi per decenni e ancora oggi si lasciano travolgere dalla rabbia o dalla frustrazione al primo errore. Allo stesso tempo, vedo amatori che non vivono di sport, ma hanno sviluppato una consapevolezza e un’autoregolazione che superano quella di molti professionisti.

Perché? Cosa rende davvero forte un atleta a livello mentale?

La risposta è: l’equilibrio

La chiave è quella. La forza mentale non è qualcosa di rigido o definitivo. È piuttosto la capacità di trovare e ritrovare il proprio centro, anche quando le cose si muovono. Un atleta mentalmente forte non è sempre calmo, non è sempre lucido, non è sempre

perfetto. Sa riconoscere cosa gli sta succedendo, dove si trova emotivamente e mentalmente, ma soprattutto conosce gli strumenti ha a disposizione e come usarli.

Questa immagine racconta moltissimo di cosa significa essere forti mentalmente. L’equilibrista non ha appigli, né sicurezze assolute: cammina su una fune sottile, sospeso tra due realtà: il cuore e il cervello. Non è solo l’equilibrio fisico a tenerlo su, ma la sua capacità di sentire, ascoltare, dosare. È un equilibrio dinamico, fragile e vivo, proprio come quello interiore degli atleti. Essere forti mentalmente non vuol dire “non cadere mai”, ma sapere da che parte si pende, riconoscere cosa sta tirando di più, l’emozione o la razionalità , e trovare ogni volta il modo per tornare al centro.

Cosa fanno quindi gli atleti forti mentalmente?

Si conoscono. Sanno chi sono, cosa li fa rendere, cosa li fa crollare. Riconoscono le emozioni. Non le negano, non le evitano. Le ascoltano, le usano. Usano gli strumenti. E lo fanno con consapevolezza: respiro, focus, dialogo interno, pause, visualizzazioni… Accettano i momenti di crisi. Non si giudicano per una brutta giornata. Sanno che anche questo fa parte del gioco. Ritrovano il proprio equilibrio. Perché l’equilibrio non è statico: si perde e si ritrova, ogni volta.

Allenare la forza mentale: si può davvero?

Sì, e si deve. La forza mentale non è un talento innato con cui si nasce o meno. È un insieme di abilità che possono essere sviluppate, allenate, rafforzate — proprio come si fa con la tecnica o la preparazione fisica. Il primo passo è smettere di pensare che “funzioni solo per alcuni”: non esistono atleti destinati ad essere forti mentalmente e altri no. Esistono atleti che si allenano anche su questo piano, e altri che ancora non l’hanno fatto. L’allenamento mentale richiede costanza, proprio come quello atletico. Inizia con piccoli gesti quotidiani: fare una pausa per respirare consapevolmente prima di servire, riconoscere quando la mente si distrae, notare quando si sta diventando troppo critici con sé stessi. E poi scegliere, attivamente, come riportarsi al presente, come coltivare fiducia, come affrontare una sfida. Non si tratta di “pensare positivo”, ma di costruire e cercare risposte efficaci al problema che ci è posto davanti.

La buona notizia è che l’allenamento mentale non richiede attrezzatura, né orari precisi: si può cominciare ovunque, anche fuori dal campo. Ogni occasione è utile per conoscere le proprie reazioni, sperimentare strategie, allenare la consapevolezza. E con il tempo, proprio come accade con i muscoli o i riflessi, anche la mente diventa più pronta, più stabile, più forte.

Da dove cominciare?

Dalle piccole cose Se la forza mentale non è qualcosa che si ha o non si ha, allora è qualcosa che si può costruire. E per farlo, serve allenamento, certo, ma serve anche curiosità. Serve il coraggio di farsi domande e la voglia di conoscersi un po’ di più ogni giorno.

Un buon punto di partenza? Uno strumento semplice, ma potente: il diario. Scrivere, anche solo poche righe, cosa è andato bene, cosa ci ha messo in difficoltà, che emozioni abbiamo provato, che pensieri hanno guidato la giornata. Riflettere su cosa ci fa perdere equilibrio e cosa, invece, ci aiuta a ritrovarlo.

Oppure fermarsi cinque minuti dopo un allenamento, o dopo una partita, e chiedersi: com’ero mentalmente oggi? Come ho reagito alle difficoltà? Quale piccolo passo posso fare per essere più consapevole domani?

Sono strumenti semplici, accessibili a tutti. Ma, se usati con costanza, diventano leve potentissime per crescere. Perché la forza mentale non si mostra solo nei grandi momenti, ma si costruisce nei dettagli quotidiani.

Quindi la vera domanda è: Tu da dove vuoi cominciare?

Federico Cesati

Dalla testa al traguardo: il potere delle routine mentali per il benessere e la performance

Se pratichi uno sport, a qualsiasi livello, ti sarà capitato almeno una volta di pensare: “La testa oggi non c’era”, oppure “Fisicamente stavo bene, ma mentalmente no”. Succede spesso. Perché la verità è che la mente gioca un ruolo enorme nella performance, anche se spesso la sottovalutiamo.

