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Olimpiadi invernali: quando la vera sfida è tornare a fidarsi del proprio corpo

Nel percorso che porta un atleta a prepararsi per le Olimpiadi invernali, non esistono solo allenamenti, carichi di lavoro e ricerca della massima prestazione fisica. Esiste una dimensione meno visibile ma spesso decisiva: quella psicologica.

Sport Mindset Agency (SMA team) lavora da anni al fianco di atleti di alto livello, molti dei quali arrivano al quadriennio olimpico dopo aver affrontato infortuni importanti. Tra i più frequenti, la rottura del legamento crociato anteriore (LCA) in sport ad alta intensità. Questo tipo di trauma, oltre a modificare la funzione biomeccanica, può incidere profondamente sulla relazione dell’atleta con il proprio corpo.

La dimensione invisibile dell’infortunio

La ricerca in psicologia dello sport mostra che l’infortunio non è solo un evento fisico, ma provoca reazioni emotive e cognitive intense: ansia, calo di autostima, paura di ricadute e difficoltà di fiducia nelle proprie capacità motorie. Come evidenziato da Podlog & Eklund (2005), “la paura della recidiva è uno dei principali fattori psicologici che ritarda il ritorno completo all’attività sportiva”.

Quando la paura non è “nella testa”

In questi casi non si è di fronte a una paura cosciente e razionale che l’atleta riesce a spiegare a parole. Il blocco emerge spesso in modo automatico, soprattutto alle alte velocità tipiche degli sport invernali. Infatti, studi biomeccanici e psicologici sottolineano che la risposta del sistema nervoso dopo un trauma può persistere e comportarsi come se il pericolo fosse ancora presente (Shrier, 2010).

Questo si traduce in:

  • memoria traumatica implicita, che vive nel corpo più che nel pensiero;
  • risposte automatiche di protezione, come irrigidimento, frenata o controllo eccessivo;
  • una discrepanza evidente tra il desiderio dell’atleta (“voglio andare forte”) e ciò che accade realmente (“il corpo frena per sopravvivere”).

Molti atleti se ne accorgono solo riguardando i video di gara: nella percezione soggettiva tutto sembra sotto controllo, ma l’immagine racconta una storia diversa.

Il lavoro psicologico nel periodo pre-olimpico

La letteratura sostiene l’importanza di un approccio multidimensionale alla riabilitazione sportiva (Wiese-Buckley & Clanton, 2011). Nel periodo che precede una grande competizione, il lavoro degli psicologi dello sport di SMA è strutturato e graduale:

  1. Valutazione e mappatura del blocco
    Capire cosa è legato al trauma, cosa alla paura e cosa agli automatismi motori e identitari. L’uso di scale soggettive di fiducia e analisi video facilita la comprensione di ciò che accade nella performance.
  2. Psicoeducazione trauma–performance
    Comprendere che il cervello post-infortunio privilegia la sicurezza riduce colpa e frustrazione. Come sottolinea Brewer (2010), la psicoeducazione aiuta gli atleti a riconoscere risposte fisiologiche normali come componenti adattive e non come fallimenti personali.

EMDR e lavoro sul sistema nervoso

Uno degli strumenti centrali utilizzati da SMA è l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), una tecnica con solide evidenze sul trattamento del disturbo da stress post-traumatico (Shapiro, 2018). Nel contesto sportivo, l’EMDR non si limita all’evento dell’infortunio, ma include anche le situazioni in cui si riattiva la risposta di protezione: le prime discese post-operatorie, le curve ad alta velocità o i trigger specifici come la velocità percepita.

L’obiettivo non è “convincere” l’atleta a non avere paura, ma aiutare il sistema nervoso a registrare che il pericolo è finito. Come indicano le ricerche di Maxfield & Hyer (2002), l’EMDR facilita l’elaborazione di memorie traumatiche riducendo l’attivazione emotiva associata.

Anche quando il lavoro avviene online, vengono utilizzate modalità efficaci come il tapping bilaterale e set brevi e frequenti, mirati a rinforzare la regolazione nervosa.

Tornare nel corpo, non solo nella testa

Parallelamente, il percorso include un lavoro di integrazione corpo–mente. Attraverso body scan specifici per lo sci e l’individuazione dei segnali precoci di blocco (respiro trattenuto, rigidità, carico arretrato), l’atleta impara a riconoscere ciò che accade prima che il blocco diventi evidente.

Si costruisce così una sorta di “semaforo corporeo”:

  • verde quando la sciata è fluida;
  • giallo quando serve attenzione;
  • rosso quando il sistema di protezione prende il sopravvento.

Prestazione, identità e continuità

Nel periodo pre-olimpico, SMA lavora anche sulla riprogrammazione prestativa: routine semplici, focus esterno sulla linea o sulla traiettoria, cue corporei essenziali. La ricerca in psicologia dello sport evidenzia che la riduzione dell’ipercontrollo tecnico e delle sollecitazioni motivazionali eccessive migliora la performance sotto pressione (Mesagno & Mullane-Grant, 2010).

Un passaggio fondamentale riguarda l’identità. Dopo un lungo stop, l’atleta non è più “quello di prima” e deve costruire un nuovo equilibrio tra valore personale, risultato e sicurezza. Spesso il blocco è legato alla paura di perdere di nuovo tutto o di non riconoscersi più come atleta.

Oltre la paura, verso la fiducia

Il lavoro si conclude con una fase di consolidamento, in cui si accettano eventuali micro-ricadute e si forniscono strumenti pratici per gestirle. I segnali di progresso non sono solo cronometrici: maggiore fiducia nel corpo, minore rigidità e una sensazione di velocità finalmente tollerabile.

Il messaggio che SMA porta agli atleti è chiaro e profondamente umano:

“Non devi convincerti che non hai paura. Devi aiutare il tuo sistema nervoso a capire che ora sei al sicuro.”

E proprio da qui, più che da ogni prestazione cronometrica, ricomincia davvero il cammino verso le Olimpiadi.

Principali riferimenti scientifici citati

  • Brewer, B. W. (2010). Psychological aspects of injury rehabilitation. In Scher & Lohse (Eds.), Handbook of sport psychology (pp. 404–424).
  • Mesagno, C., & Mullane-Grant, T. (2010). A qualitative examination of choking under pressure in team sport. Psychology of Sport and Exercise.
  • Maxfield, L., & Hyer, L. (2002). The relationship between efficacy of EMDR and degree of memory distress reduction. Journal of Clinical Psychology.
  • Podlog, L., & Eklund, R. (2005). Return to sport after serious injury: a retrospective examination of motivation and psychological outcomes. Journal of Sport Rehabilitation.
  • Shapiro, F. (2018). Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) Therapy: Basic Principles, Protocols, and Procedures.
  • Shrier, I. (2010). Psychological impact of injury and implications for rehabilitation. Clinical Journal of Sport Medicine.
  • Wiese-Buckley, P. M., & Clanton, T. O. (2011). Psychosocial aspects of rehabilitation after sports injury. Clinics in Sports Medicine.

Elena Uberti – Psicologa dello Sport e Psicoterapeuta in SMA

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