Oltre l’allenamento: la Psicologia dello Sport per potenziare la preparazione alle olimpiadi
Come spettatori delle Olimpiadi Invernali osserviamo pochi secondi di gara: una discesa, un salto, una sequenza di movimenti apparentemente perfetti.Quello che raramente vediamo è tutto ciò che potrebbe accadere prima, durante e dentro l’atleta a livello psicologico.
Negli sport invernali, più che in altri contesti, un errore potrebbe durare un secondo, ma valere quattro anni di preparazione e sacrifici. Ed è proprio questa sproporzione tra il tempo dell’azione e il peso del significato a rendere la preparazione mentale un aspetto centrale, seppur invisibile.
In vista di un evento come le Olimpiadi, un atleta potrebbe sperimentare una forma di ansia da prestazione diversa da quella abituale. Non si tratterebbe solo di agitazione pre-gara, ma di una pressione più profonda, legata al significato simbolico dell’evento. Potrebbero emergere pensieri come:
“È l’occasione della mia vita, non posso permettermi di sbagliare”
“Ho lavorato quattro anni per questi pochi secondi, non devo sbagliare, buttarei via tutti i sacrifici”
In questi casi, l’ansia non deriverebbe tanto dalla gara in sé, quanto da ciò che rappresenta e dalle aspettative. Negli sport invernali, dove l’errore spesso non è recuperabile, questapercezione potrebbe amplificarsi ulteriormente.
La psicologia dello sport non lavora sull’eliminazione dell’ansia, ma sulla sua gestione funzionale: riconoscerla, accettarla e impedire che interferisca con automatismi costruiti in anni di allenamento.
Ad esempio, negli sport ad alta velocità o precisione, un singolo errore potrebbe interrompere tutto e influenzare una traiettoria leggermente sbagliata, un appoggio impreciso, un attimo di esitazione. Questo potrebbe attivare anche una paura specifica: la paura dell’errore irreversibile. Non tutti gli atleti la vivrebbero allo stesso modo e per alcuni potrebbe tradursi in:
● ipercontrollo del gesto
● rigidità motoria
● difficoltà a “lasciar andare” l’azione
Il training mentale, in questi casi, potrebbe da un lato consistere nel ridefinire cosa rappresenta l’errore: non una catastrofe, ma una possibilità intrinseca della prestazione. Questo perché paradossalmente, accogliere la possibilità di sbagliare potrebbe ridurre il rischio di sbagliare davvero. L’atleta non sarebbe distratto da quella paura e dai pensieri legati ad essa, ma avrebbe lo spazio mentale per pensieri concreti e utili a guidare gesti atletici efficaci. Dunque sarebbe fondamentale allenarsi psicologicamente a spostare il focus della propria attenzione dagli obiettivi di risultato (esterni e incontrollabili) a obiettivi di processo e prestazione (interni e controllabili). Ad esempio con l’utilizzo di parole focus.
Un ulteriore aspetto riguarda il fatto che alle Olimpiadi non si gareggia solo contro gli avversari, ma anche sotto lo sguardo del pubblico, dei media e dei social media. Questo potrebbe attivare un’eccessiva attenzione rivolta verso sé stessi: “come appaio?”, “cosa penseranno?”.
In psicologia dello sport si parla di spostamento del focus attentivo dall’azione, al giudizio. Quando l’attenzione si allontana dal compito, la performance potrebbe risentirne. Per questo, la preparazione mentale includerebbe spesso:
● allenamento dell’attenzione selettiva
● costruzione di routine pre-gara
● capacità di “chiudere fuori” il contesto esterno
Molti atleti di alto livello sarebbero cresciuti con l’idea che, in eventi come le Olimpiadi, conti solo la perfezione. Tuttavia, la ricerca suggerisce che la ricerca ossessiva del controllo totale potrebbe aumentare il rischio di errore, soprattutto in contesti variabili come quelli degli sport invernali. Condizioni ambientali imprevedibili, fattori esterni e margini minimi rendono necessaria una grande flessibilità mentale. Più che essere perfetti, gli atleti dovrebbero essere capaci di adattarsi.
Un aspetto spesso invisibile è la fatica psicologica dell’attesa. Prepararsi per anni a un evento unico potrebbe portare a una concentrazione totale su un solo obiettivo, con il rischio di rendere fragile tutto ciò che sta intorno. Allo stesso modo, dopo la gara, indipendentemente dal risultato, alcuni atleti potrebbero sperimentare un senso di vuoto.
Il cosiddetto “post-Olympic blues” non sarebbe raro e non riguarderebbe solo chi “perde”, ma anche chi vince. Per questo, una preparazione mentale completa potrebbe includere anche un lavoro sull’identità dell’atleta oltre la prestazione, per non identificarsi con essa ma riconoscere che il proprio valore identitario e personale esiste al di là di essa. Non si è solo atleti, ma soprattutto persone.
Esempi di cosa pensare (e cosa non pensare) per gestire efficacemente una gara olimpica:
Pensieri funzionali
● “Mi concentro su ciò che posso controllare”
● “So cosa fare, mi affido all’allenamento”
● “L’ansia può aiutarmi a essere presente”
● “Un errore non definisce chi sono”
● “Resto nel momento, azione dopo azione”
Pensieri disfunzionali
● “Non devo assolutamente sbagliare”
● “Questa gara decide tutto”
● “Se fallisco, ho buttato via 4 anni”
● “Tutti si aspettano qualcosa da me”
● “Devo essere perfetto”
Dietro le Olimpiadi Invernali non ci sarebbe solo preparazione fisica e tecnica, ma un complesso lavoro mentale fatto di equilibrio, accettazione e adattamento. Perché, quando un errore dura un secondo, ma pesa quattro anni, “la vera sfida non è evitare l’errore, ma concentrarsi sul passo successivo, non sul risultato finale.” (Kobe Bryant).
D.ssa Maria Chiara FENO (Psicologa dello Sport e Psicoterapeuta – SMA Team).
