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Autore: Francesco Volpiana

Quando il trauma incontra l’EMDR

Quando il trauma incontra l’EMDR

Il valore del lavoro in équipe nella riabilitazione mentale di un calciatore d’élite

Nel mondo del calcio professionistico, la narrazione più diffusa ruota attorno ai gol, ai record e alla gloria. Ma c’è una parte della storia che raramente trova spazio: quella che inizia quando il corpo si rompe, la carriera si interrompe e la mente rimane sola con un ricordo che brucia.

È in quei momenti che il lavoro psicologico diventa fondamentale.
Ed è proprio in questa fase delicata che un calciatore riconosciuto — figura nota e rispettata nell’ambiente, con un passato ad alto livello — ha scelto di rivolgersi a noi.

Non citeremo il nome per ragioni di privacy, ma il suo percorso merita di essere raccontato, perché rappresenta ciò che lo sport raramente mostra: la rinascita interiore di un atleta dopo un trauma.

Un crociato rotto non è solo un infortunio: è una frattura nella fiducia

L’infortunio non lascia solo un segno sul ginocchio, segna un prima e un dopo, come una linea invisibile che divide ciò che l’atleta era da ciò che teme di non poter più essere.

Paura di rifarsi male.
Paura di non essere più all’altezza.
Paura di deludere.

Sono emozioni che non si vedono nei referti medici, ma che restano impresse nel corpo, nelle immagini mentali, nei ricordi intrusivi.
E per affrontarle serve molto più della fisioterapia: serve un lavoro integrato, profondo, competente.

Ecco perché, quando è entrato nel nostro studio SMA di Milano ha trovato una squadra per la sua mente, per la sua storia, per la sua identità sportiva.

Tra psicoterapia e EMDR 

Martedì 18 novembre 2025 abbiamo registrato — con il suo consenso — parti selezionate della seduta di EMDR. L’obiettivo è quello di mostrare cosa significa davvero lavorare sul trauma nello sport. La tecnica EMDR, uno strumento riconosciuto a livello internazionale per la rielaborazione dei traumi, ha l’obiettivo di ridurre la carica emotiva legata all’infortunio, trasformando quelle immagini dolorose in ricordi meno disturbanti. Lavorare sulle credenze negative (“sono finito”) e sostituirle con cognizioni funzionali (“mi fido del mio corpo”, “sto tornando forte”).
Rimettere in dialogo corpo ed emozioni.

La sessione dedicata all’integrazione sportiva era finalizzata a:
• riconoscere i segnali di fiducia corporea
• introdurre routine mentali pre-gara
• lavorare sull’identità dell’atleta post-infortunio
• preparare il ritorno in campo anche dentro di sé

Perché un crociato rotto guarisce in mesi. Ma la fiducia prende più tempo.
E va allenata con la stessa cura (se non di più) riservata alla forza, alla tecnica, alla tattica.

Il valore del lavoro in équipe: nessuno si rialza da solo

In SMA crediamo profondamente che il miglior risultato nasca dalla sinergia tra professionisti. Non esiste una sola figura che possa accompagnare da sola un atleta attraverso un trauma complesso.
Serve la psicologia per ricostruire fiducia, routine e identità. È in questo spazio di collaborazione che nasce il vero cambiamento: nell’unione di competenze diverse, nel dialogo continuo, nella capacità di guardare l’atleta come persona nella sua interezza.

E il nostro lavoro con questo calciatore lo dimostra: non stiamo accompagnando solo un ginocchio verso la guarigione. Stiamo accompagnando un uomo, la sua storia sportiva, il suo coraggio, la sua voglia di tornare.

La ricerca lo conferma: la mente può ostacolare la guarigione, ma può anche accelerarla in modo sorprendente quando viene coinvolta nel modo giusto.

Il trauma non è una debolezza. È una cicatrice che può diventare un punto di forza, se rielaborata. Il nostro obiettivo, come équipe, non è cancellare ciò che è accaduto.
È cambiare il significato che ha per l’atleta. Perché ogni storia di ritorno non inizia dal fisico che recupera, ma dalla mente che decide di fidarsi di nuovo.

SMAteam — Psicologia dello Sport, Psicoterapia, Ricerca, Formazione
Dove lo sport incontra la mente. Dove la prestazione incontra la persona. Dove ogni atleta può rinascere più forte di prima.

Moseley, G. L., & Butler, D. S. (2020). Explain Pain Supercharged. NOI Group.

Korn, D. L. (2009). “EMDR and Performance Enhancement: Use of EMDR Protocols with Athletes.” Journal of EMDR Practice and Research, 3(4), 248–257.

Shapiro, F. (2018). Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) Therapy: Basic PrinciplesProtocols, and Procedures. Guilford Press.

Dott.ssa Elena Uberti e Dott.ssa Martina Manzoni – SMAteam

SMA OLIMPICA a Tokyo

Il valore del lavoro condiviso tra lo SMAteam e lo staff azzurro

La delegazione italiana è arrivata a Tokyo.
Le Deaflympics stanno per iniziare e l’energia nel gruppo è fortissima. Questo evento, in programma dal 15 al 26 novembre 2025, rappresenta uno dei momenti più significativi per lo sport, con la partecipazione di 90 nazioni e della nostra FSSI, presente con oltre 150 persone tra atleti, tecnici e dirigenti.