Negli ultimi anni, anche grazie agli esempi di atleti professionisti, si parla sempre di più di preparazione mentale. Ma pochi sanno davvero come funziona e, soprattutto, come allenarla concretamente. È proprio di questo che voglio parlarti oggi.

Ma cosa significa davvero “preparazione mentale”? E perché sempre più atleti, professionisti e amatoriali, adottano routine mentali per migliorare le proprie prestazioni?

Routine mentali: cosa sono e perché fanno la differenza

Le routine mentali sono piccole strategie che aiutano l’atleta a prepararsi mentalmente prima, durante e dopo una prestazione, mantenendo equilibrio, concentrazione e fiducia.

Non si tratta di riti scaramantici o frasi motivazionali vuote, ma di strumenti concreti, studiati e adattabili a ogni atleta, in base alla sua età, al suo sport e ai suoi obiettivi.

Le tre fasi della routine mentale

Costruire una routine mentale significa individuare piccoli gesti o pensieri da inserire nei momenti chiave dell’esperienza sportiva:

Prima della gara o dell’allenamento

“Come ti prepari influenza come ti esprimi.”

  • Visualizzazione positiva: immagina, anche solo per 1-2 minuti, come vuoi affrontare l’allenamento o la gara. Concentra l’attenzione su ciò che puoi controllare.
  • Respirazione consapevole: pochi respiri profondi aiutano a rallentare corpo e mente, creando uno spazio di calma prima dell’azione.
  • Frasi guida: brevi affermazioni positive e realistiche, che aiutano a focalizzare (es. “Mi fido del mio corpo”“Porto attenzione su quello che sto facendo”).

Durante la prestazione

“Gestire la mente nel momento è un’abilità che si può allenare.”

  • Parole-àncora: termini brevi da ripetere per tornare al presente nei momenti più intensi (es. “Respira”“Spingi”“Ci sono”).
  • Gestione dell’errore: saper accettare un errore, respirare, e rientrare in partita fa spesso la differenza. Serve allenamento mentale anche per questo.

Dopo la gara o l’allenamento

“Anche la mente ha bisogno di recuperare e ricaricarsi.”

  • Debriefing mentale: riconosci cosa ha funzionato, cosa puoi migliorare, cosa ti porti alla prossima volta.
  • Gratitudine per l’impegno: imparare a vedere valore anche nelle giornate “no” aiuta a coltivare motivazione e autostima a lungo termine.

Un esempio concreto: Michael Phelps e la visualizzazione

Michael Phelps, pluricampione olimpico, usava una routine mentale precisa: ogni sera, visualizzava le sue gare nei minimi dettagli.

Nel 2008, durante una finale, gli si riempirono d’acqua gli occhialini. Panico? No. Aveva già “vissuto” quella situazione decine di volte nella sua mente. La visualizzazione lo ha aiutato a restare lucido e a vincere comunque.

Un piccolo esercizio da provare già da oggi

Ti proponiamo un esempio di mini-routine che puoi testare nel tuo sport, anche a livello amatoriale:

  1. 30 secondi di respirazione lenta (inspira per 4, trattieni per 4, espira per 6).
  2. Visualizza un momento in cui ti sei sentito efficace, presente, centrato.
  3. Ripeti una frase semplice e positiva che ti aiuti a entrare nel giusto mindset.
  4. Dopo la sessione, scrivi due cose che ti sono piaciute e una su cui vuoi migliorare.

Piccoli gesti, grande impatto.

Conclusione

SMATeam crediamo che benessere e performance vadano di pari passo. Le routine mentali aiutano l’atleta a sentirsi più consapevole, stabile e pronto ad affrontare sfide e difficoltà.
Non servono strumenti complicati, ma costanza, allenamento e supporto professionale.

Federica Cominelli

Psicologa dello Sport

Il rientro di Sinner: la psicologia dello sport tra sospensione, identità e resilienza

Il ritorno di Jannik Sinner agli Internazionali d’Italia non è solo una notizia sportiva: è anche un’occasione di riflessione sul mondo interiore degli atleti di alto livello. Dopo tre mesi di sospensione brusca dalla sua carriera, Sinner si prepara a rientrare in campo con una “mentalità un po’ diversa, come ha dichiarato lui stesso nell’intervista al TG1.

La psicologia ci invita a interrogarci su cosa possa accadere nella mente di un atleta costretto a fermarsi per così tanto tempo dalle competizioni. Come si rientra davvero in campo, non solo fisicamente ma anche psicologicamente?

Quando si ha l’occasione di ripartire, con più forza di prima

Per un atleta come Sinner, tornare in campo dopo uno stop così lungo non significa solo ricominciare a vivere l’adrenalina del match, ma farlo portando con sé tutto quello che ha attraversato come persona. Le pause forzate possono essere sfruttate come occasioni per conoscersi meglio e tornare in contatto con i propri valori.