Per l’Italia, le Deaflympics non sono un appuntamento come gli altri: la nostra tradizione parla di 384 medaglie totali accumulate dal 1924 a oggi. Ma ogni edizione è nuova, diversa, unica.
Quest’anno, ancora più che in passato, abbiamo costruito un percorso preparatorio in cui mente, relazione e consapevolezza sono stati elementi centrali.

Il nostro ruolo: essere parte dello staff, non un supporto esterno

La presenza di SMA all’interno della delegazione non è un’aggiunta, ma una componente integrata nello staff, allineata con allenatori, preparatori e dirigenti.

Il nostro obiettivo è chiaro: creare le condizioni psicologiche e relazionali che permettono agli atleti di esprimere il proprio potenziale in un contesto altamente complesso come quello delle Deaflympics.

Lo facciamo attraverso:

  • monitoraggio del clima di squadra
  • facilitazione della comunicazione interna
  • gestione dell’attivazione mentale
  • continuità delle routine consolidate durante l’anno
  • attenzione alle dinamiche emotive nei momenti di pressione
  • coordinamento quotidiano con allenatori e tecnici

La nostra funzione non è “intervenire nel momento critico”, ma lavorare sul processo, dare significato, facilitare adattamento e concentrazione.

Una preparazione costruita negli allenamenti e nei raduni

L’avvicinamento alle Deaflympics 2025 è passato attraverso diversi raduni federali, momenti fondamentali per osservare e potenziare il lato mentale della performance.

Tra questi, il raduno di Ferrara del 18 ottobre ha rappresentato un punto fondamentale: un’intera mattinata in cui atleti e staff hanno lavorato su esercitazioni mentali dinamiche, scambi rapidi, cambi di scenario e richieste situazionali crescenti.

In quel contesto, la psicologia dello sport ha avuto un ruolo preciso:

  • osservare come gli atleti reagivano agli imprevisti
  • analizzare la comunicazione soprattutto non verbale
  • monitorare l’attenzione nei passaggi rapidi da un compito all’altro
  • costruire insieme allo staff strategie di supporto mentale replicabili in gara

Il lavoro fatto in raduno è stato il terreno su cui abbiamo costruito poi le routine e gli adattamenti individuali che ora, a Tokyo, ritroviamo nelle pratiche quotidiane.

Tokyo: un contesto impegnativo, un’opportunità straordinaria
La delegazione italiana gareggerà accanto a migliaia di atlete e atleti da tutto il mondo, in un programma che prevede 21 discipline complessive, con l’Italia impegnata in 9 sport. La cerimonia di apertura del 15 novembre darà ufficialmente il via a questo viaggio. Un viaggio fatto di sfide, emozioni, momenti di euforia e momenti di complessità. Noi siamo qui per questo: per accompagnare atleti e staff dentro un percorso che va oltre il risultato.

Perché un gruppo funziona quando ogni parte si sente sostenuta, compresa, rappresentata. E oggi, più che mai, siamo orgogliosi di esserci.

La delegazione italiana è pronta.
Noi ci siamo.
Forza azzurri! 💙🇮🇹

Per aggiornamenti o materiali SMA:
📩 info@smateam.it

Di Elena Uberti – Psicoterapeuta e Psicologa dello Sport SMA

Dalla pressione alla fiducia: come trasformare le aspettative in obiettivi concreti


Quando le aspettative diventano eccessive o poco realistiche, il rischio è quello di perdere il controllo sulla propria prestazione.
Molti atleti riferiscono che il momento di maggiore ansia è “prima di cominciare”, quando la mente è piena di frasi come “non posso sbagliare”, “devo vincere”.

Uno degli strumenti più efficaci per trasformare la pressione in direzione è il goal setting, cioè la definizione di obiettivi SMART (Specifici, Misurabili, Accessibili, Realistici, Temporizzati).
Passare da un’aspettativa astratta (“devo vincere”) a un piano d’azione concreto (“voglio migliorare la mia gestione della partenza e restare concentrato fino alla fine”) significa riprendere il controllo.

Questo tipo di lavoro è al centro dei percorsi che SMAteam propone con atleti e squadre:
durante le sessioni individuali o di gruppo, aiutiamo sportivi di ogni età a ridefinire i propri obiettivi, distinguendo ciò che è controllabile (impegno, atteggiamento, preparazione) da ciò che non lo è (risultato, giudizio altrui).

Attraverso esercizi di self-talk positivo, visualizzazioni e tecniche di regolazione emotiva, gli atleti imparano a costruire un dialogo interno funzionale.
Frasi come “posso imparare da questo” o “respiro e riparto” diventano strumenti di stabilità mentale, non semplici slogan.

Nei progetti con le società sportive, SMAteam lavora anche con allenatori e genitori, affinché il linguaggio e le aspettative dell’ambiente siano coerenti con la crescita dell’atleta.
Quando l’intero sistema sportivo – staff, famiglia e atleta – impara a condividere obiettivi chiari e flessibili, la prestazione non è più vissuta come un esame, ma come un percorso di sviluppo personale.

💬 Allenare la mente non significa eliminare la pressione, ma imparare a trasformarla in fiducia, direzione e consapevolezza.

Di Chiara Feno e Elena Uberti psicologi dello sport di SMATeam

Le aspettative nello sport: pressione o stimolo motivazionale?

Le aspettative sono una presenza costante nel mondo sportivo: quelle che l’atleta ha verso se stesso, quelle dei genitori, degli allenatori, dei compagni e, nei casi più esposti, dei tifosi.
In adolescenza – fase in cui l’identità è ancora in costruzione e il bisogno di approvazione è intenso – il peso delle aspettative può amplificarsi fino a incidere sul benessere psicologico e sulla prestazione.

Ma le aspettative sono sempre una forma di pressione?
Oppure, se gestite con consapevolezza, possono diventare un potente stimolo motivazionale?

Le aspettative rappresentano le anticipazioni di risultato che ciascun atleta formula rispetto a sé o agli altri.
Possono essere realistiche o idealizzate, esplicite o implicite, e influenzano direttamente la percezione di autoefficacia, la motivazione intrinseca, la gestione dell’ansia e la performance effettiva.

👉 Quando diventano prescrittive (“non puoi sbagliare”), generano paura e rigidità.
👉 Quando invece sono orientate al processo (“fai del tuo meglio”, “impara da ogni gara”), alimentano fiducia e motivazione.

Il punto, quindi, non è eliminare le aspettative, ma educarle.
Aiutare atleti e allenatori a riconoscerle e trasformarle in strumenti di crescita è uno dei lavori che come SMAteam portiamo avanti quotidianamente all’interno delle società sportive e nei percorsi individuali.
Attraverso incontri, esercitazioni e confronti condivisi, accompagniamo gli atleti a comprendere da dove nascono le loro aspettative, come queste influenzano il dialogo interno e come possono essere trasformate in obiettivi concreti e realistici.

Nel lavoro sul campo, spesso osserviamo che un atleta in difficoltà non è “demotivato”, ma semplicemente imbrigliato in aspettative rigide – proprie o altrui – che lo allontanano dal piacere di giocare e dalla libertà di migliorarsi.

Allenare una mente flessibile significa restituire all’atleta la possibilità di scegliere come interpretare la pressione: non come un peso, ma come un segnale di importanza, una spinta a dare senso all’impegno quotidiano.

🎯 Le aspettative non vanno combattute: vanno comprese, educate e trasformate in fiducia.

Di Chiara Feno & Elena Uberti psicologi dello sport di SMAteam

Favorire l’autonomia nello sport e nella vita: crescere con fiducia dentro e fuori dal campo

Nel mondo sportivo, “autonomia” è una parola spesso citata ma raramente compresa fino in fondo.
Si tende a confonderla con l’indipendenza, come se crescere significasse fare da soli.
In realtà, l’autonomia è una competenza che si costruisce nel tempo, insieme, dentro relazioni che sostengono, non che sostituiscono.

Durante l’incontro SMA Open Academy dedicato ai genitori, abbiamo scelto di partire da un “patto d’aula” semplice ma potente: “non cerchiamo risposte giuste, ma domande utili.” Domande che spingono a fermarsi, ad ascoltare, a chiedersi:
Quanto controllo, quanta fiducia, quanta libertà sto lasciando a mio figlio?

L’autonomia come obiettivo educativo

“L’autonomia è un obiettivo educativo, non un punto di partenza. E si costruisce insieme, nel tempo.” Da questa frase la condivisione di un caso pratico e poi la riflessione del gruppo.
“Ogni volta che un adulto interviene per evitare una frustrazione, ruba un pezzetto di autostima.” (Donald Winnicott, 1965)

Le strategie SMA per l’autonomia

Durante l’incontro, sono emerse 4 strategie pratiche da portare a casa:

1. Lasciare spazio di scelta e responsabilità (es. preparare il materiale).

2. Allenare la gestione dell’errore come occasione di apprendimento.

3. Usare il linguaggio della fiducia: “Credo che tu possa farcela da solo.”

4. Stabilire piccole responsabilità settimanali.

Open Academy: crescere insiemel’incontro fa parte del progetto SMA Open Academy, un percorso formativo rivolto non solo ad atleti e allenatori, ma anche ai genitori, protagonisti fondamentali del clima educativo nello sport. Attraverso momenti esperienziali,una volta al mese, riflessioni condivise e strumenti concreti, SMA promuove una cultura sportiva basata su fiducia, autonomia e consapevolezza.

Perché, come ricordiamo spesso in SMA: Un atleta cresce forte quando intorno a lui crescono anche gli adulti che lo accompagnano.”

Per ricevere i materiali dell’incontro o conoscere le prossime date del percorso genitori, scrivici a info@smateam.it

Elena Uberti – Psicoterapeuta e Psicologa dello Sport

Self-Compassion: la forza silenziosa che migliora performance e benessere nello sport

Nel mondo sportivo, la resilienza, la disciplina e la determinazione sono qualità celebrate e incoraggiate. Tuttavia, una risorsa mentale potente e spesso sottovalutata può fare la differenza nel percorso di un atleta: la self-compassion, ovvero la capacità di trattarsi con gentilezza, comprensione e rispetto anche nei momenti di errore o difficoltà.

Essere compassionevoli con se stessi non significa abbassare le proprie aspettative o “mollare”. Significa, invece, allenare la mente a rispondere alle difficoltà con comprensione, equilibrio e rispetto, invece che con durezza e autocritica. È l’atteggiamento che permette di rialzarsi dopo una sconfitta, di imparare da un errore e di mantenere la fiducia nei propri mezzi anche nei momenti più complessi.