La fatica di allenarsi senza l’obiettivo di una competizione nel breve termine, la pressione mediatica, il peso di dover lasciarsi alle spalle una vicenda spiacevole: tutto questo può mettere alla prova l’atleta. Ma al momento del rientro, si scende in campo inevitabilmente con qualcosa in più di prima. Di certo con la consapevolezza di aver resistito e aver continuato a lottare per i propri obiettivi, anche nei momenti più difficili.

La forza di Sinner, allora, non sarà solo quella che è in grado di imprimere sulla prima servizio o nella rotazione della palla sul diritto, ma anche quella silenziosa che ha costruito ogni giorno in questi tre lunghi mesi, quando nessuno guardava. È questa la forza che rende un ritorno non solo possibile, ma anche più denso di significato.

Il rientro: tra pressione e riscatto

Tornare in campo dopo una pausa forzata significa confrontarsi con almeno tre sfide mentali: il giudizio esterno, le aspettative personali e il bisogno di ritrovare sé stessi. Sotto i riflettori di Roma, Sinner non rientrerà soltanto sulla terra rossa con la sua racchetta in mano, ma tornerà con una pesante storia superata: quella di un giovane atleta che ha gestito l’accusa, la sospensione, il senso di ingiustizia e la rielaborazione psicologica di tutto ciò in un periodo senza dubbio intenso.

In psicoanalisi, questo processo si chiama “momento di incontro”, Stern descrive come certi eventi (come traumi, passaggi, pause) interrompano la continuità del sé e richiedano un riassestamento. Lo stop di Sinner può essere visto come una transizione critica: un passaggio che, se supportato adeguatamente da riferimenti di valore, può rafforzare la resilienza dell’atleta e ricontattare le motivazioni più profonde. Tuttavia, queste fasi possono divenire “disfunzionali” se vissute senza un adeguato supporto, l’atleta può rischiare di sperimentare un’insicurezza che minacci la qualità della sua prestazione.

Il ruolo della mente nella prestazione

La frase di Sinner “sono molto contento di rientrare, ma con una mentalità un po’ diversa” è centrale. Può essere interpretata come la consapevolezza che l’esperienza vissuta abbia lasciato un segno dentro di sé, ma anche il desiderio di tornare più forte di prima. Questo è uno passaggio chiave nel percorso di crescita di un atleta: accettare il cambiamento, l’imprevisto, integrare il vissuto e fare spazio alla ricerca di nuovo equilibrio identitario. Alcune domande utili possono guidare questo processo: chi sono quando non gioco a tennis? Quanto valgo come persona se il mio ranking scende? Chi voglio essere ora che torno a competere? Come integro la ferita subita con il desiderio di riscatto?

 

Il contributo di SMAteam: oltre il campo a supporto della persona

Proprio per il supporto alla persona (prima ancora che all’atleta) si sviluppa il lavoro di SMAteam (Sport Mindset Agency), che da anni accompagna atleti, squadre e staff tecnici in percorsi di preparazione mentale e supporto psicologico personalizzato. L’obiettivo non è solo ottimizzare la performance, ma aiutare ogni atleta a ritrovare centratura, motivazione e senso, anche nei momenti più complessi del proprio percorso sportivo.

Il caso di Sinner evidenzia quanto oggi sia fondamentale affiancare al lavoro tecnico e fisico anche un lavoro psicologico strutturato con professionisti specializzati. Non basta che qualcuno dica “cosa fare”: bisogna anche essere preparati sul come esserci, dentro ogni fase del proprio percorso, fatto di imprevisti e ostacoli, con una mente presente e consapevole.

Lo sport come spazio di evoluzione

Il caso di Sinner ci ricorda che il tennis è anche un terreno esistenziale: i match si giocano in campo, ma anche dentro di sè. Le pause interrompono un flusso che a volte sembra continuo e inarrestabile. Eppure, ogni stop può diventare un’occasione unica in cui investire energie per crescere a livello psicologico.

SMAteam continua a promuovere una cultura sportiva che integri competenze psicologiche nel quotidiano di atleti e staff. Perché è proprio lì, nel quotidiano, che si costruisce il tipo di mentalità di cui parlava Sinner: quella più consapevole.

La psicologia dello sport e la psicoterapia possono offrire strumenti concreti per attraversare queste transizioni: dal lavoro sull’autoefficacia alla gestione dell’ansia, dal dialogo interiore alla rielaborazione emotiva degli eventi critici. Oggi più che mai è evidente quanto questi aspetti siano determinanti per sentirsi davvero pronti.

A Roma non tornerà solo un numero uno del tennis, ma un giovane uomo che ha vissuto una complessa prova di vita e che, forse, potrà costituire una delle sue più grandi risorse interne.

Elena Uberti

Resta sempre aggiornato sulle novità
Sport Mindset Agency!

Iscriviti alla Newsletter e ottieni uno sconto del 10% su un pacchetto a tua scelta.

    Accetto il trattamento dei dati personali come previsto dalla Privacy Policy

    info@smateam.it

    Elena Uberti: 349 513 4705

    Via Andrea Maffei 10 20135 Milano


    ©2024 | Piva 12330800967

    Web engineering and design by Sernicola Labs