Secondo Kristin Neff, psicologa e ricercatrice statunitense, riconosciuta a livello internazionale come la principale studiosa di questo argomento, questa competenza si fonda su tre dimensioni fondamentali:

• Gentilezza verso se stessi (Self-kindness) vs Giudizio verso se stessi (Self-judgment)Accogliere i propri errori e limiti con comprensione e calore, anziché con critica o durezza.

• Umanità comune (Common humanity) vs Isolamento (Isolation)
Riconoscere che fallimenti e momenti difficili fanno parte dell’esperienza umana condivisa: non siamo soli in ciò che proviamo.

• Mindfulness vs Identificazione eccessiva (Over-identification)
Restare presenti e consapevoli delle emozioni, senza negarli né farsi travolgere da esse.

Nel contesto sportivo, questi tre atteggiamenti si traducono nella capacità di reagire con lucidità agli erroriaccettare le fasi di calo o gli infortuni, e ritrovare rapidamente concentrazione e fiducia.

Cosa dice la ricerca

La letteratura scientifica recente conferma che la self-compassion può influenzare positivamente il benessere e la performance sportiva.
Alcuni studi chiave mostrano che:

• Interventi brevi basati su esercizi di scrittura e consapevolezza aumentano i livelli di self-compassion e riducono ansia, autocritica e paura di fallire (Mosewich et al., 2013).

• Atleti con alti livelli di self-compassion mostrano un miglior recupero emotivo e fisiologico dopo errori o sconfitte, con una maggiore variabilità della frequenza cardiaca e minori pensieri maladattivi (Ceccarelli et al., 2019).

• Programmi di self-compassion online hanno migliorato la resilienza e la percezione di efficacia in atleti universitari, diminuendo i livelli di stress e paura dell’autocompassione (Barczak & Eklund, 2023).

• Nei giovani atleti, la self-compassion si associa a minori sintomi di burnout e maggiore equilibrio emotivo (Killham et al., 2018).

In sintesi: la self-compassion non indebolisce la motivazione, ma la rafforza.
Permette di affrontare la pressione con mente lucida e cuore saldo, trasformando ogni errore in opportunità di apprendimento.

Essere atleti compassionevoli non significa essere meno competitivi. Significa essere più resilienti, più centrati, più efficaci.
Allenare la self-compassion si può? Si, ed è come costruire un muscolo invisibile: quello che ti sostiene nei momenti di incertezza, che ti fa respirare quando tutto sembra andare storto, che ti ricorda chi sei anche quando il risultato non arriva.

Ed è proprio questo che lo psicologo dello sport, in SMA, può aiutarti a fare, perché allenare la self-compassion significa costruire una forza interiore duratura, capace di sostenere performance e benessere nel tempo.

E tu riesci a trattarti con la stessa comprensione che riserveresti ad un compagno/a di squadra o ad un amico/a?

Camilla Cavina – Consulente SMAteam

Bibliografia:
Barczak, N., & Eklund, R. C. (2023). RESET: An online self-compassion intervention for collegiate athletesPsychology of Sport and Exercise, 65, 102343. 

Ceccarelli, L., Giuliani, M., Buratta, L., & Cifone, M. G. (2019). Self-compassion and psychophysiological recovery after sport failureInternational Journal of Psychophysiology, 144, 1–8. 

Killham, M. E., Mosewich, A. D., Mack, D. E., Gunnell, K. E., & Ferguson, L. J. (2018). The roleof self-compassion in the self-regulation of motivation and well-being among young womenathletesSport, Exercise, and Performance Psychology, 7(4), 371–386. 

Mosewich, A. D., Crocker, P. R. E., Kowalski, K. C., & DeLongis, A. (2013). Applying self-compassion in sport: An intervention with women athletesJournal of Sport and ExercisePsychology, 35(5), 514–524.

Il dialogo interiore di Roger Federer

Quando pensiamo ad un atleta come Roger Federer, siamo abituati ad associare le sue vittorie al talento, alla tecnica e all’eleganza in campo. Ma Federer stesso ha più volte ricordato che dietro i suoi trionfi c’è anche – e soprattutto – un lavoro mentale.

Un esempio emblematico è la sua vittoria contro Rafael Nadal nella finale dell’Australian Open 2017. A 35 anni, dopo mesi lontano dal campo per infortunio, Federer si trovò a fronteggiare il suo storico rivale. Cosa lo ha sostenuto in quel momento? La mentalità e il dialogo interiore.

Giocare punto per punto

Federer racconta:

Vai là fuori e gioca punto per punto. Credici e continua a prendertela con Rafa, poi se è troppo bravo, è troppo bravo”.

Questa frase racchiude un concetto semplice ma potentissimo: la capacità di restare nel presente, credere nel proprio gioco e accettare che non tutto è sotto il proprio controllo.

Il dialogo interiore come strumento

Federer ha spiegato anche come, durante la partita, si sia parlato in questi termini:

È stato facile dire a me stesso: non hai nulla da perdere, Roger. Va bene perdere”.

Questa forma di auto-dialogo gli ha permesso di abbassare la pressione, ridurre l’ansia e affrontare i punti decisivi con più libertà mentale.

Che cos’è il dialogo interiore?

Secondo Hardy e Zoubanos (2016), il dialogo interiore è composto da affermazioni, frasi o parole chiave rivolte a sé stessi, che possono essere espresse ad alta voce o solo mentalmente, e che hanno lo scopo di motivare, spiegare, interpretare o sostenere l’azione.

Latinjak et al. (2019) distinguono due tipologie principali:

1️⃣ Dialogo interiore organico
È quello spontaneo, che emerge naturalmente durante una prestazione. Federer, dicendosi “va bene perdere”, stava usando un dialogo interiore organico: un pensiero nato dalla situazione, utile a gestire la pressione.

2️⃣ Dialogo interiore strategico
È quello pianificato e deliberato. Per esempio, ripetere frasi come “respira e resta concentrato” o “gioca aggressivo con il diritto” è un dialogo interiore strategico, usato come vera e propria tecnica mentale per orientare la performance (Hatzigeorgiadis et al., 2011).

Cosa impariamo da Federer?

Il dialogo interiore è una risorsa a disposizione di tutti, non solo i campioni.
Allenarlo significa imparare a riconoscere le frasi spontanee (organiche) e ad adottarne di più funzionali (strategiche).
Anche nei momenti di massima pressione, parlarsi con equilibrio e fiducia può fare la differenza tra bloccarsi e sfruttare il proprio potenziale.

In SMA lavoriamo proprio su questi strumenti: aiutiamo gli atleti a prendere consapevolezza del proprio dialogo interiore e a trasformarlo in un alleato per la prestazione.

 

di Elena Uberti – Psicologa dello Sport e Psicoterapeuta

OLTRE LA TECNICA: LA RELAZIONE E LE EMOZIONI NELL’EQUITAZIONE

Nelle discipline equestri, ancor prima della componente tecnica, della preparazione fisica, il costrutto fondamentale che permette di praticare questo sport, nelle sue diverse specialità, è la relazione.

Relazione che il cavaliere instaura con l’altra componente del binomio: il cavallo, un animale dalle dimensioni e dal peso importanti, con cui è necessario saper comunicare in modo chiaro ed efficace. La comunicazione e la relazione sono fondamentali per ottenere qualsiasi risultato, dal vincere un Gran Premio, allo spostarsi dal punto A al punto B insieme, senza essere abbandonati indietro a seguito di una fuga o rimanendo invece bloccati al punto iniziale per un tempo indefinito.

Relazioni ed emozioni

Come in tutte le relazioni, centrale è l’importanza attribuita alle emozioni. La consapevolezza delle emozioni che proviamo ogni volta che saliamo a cavallo è un fondamentale elemento da cui raccogliere informazioni, sulla natura della situazione, sul nostro stato psicofisico e, non certo per ultimo, sullo stato psicofisico del cavallo. Accade, anche qui, come in tutte le relazioni, che vi siano incomprensioni e che le richieste del cavaliere non ottengano da parte del cavallo la risposta sperata. Questo tipico esempio ci può aiutare a capire meglio l’importanza della consapevolezza delle emozioni che proviamo quando entriamo in contatto con questi straordinari animali.

La paura è negativa?

La paura è un’emozione che può verificarsi all’interno sport come l’equitazione, in cui sono presenti pericoli oggettivi. Questa emozione ci ricorda, innanzitutto, un sano desiderio di auto conservazione: il segnale di un pericolo da cui proteggerci, o, ancora, il desiderio di perseguire un obiettivo a noi caro. Riconoscere, accettare e gestire la paura ci permette di avere un approccio lucido alla situazione ed agire nel modo migliore per risolvere la contingenza e superare gli ostacoli (letterali e simbolici) che si pongono davanti all’atleta e, in questo caso, al binomio. La paura è un’emozione forte, legata ad alti livelli di attivazione: il sistema nervoso simpatico si attiva e a livello fisiologico avvengono cambiamentiimportanti (Adolphs, 2013), come l’aumento della frequenza cardiaca, aumento della sudorazione e del rilascio di adrenalina; aumenta anche la tensione muscolare. Tutti questi segnali fisiologici vengono letti dal cavallo, filogeneticamente determinato come preda, come segnali i ulteriore pericolo: se ti preoccupi anche tu, come posso essere tranquillo io?

“Non devo più provare paura quindi?”

È importante, dunque, far sì che tale attivazione fisiologica venga riconosciuta, compresa e gestita da parte del cavaliere/dell’amazzone, così da poter utilizzare la giusta quantità di attivazione fisica per comunicare con il cavallo ed indirizzarlo verso l’obiettivo, come andare oltre all’ostacolo o semplicemente avanzare nella direzione da noi prescelta dopo un momento di fuga o simili.

Non provare più paura è irrealistico e dannoso.

Le domande da porsi sono, dunque: cosa ci sta comunicando quella emozione che stiamo provando? Cosa possiamo fare per gestirla in modo funzionale per noi e per il nostro partner equino, o in generale per la nostra performance sportiva? In breve: di cosa abbiamo bisogno in questo momento? Da questa domanda si aprono mondi interi per il mondo della psicologia, in questo caso quella sportiva. Lo psicologo dello sport, in SMA, si occupa di accompagnarti nel tuo percorso verso una maggior consapevolezza e capacità di gestione delle tue emozioni; processo che, irrimediabilmente, passa per l’identificazione di quelli che sono i tuoi bisogni. Sei pronto/a a scoprirli?

Bibliografia:

Adolphs, R. (2013). The biology of fear. Current biology, 23(2), R79-R93.

Prevenzione e mental training: il ruolo della mente nel rischio di infortunio sportivo

Quando si parla di infortunio sportivo, si pensa subito al corpo: muscoli, articolazioni, gesti tecnici. Eppure, la ricerca scientifica ha dimostrato con chiarezza che anche la mente gioca un ruolo decisivo nel rischio di infortunio.

Secondo il modello di Williams & Andersen (1998), lo stress percepito è uno dei fattori più rilevanti. Non si tratta solo di “sentirsi tesi”: sotto stress, l’atleta può sviluppare risposte psicologiche e fisiologiche che aumentano concretamente le probabilità di farsi male.

Quali sono i meccanismi psicologici che aumentano il rischio?

Tensione muscolare: il corpo non è più fluido, i movimenti diventano più rigidi e meno efficaci.
Restringimento percettivo: l’atleta riduce il proprio campo visivo e attentivo, perdendo informazioni importanti (es. posizione degli avversari).
Incremento della distraibilità: la mente vaga, l’errore tecnico cresce e l’incidente è più probabile.

Questi fenomeni spiegano perché:

Atleti con alti livelli di stress hanno maggiori probabilità di infortunio.
Atleti che integrano strategie di preparazione mentale riducono il rischio, perché imparano a gestire lo stress, mantenere la concentrazione e ascoltare meglio i segnali del corpo.

Dal rischio alla prevenzione: il ruolo della preparazione mentale

Allenare la mente non significa solo “prepararsi alla gara”, ma anche costruire condizioni di benessere psicofisico che hanno effetti protettivi sulla salute.
In SMA lo vediamo ogni giorno sul campo: tecniche di respirazione, routine di concentrazione, visualizzazioni e lavori sulla consapevolezza corporea non solo migliorano la performance, ma diventano strumenti di prevenzione degli infortuni.

Un approccio integrato per proteggere l’atleta

La preparazione mentale, inserita nel piano di allenamento, contribuisce a:

Ridurre la tensione muscolare attraverso il rilassamento;
Mantenere il focus anche in situazioni di pressione;
Rafforzare la capacità di interpretare segnali interni (stanchezza, dolore, carico psicologico);
Promuovere uno stato di equilibrio psico-fisico costante.

Un atleta mentalmente preparato non è solo più performante, ma anche più protetto. Lavorare sulla mente significa prendersi cura del corpo, prevenendo incidenti e garantendo continuità di allenamento e crescita sportiva.

Per questo, nei nostri percorsi SMA, il lavoro sulla prevenzione infortuni passa anche dalla testa: perché salute e performance non si separano mai.

Ylenia Scola e Elena Uberti

Autoregolazione: la vera base della performance

Chi ha lavorato con squadre della NFL come il collega Alex Auerbach (Ph.D), con i parajumperdell’Air Force e con CEO di aziende sa qual è la competenza che accomuna tutti i performer di élite. No, non è il talento. No, non è l’intelligenza.

È la capacità di autoregolarsi: saper mantenere mente e corpo in equilibrio anche sotto la massima pressione.Ed è proprio qui che la maggior parte delle persone commette l’errore più comune: si avvicina all’allenamento mentale al contrario. Partono dalla visualizzazione o dal dialogo interiore positivo quando il loro sistema nervoso è già disregolato.
È come costruire una casa partendo dal tetto, senza fondamenta.

La gerarchia dell’autoregolazione

Per costruire un gioco mentale solido, l’ordine più funzionale potrebbe essere questo:

1. Regolazione dell’attivazione (introduzione)

Se la tua risposta allo stress è fuori controllo, niente funziona.
Imparare a regolare l’arousal – con il respiro, la consapevolezza corporea, le routine pre-performance – è la base su cui poggia tutto il resto.

2. Controllo dell’attenzione (step successivo)

Solo quando sei in grado di gestire il livello di attivazione puoi portare l’attenzione dove serve.
Se sei caotico internamente, la concentrazione non regge.

3. Strategie cognitive (Step avanzato)

Visualizzazione, self-talk, decision making…sono strumenti potenti.
Ma funzionano solo se poggiano su fondamenta solide.

Cosa ci dice la ricerca?

Gli atleti d’élite ottengono punteggi più alti nell’automonitoraggio e nella regolazione dello sforzo.
Non sono solo più forti o più veloci: sono maestri di questa gerarchia.

Non saltare i fondamentali.
Impara prima a regolare il tuo sistema nervoso.
Solo dopo costruisci l’attenzione.
Infine, applica le strategie cognitive.

Molti saltano il primo livello e si chiedono perché il loro allenamento mentale non migliori.

Non essere “la maggior parte delle persone”.
Costruisci le tue fondamenta con professionisti esperti della preparazione mentale.

Con SMA lavoriamo ogni giorno con atleti, allenatori e squadre su queste competenze.
L’autoregolazione non è un talento innato, ma una abilità allenabile.

E tu?
A quale livello stai lavorando nella tua performance?

di Elena Uberti co-founder SMAteam

Trovare il giusto stato mentale in gara: la chiave per rendere al massimo

C’è chi entra in campo con l’adrenalina a mille e sbaglia i primi tre passaggi.
C’è chi parte troppo calmo e impiega metà partita a “svegliarsi”. In entrambi i casi il problema è lo stesso: non trovarsi nel proprio stato mentale ottimale per competere. In psicologia si parla di livello di attivazione: non troppo alto, non troppo basso, ma quello giusto per te.
Ed è proprio questa zona di equilibrio che può trasformare una gara da anonima a indimenticabile.

Quando sei troppo carico: iper-attivazione

Ti senti “a mille”, cuore che corre già nel riscaldamento, tanta voglia di dimostrare.
Il rischio? Frenesia, tensione muscolare, errori di scelta.

Segnali tipici:

respiro corto e irregolare,
pensieri come “non posso sbagliare”,
rigidità nei movimenti,
impulsività e difficoltà a seguire il piano di gioco.

Quando sei troppo scarico: sotto-attivazione

A volte arrivi in campo “piatto”: fisicamente presente, ma mentalmente distante.
Le emozioni sembrano assenti, la concentrazione fatica a salire.

Cause comuni:

motivazione poco chiara,
routine monotone,
stanchezza mentale,
percezione di scarsa importanza della gara.

Risultato? Una partenza lenta e tanti errori per disattenzione.

La tua zona ideale

Non esiste un livello “giusto” per tutti.
C’è chi performa meglio con energia alta, chi con calma lucida.
L’importante è riconoscere la tua zona di attivazione ottimale e imparare a raggiungerla.

Puoi farlo riflettendo sulle tue gare migliori:

come ti sentivi?
qual era il tuo dialogo interno?
come reagivi a errori e pressioni?

Un semplice diario mentale post-gara può aiutarti a individuare schemi e segnali.

Strategie pratiche per regolare l’attivazione

Se sei troppo carico

Respirazione diaframmatica lenta.
Focus su obiettivi tecnici (“faccio bene le prime 3 giocate”).
Routine calmanti: musica soft, stretching, visualizzazione rilassante.
Trasforma il “devo spaccare tutto” in “inizio bene e mi adatto”.

Se sei troppo scarico

Attivazione fisica con esercizi brevi e intensi.
Playlist energizzante.
Frasi motivanti (“È il mio momento”).
Visualizzazione dinamica delle prime azioni con ritmo e intensità.

Allenare la mente in allenamento

Lo stato di attivazione non si improvvisa: si allena.
Ecco perché in Sport Mindset Agency proponiamo esercitazioni che simulano:

gare ad alta pressione,
momenti di noia o routine,
diversi tipi di riscaldamento mentale.

L’obiettivo? Aumentare consapevolezza e capacità di adattamento, per aiutare l’atleta a trovare il proprio “canale giusto” anche nei momenti decisivi.

Conclusione

La performance non dipende solo dal talento o dalla preparazione fisica.
Dipende da come ti presenti mentalmente al via.

Né troppo carico da bruciarti, né troppo spento da non partire: il segreto è trovare il tuo equilibrio.
E come ogni abilità, anche questa si può allenare.

In SMA lavoriamo ogni giorno con atleti e staff per sviluppare strumenti pratici che li aiutino a entrare in campo nella loro condizione mentale migliore.

Perché la differenza, spesso, non la fanno le gambe. La fa la testa.

1. Yerkes, R. M., & Dodson, J. D. (1908). The relation of strength of stimulus to rapidityof habitformation. Journal of Comparative Neurology and Psychology, 18, 459482. 2. Simply Psychology. (s.d.). What is the YerkesDodson Law? Retrieved from Simply Psychology website. (Comprende una chiara spiegazione della curva invertedU applicata alla prestazione.) 3. Verywell Mind. (s.d.). The YerkesDodson Law and Performance. Retrieved from Verywell Mind website.

Di Tecla Oliveri – consulente SMAteam

Quando il calcio parte dal pensiero

Nel calcio moderno non basta allenare gambe e tecnica. Per diventare atleti completi serve allenare la mente: la capacità di leggere le situazioni, prendere decisioni efficaci e adattarsi al contesto.
È qui che entra in gioco il Metodo Ekkono, un approccio che unisce pedagogia, cognizione e calcio, sviluppato da Carles Romagosa e David Hernández e applicato in club come PSG e Barcellona.

Dal gesto al pensiero

La forza del Metodo Ekkono sta in una convinzione semplice ma rivoluzionaria: non basta eseguire, bisogna capire.
Ogni esercizio diventa un problema da risolvere, ogni allenamento un’occasione per allenare non solo il corpo, ma anche il pensiero. Domande come:

  • “Dove si apre lo spazio?”
  • “Quale altra soluzione avevi?”
  • “Cosa sarebbe successo se…?”

guidano l’atleta a riflettere, prendere coscienza delle scelte e sviluppare autonomia.

Tre livelli di comprensione

Il percorso proposto da Ekkono procede per fasi:

  1. Egocentrica → comprendere le proprie azioni.
  2. Sommativa → riconoscere il rapporto con i compagni vicini.
  3. Collettiva → leggere il gioco come squadra.

Un cammino che aiuta i giovani a diventare giocatori pensanti, capaci di muoversi e decidere con intelligenza.

Cosa significa per SMA

In Sport Mindset Agency lavoriamo in sinergia con allenatori e staff tecnico proprio su questi aspetti: stimolare il pensiero, sviluppare consapevolezza, trasformare l’allenamento in uno spazio dove l’atleta non “subisce istruzioni”, ma diventa protagonista attivo del suo percorso. Le nostre sessioni mentali e i nostri interventi nei club (come ad esempio sarà la nostra stagione con il Cittadella Woman, accordo appena firmato in questi giorni) si integrano perfettamente con metodologie come Ekkono, perché condividiamo la stessa filosofia: allenare la mente è parte integrante della performance. Di questo e molto altro parleremo lunedì 8 settembre alle ore 21:00 in diretta su Instagram, durante il nostro appuntamento settimanale SMA_nday.
Un’occasione per riflettere su come allenare non solo il fisico, ma soprattutto la testa, e su quanto questo possa fare la differenza in campo.

 

Elena Uberti

“Se vuoi, puoi”. Ma è davvero così?

28 luglio 2025, Singapore. Medaglia d’argento per Nicolò Martinenghi nella finale dei 100m rana ai Campionati del Mondo World Aquatics.
Ai microfoni della Rai, subito dopo la gara, il Campione Olimpico ha raccontato:

“Ora posso dirlo. Ieri sera dopo la mia serata ho passato tutta la notte in bagno. Ero vuoto dentro ma ero pieno in testa e nel cuore oggi. Ho pensato di dare forfait, ma l’orgoglio ha prevalso. Sono al settimo cielo, anche se non sembra”.

Queste parole hanno acceso sul web la solita retorica del “Se vuoi, puoi”, come se bastasse crederci per raggiungere qualsiasi traguardo.
Dal punto di vista psicologico, questa semplificazione è rischiosa: soprattutto per i giovani atleti, può trasformarsi in una fonte di frustrazione e senso di inadeguatezza, invece che in una spinta a dare il meglio.

Cosa c’è dietro il risultato

Quello che raramente si dice è che Nicolò Martinenghi è un professionista di altissimo livello, con anni di allenamento, difficoltà superate, un oro olimpico alle spalle, competenze tecniche e mentali consolidate.
Ha raggiunto un livello di maturità sportiva e consapevolezza di sé che gli permette di fidarsi del proprio percorso e affrontare anche le giornate peggiori. Per questo lui può. E noi gli facciamo i complimenti più sinceri.

Il messaggio per i giovani atleti

Invece di ripetere “Se vuoi, puoi”, raccontiamo ai ragazzi perché lui ci è riuscito:

  • perché ha lavorato a lungo sulla fiducia in sé stesso
  • perché sa canalizzare le emozioni
  • perché sa rimanere nel qui ed ora
  • perché rispetta il proprio corpo e la propria mente

Il risultato è il punto di arrivo, non il punto di partenza. Nei progetti SMA lavoriamo costantemente su questo aspetto, costruire obiettivi a lungo termine, lavorando in sinergia con tutte le aree. In ogni progetto sottolineiamo ad allenatori, famiglie e atleti che i risultati possono arrivare solo quando si è coltivata la preparazione fisica, tecnica, tattica e mentale.

La sfida di SMA per allenatori e genitori

Sosteniamo i giovani nel costruire:

  • consapevolezza di sé
  • capacità di gestire le emozioni
  • un dialogo interno rispettoso
  • la pazienza di fare un passo alla volta

Perché dietro a ogni “Se vuoi, puoi” c’è sempre un “Se ti prepari, puoi”.

Valentina Marchesi – SMAteam

Supporto psicologico: risorsa integrata o responsabilità dell’atleta?

“Se hai bisogno, senti questa professionista, ti giro il suo numero.”
“Abbiamo uno psicologo di riferimento, ma devi prendere tu appuntamento.”

Sono frasi che sentiamo ancora troppo spesso nei contesti sportivi. Frasi che sembrano offrire supporto…ma che in realtà rischiano di scaricare sull’atleta tutta la responsabilità di chiedere aiuto.

Con SMAteam lavoriamo ogni giorno per portare la preparazione mentale al centro dell’esperienza sportiva, non ai margini. Perché sappiamo che l’accesso alla salute mentale, soprattutto in ambienti competitivi, non può essere lasciato alla buona volontà del singolo.

Un modello “fai da te” è complesso.
In molte realtà, la salute mentale è ancora trattata come un optional. L’atleta riceve una lista di contatti o un consiglio generico, ma poi deve fare tutto da solo: scegliere il professionista, capire come incastrarlo nel proprio calendario di allenamenti, costruire una relazione di fiducia…magari mentre cerca di rientrare da un infortunio o affronta una crisi di performance.

Tutto questo accade in ambienti dove la vulnerabilità è spesso percepita come debolezza. Dove chiedere aiuto è difficile, e farlo in modo tempestivo ancora di più.

Non basta “avere uno psicologo”: serve una vera integrazione.
Nel lavoro che facciamo con le squadre, SMA propone un modello diverso. Un modello in cui il supporto psicologico non è esterno, ma radicato nella cultura del team. Dove il professionista mentale è presente, riconosciuto, accessibile.

Questo vuol dire:

  • Essere parte della quotidianità dell’atleta, non un contatto esterno da cercare “in caso di emergenza”.
  • Avere accesso diretto, senza passaggi intermedi o barriere organizzative.
  • Allineare staff e allenatori, in modo che il messaggio sia condiviso e coerente.
  • Costruire una cultura che normalizza il lavoro su sé stessi, senza stigma.

Una riflessione per dirigenti e staff
Non faremmo mai scegliere a un atleta il proprio preparatore fisico sfogliando una lista. Non gli diremmo “buona fortuna” per trovare il fisioterapista adatto. Allora perché farlo con la salute mentale?

Investire nella performance mentale non è un gesto simbolico, è un atto concreto di responsabilità. Significa creare spazi, figure e messaggi coerenti, perché l’atleta possa davvero prendersi cura della propria mente con lo stesso impegno con cui allena il corpo.

E questo, per noi di SMA, è uno dei passi più urgenti per costruire ambienti sportivi più sani, più completi, più umani.

Elena Uberti

Co-Fondatrice SMA Team

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